venerdì 17 marzo 2017

Eroica! Recensione dello Sword&Sorcery all'italiana (Watson Edizioni)


La necessità di costruire un'ambientazione credibile, o in alcuni casi, di modificarne una già esistente per adattarla alle necessità di un plot, rende il fantasy un genere che molto più di tanti altri si accompagna bene agli studi storici. Non a caso molti scrittori fantasy sono o si improvvisano storici e accanto a una lunga tradizione americana di insegnanti di letteratura inglese che sono anche scrittori – nel caso di Stephen King sia come autori che come protagonisti nelle storie – abbiamo tanti scrittori fantasy che sono anche esperti di storia. Oltre all'esempio eclatante di Harry Turtledove, anche il padre (padrone per alcuni) J. R. R. Tolkien era un abile filologo i cui popoli non sono che una trasposizione fedele delle saghe norrene. Mi riferisco ovviamente a Rohan, a tutti gli effetti un tranquillo plagio, come osserva Tom Shippey.

Sarebbe però tanto più interessante osservare come la storia stessa degli autori li influenzi e come le loro opere non siano che un riflesso del periodo storico che vivono ( o credono di vivere).

Mi spiego: è evidente infatti che Il Signore degli Anelli, come hanno definitivamente dimostrato gli studi anglosassoni, è un'opera fantasy squisitamente vittoriana, nonostante venga scritta negli anni '40: l'etica, l'ideologia e i comportamenti afferiscono a un secolo precedente. Mentre qui ancora ci si scanna su questioni superate da cinquant'anni, è chiaro come Il Signore degli Anelli si inserisca perfettamente nell'arts and crafts movement socialista del tardo vittoriano William Morris. La difesa della natura, la lotta contro l'industria, l'utopia della Contea ecc ecc
Frodo e Sam, nonostante siano mezzuomini, sono protagonisti positivi, propri degli anni “innocenti” prima delle guerre mondiali, quel genere di protagonista classico che sappiamo in fondo buono. 

Passando all'argomento della raccolta, lo Sword&Sorcery, è altrettanto chiaro come Howard scrivesse negli anni '30 e stavolta, a differenza di Tolkien, ne riflettesse appieno i valori. Nonostante non avesse mai combattuto sul fronte occidentale della Grande Guerra, le avventure di Conan rappresentano perfettamente il disincanto che segue il conflitto: alla Compagnia dell'Anello con il suo solido pacchetto di valori, succede un barbaro astuto e violento, che sebbene guidato da un rozzo senso dell'onore, acchiappa l'opportunità che gli capita per saccheggiare e rubare.
Mentre nell'opera classica il barbaro viene da fuori e minaccia l'ordine costituito e dunque ai soldati inglesi che difendono Rorke's Drift dagli zulu succedono i soldati di Gondor che difendono Minas Tirith dagli orchi, con Howard il protagonista E' il barbaro, è lo zulu. Si realizza un completo rovesciamento di valori, per cui il disinganno di chi scrive nella povertà brutale della crisi del '29 l'unica certezza sembra la legge del più forte, la barbarie senza vincoli, l'onestà del primitivo...
E ancora una volta non è un caso che proprio l'antropologia in seguito alla prima guerra mondiale si rivoluzioni cambiando drasticamente prospettiva, a partire dall'austroungarico Malinowski.
Non va sottovalutato quanto Conan, al di là della simpatia e dell'onore, sia interessato soltanto a derubare e ammazzare: ogni avventura mira al bottino, alla vendetta e, per usare un giro di termini, a violare l'integrità morale di qualche avvenente fanciulla. Ragazze e soldi, una thug life.
Dal punto di vista di Howard, le vittime del barbaro, appartenendo alla decadente e pertanto colpevole civiltà, meritano la sorte che capita loro: persone automaticamente corrotte, deboli, omuncoli facili da manovrare. Conan resta però un barbaro in cui è gratificante immedesimarsi, che proprio per la sua perdita di valori si sente vicino.

Se dunque Tolkien rappresenta il fantasy classico e Howard lo Sword&Sorcery, potremmo aggiungere un terzo tassello nella forma di Moorcock. Le avventure di Elric Melniboné rappresentano la sovversione dello Sword&Sorcery, la perfetta incarnazione del gioco citazionista post moderno: l'eredità pulp è centrifugata in mille ammiccamenti che ne impediscono tuttavia la sincerità. Elric sembra progettato per rovesciare ogni attributo di Conan, mentre l'ambientazione ripropone gli scenari esotici di Howard dalla prospettiva invertita dei suoi abitanti. Se dunque Conan sarebbe stato il nemico di basso livello nel caso di Tolkien, nel caso di Moorcock è il nemico di alto livello, la prospettiva è dell'arcinemesi normalmente avversata dall'eroe. La molteplicità dei punti di vista, il gioco di specchi imbastito da Moorcock fanno la gioia dei post moderni, anche se trasmettono una sensazione indubbiamente artificiale.

Sarebbe pertanto un ordine cronologico corretto, iniziando a leggere il fantasy, partire da Tolkien, passare a Howard, per approdare a Moorcock. E tra parentesi, sarebbe anche un ottimo esercizio perchè i primi due vengono ancora letti a differenza del terzo: se Frodo&Sam sono una coppia semplice in cui immedesimarsi e Conan racchiude perfettamente il desiderio di un adolescente, Elric di Melniboné e Corum sono protagonisti con cui è impossibile avere empatia, costruzioni a tavolino che catturano l'immaginazione del letterato, ma sono un drastico passo indietro nei confronti del popolo. Il lettore comune fatica a procedere, difficilmente si sente invogliato a partecipare al gioco intellettuale: questo ovviamente non toglie che siano magari di superiore livello letterario rispetto a Howard.


La questione, quindi, al momento di leggere l'antologia italiana Eroica, che si propone un rilancio dello Sword&Sorcery, era in quale categoria collocare i racconti: se nell'eredità selvaggia di Conan o nei labirinti intellettuali di Moorcock. O magari in qualcun'altra ancora (spade&stregoneria non si riducono certo a questi due soli autori!). Così, su due piedi, d'istinto, mi viene da collocare l'antologia decisamente nella prima categoria: anche i racconti peggiori chiaramente mostrano come gli autori si siano divertiti, e divertiti parecchio. Se venisse stampato, raccomanderei la carta giallina di un pulp d'annata.
Ma ora, basta indugi: passiamo ai singoli racconti!

Il primo racconto è un adeguato esordio per la raccolta, perchè La torre glauca, di Adriano Monti Buzzetti, è la storia di un giovane barbaro che si scontra per la prima volta con il soprannaturale, nella forma di una magica torre/dungeon. Gli elementi caratteristici del genere ci sono tutti: un barbaro giovane, prestante con la sua fida cavalcatura, una gigantesca lucertola; una compagna ladra proveniente dalla città (chiara citazione dal film di Milius), uno scontro con creature che in D&d definiremmo di basso livello (gli Utteni, una sorta di goblin), la scalata della torre (Milius, ancora) e lo scontro con il mostro all'interno.

Lo stile è ricco, denso, pieno di infodump: ogni svolta del racconto è un'occasione per raccontare un particolare dell'ambientazione, dalla torre – lunghissima digressione – alla spada di Onzog, al fellenus, la cavalcatura, alle usanze di quel popolo in quella data regione...
La ricchezza di particolari è controbilanciata dalla brevità degli stessi, che non intralciano eccessivamente la narrazione: sono interessanti, anche se i nomi astrusi non aiutano a sveltire la lettura. Va però riconosciuto che tra tutti i racconti di Eroica, contiene le descrizioni più vivide; c'è un pittoricismo da parte del Buzzetti, un gusto dell'esotico che non dispiace.

Onzog è ovviamente un barbaro estremamente addomesticato, un erbivoro che dell'inciviltà ha solo il nome tribale e un paio di cenni di colore. All'inizio del racconto, prima di scendere dal fellenus, si pettina i capelli:
Sotto la zazzera di capelli ramati, gli occhi gialli del barbaro divennero due fessure: fermò con un pettine d’osso la lunga treccia ribelle e calibrò con cura la stretta sulle redini in modo che le zampe artigliate del fellenus arrestassero silenziosamente la loro corsa su una distesa di muschi e gramigne.

Perchè non gli date anche un rossetto, una crema per le mani e uno specchio, già che ci siamo?


Nonostante sia un barbaro, siamo lontano dal balbettio ba-ba irriso dai greci:
«In ogni caso,» riprese con tono quasi distratto «io non forzo mai le donne ai giochi d’amore… Casomai è accaduto il contrario. Almeno dalle mie parti e in certe stagioni». Un guizzo di malizia gli strappò un sorriso dal labbro dolorante, rovinando all’istante l’atteggiamento sostenuto che aveva cercato di tenere.

Questo non è il modo di parlare di un barbaro, è di un intellettuale, un uomo di città. E andiamo, un vero barbaro l'avrebbe abbrancata e venduta come schiava, o stuprata sul posto. I quattordicenni che ci provano sul web sono più violenti di Onzog e non sono certo barbari.
Anche se le usanze tribali di Onzog prevedessero un'eguaglianza con le donne o uno speciale galateo, è impossibile che questa tradizione si estenda al di fuori del cerchio ristretto della tribù.

Persino il dialogo con gli Utteni, una razza debole e vigliacca, è parlato con tono alto:
«È una delle ultime e presto riprenderà il suo viaggio nel sonno delle stelle; per non tornare, forse, come già altre prima di lei. Ma parola dei morti ci avverte che essa dà ricetto a minacce senza nome, contro cui è meglio essere in molti piuttosto che in pochi. Se avete abbastanza ferro nel cuore per sfidarla, il mio braccio potrà servirvi. E prima che faccia giorno, se i guardiani del caos ci assistono, potremo raccontare di aver rubato nella casa degli immortali».

Vi sono poi alcune espressioni qui e lì che fanno sorridere, purtroppo involontariamente:
Quando finalmente i suoi febbrili sensi di cacciatore gli confermarono che nei dintorni della torre era rimasto lui solo, si stiracchiò e con i mantelli dei cadaveri pulì la vecchia Cunne dal sangue rappreso, muovendola senza sforzo con una mano quasi fosse la piccola daga di un cortigiano; infine con un gesto fluido la rimise nel fodero, scavalcò con noncuranza i corpi dei nemici e si avvicinò allo spiedo messo sul fuoco, guidato dal gradevole profumo d’arrosto e dal suo cronico, ruspante appetito.

Come? Non vi svegliate anche voi con “un cronico, ruspante appetito”, alla mattina? (sic!) L'aggettivo cronico rimanda all'ambito medico e ha una connotazione solitamente negativa: non lo userei per riferirmi al cibo.

O la descrizione dell'eroina, presa dal discount dei personaggi femminili fantasy:
Notò che era davvero bella: non molto alta ma agile e sensuale.
Il rude vestiario da lavoro non riusciva a camuffarne le forme flessuose e proporzionate, o l’incarnato pallido che nella scollatura della camicia dava risalto alle rotondità perfette dei seni.

O ancora:
“Uno schiavo” pensò la sua mente essenziale ma acuta; un mastodontico schiavo, messo lì da chissà quando a servire la torre e i suoi abitanti.

Questo è già stato dimostrato ampiamente per tutto il racconto, non serve sottolinearlo in astratto.
Alcuni passaggi suonano inoltre eccezionalmente contorti:
Scacciata la superstizione con un brivido, si concentrò lasciando che fosse la vergogna stessa per averla provata ad accendere finalmente in lui i fuochi della furia. I segni magici sul suo corpo si accesero, scaldandogli il sangue, mentre le percezioni del mondo esterno annegavano nella trance guerriera che sin dai tempi più remoti aveva aiutato i suoi avi a sorridere alla morte sul campo di battaglia.

Quindi, nella pratica, si infuria perchè si è sentito in vergogna e sua volta si è sentito in vergogna perchè ha avuto paura? Diamine! Mi sarei accontentato di un barlume di sudore, un lampo negli occhi, senza sfociare nell'introspezione psicologica.

Al di fuori di ciò, è un buon racconto con cui partire, che fornisce tutti gli elementi base che ci si può aspettare dalla copertina e dal titolo: ci si diverte e il setting è indubbiamente bene descritto.

Ho sentito definire Mala Spina, “un'abile mestierante”, che sebbene ad alcuni potrebbe sembrare offensivo, è di solito una sicurezza per leggere qualcosa di godibile senza intralci letterari.
Testa di santo mette in campo una serie di elementi originali rispetto alla tradizionale Sword&Sorcery: siamo nella Toscana del tardo medioevo, in compagnia di Lupa e Mezzocorvo, due scalcagnati furfanti alla ricerca di un facile colpo a danno di un monastero. Sono stati infatti incaricati da un misterioso committente di un torbido furto: una reliquia, nello specifico la testa di un santo. 
Il colpo sembra facile, la ricompensa alta: ma Lupa non si fida di Mezzocorvo, il Monastero si rivela presidiato dai templari e la stessa Testa non è affatto “santa”...

L'abitudine alla scrittura è evidente, perchè stilisticamente, a parte un “fontanile” per “fontana”, il racconto lo si termina ancora prima di rendersi conto d'averlo letto: non ci sono parti noiose, o descrizioni inopportune, o digressioni retoriche. 
Ho particolarmente apprezzato descrizioni nette e concise come la seguente:
Prese il sottile spadino dal fodero che teneva allacciato alla gamba destra e lo scrutò con attenzione. Ogni spanna della superficie metallica raccontava una storia e quella di Lupa era lunga, piena di rimorsi e atti innominabili. Era una lama che aveva conosciuto il sangue di degni avversari, di sconosciuti e talvolta anche quello di amici.
Frugò nella sacca che aveva abbandonato a terra e prese una pietra ormai concava per il troppo uso. Lenta e con precisione, iniziò ad affilare i suoi “artigli”. Così chiamava le sue armi.

La storia si sviluppa con una certa rapidità, superato il furto della Testa, accelerando a mio parere anche un po' troppo, culminando nell'incendio stesso del monastero. L'idea di fondo, ma non voglio far spoiler, è alla fine voler ambientare nel Medioevo una creatura horror ormai (troppo) di moda.
Verso la fine, nelle ultime pagine, il tono splatter cede il passo a un tono grottesco-comico che permette un ultimo colpo di scena.

Edga, la strega è il primo racconto dell'antologia che ho davvero faticato a finire.
Donato Altomare sceglie il tono di una ballata, di una chanson de Roland, che alterna passaggi in versi a passaggi in prosa. Francamente ho trovato il tutto assolutamente illeggibile. Per anni ho faticato a leggere le poesie nel Signore degli Anelli, anche quand'erano semplici canzoni.
Edga funzionerebbe forse bene se narrato da un cantastorie o suonato da una banda power metal: dopotutto alla prima pagina compare a caratteri giganti IL CAVALIERE TAU. Posso immaginarlo urlato a pieni polmoni da una band di nicchia in un pub. 
Tuttavia, siamo all'interno di un'antologia di racconti destinata al grande pubblico, pubblicata nel 21' secolo: anche saltando a piè pari le canzoni, i diversi scontri che affronta Renzi (lo sfortunato nome del protagonista...) fanno a gara per addormentare il lettore.
Alcuni giri di parole sono talmente gonfi che si sente il bisogno di distendersi a digerire dopo averli letti. Questo, ad esempio:
Il cavallo s’impennò nitrendo e senza la minima esitazione, partì al galoppo affondando con furia gli zoccoli nel terreno. Il fossato era largo più di venti passi. Il solo pensiero di saltarlo sarebbe stato una pazzia. Ma anche Mago era stato un dono di Tau.
Con la grazia di una pantera che assale la preda, con la forza di un’orsa che difende i suoi piccoli, con l’agilità di una gazzella in fuga, il cavallo balzò nell’aria descrivendo un nero arcobaleno che la luce della luna calante faceva brillare. Parve per lunghi istanti sospeso nel cielo, con le zampe distese al massimo, protese in un salto impossibile.

Senza dimenticare le catene di aggettivi che non trasmettono assolutamente nulla al lettore:
Sentì puzza di demone, puzza del Maligno.
Era gigantesco, viscido, mostruoso. Ruggì con rabbia. L’urlo parve quello della terra quando si spacca, la sua bocca spalancata parve una nera voragine senza fondo.

Ripeto: in un'altra forma, forse come canzone, forse come fumetto, Edga sarebbe un'opera interessante. Vi sono barlumi di un'ambientazione high fantasy con i suoi punti d'interesse, borderline con l'esoterico. Purtroppo al lettore arriva solo la mazzata di una narrazione pesantissima.

Con Lo scorpione sulla lama ci spostiamo nel fantasy piratesco.
Non è una deviazione o un'eresia dal canone Sword&Sorcery perchè già Howard aveva ambientato numerosissime avventure di Conan tra i pirati, tra cui figura anche una delle sue migliori fiamme, Belit della Costa Nera. Spade&Stregoneria vanno dunque perfettamente d'accordo con Sciabole&Velieri.

Malasorte è un infido pirata alla ricerca di un tesoro sulla Costa d'Oro, un equivalente fantasy delle nostre Antille, con tanto di capitale piratesca, Tartesso (chiaramente una citazione di Tortuga).
E' accompagnato da una guardia del corpo, Spallaccio, un uomo affidabile, letterato, anche se un po' ingenuo. Mentre si fanno strada nella giungla della Costa, vengono catturati da un gruppo di pirati anch'essi alla ricerca della favoleggiata Abraxa. Costretto a guidare i pirati al tesoro, Malasorte dovrà approfittare delle insidie della giungla e delle tensioni interne al gruppo di litigiosi bravacci per cercare di scamparla...

Uno degli aspetti interessanti dello Scorpione sulla lama è come si presenti in maniera lineare, quasi un elenco di nomi e cose da fare: una storiella di caccia al tesoro che potrebbe essere uscita da un gioco di ruolo. Tuttavia, procedendo nella lettura, ci si sorprende di come dettagli presentati dieci pagine indietro risultino poi fondamentali per quel colpo di scena, per quella battuta, per quella morte di quel personaggio ecc ecc
C'è un continuo capovolgimento di parti, specie verso il finale. In particolare Mauro Longo sembra concentrare ogni attenzione in quello che sembra il punto forte del racconto, la scoperta del tesoro. Salvo poi all'ultimo momento divergere in tutt'altra direzione, svelando il soprannaturale e il dungeon come uno specchietto per le allodole.

L'umido, lo sporco (della giungla e dei pirati), il raccapriccio per alcune morti sono rese bene:
«Eravamo in mezzo alla foresta, sulla riva del fume, per dove si passa più facilmente» spiegò tra i singhiozzi. «Stavamo attenti a dove mettere i piedi e le mani, e non ci siamo accorti che c’erano dei nidi di vespe sui rami. Laggiù è pieno di quegli alveari, gli alberi ne sono infestati. Sono arrivate a migliaia e ci volavano attorno indiavolate. Mio fratello non è riuscito a scappare. Ho visto… Ho visto che lo pungevano dappertutto: vespe verdi grosse un dito. La faccia… La faccia gli si è sciolta ed è colata via».

E' facile confondere i vari nomi dei pirati (citazioni dei diversi scrittori presenti nella raccolta), mentre c'è una certa ossessione da parte di Longo per descrivere i suoi protagonisti che starnutano e sputano per terra. Questo spiegherebbe forse per quale motivo gli adolescenti di ora sono così sgarbati e sputano sempre per terra: sono in realtà pirati, ecco la soluzione antropologica...

Il libro. Dalla saga di Kmer” è un racconto ingannevole, a partire dal titolo e dal prologo. Sarebbe infatti ragionevole aspettarsi con un titolo così roboante e un'introduzione così aulica un polpettone che mima i classicisti annoiando il lettore:
Vi fu un tempo in cui gli uomini dovettero lottare contro la barbarie, un tempo in cui orde selvagge si gettarono dal profondo nord sulle terre civilizzate, depredando i borghi, assaltando le città, saccheggiandone i templi profanati, e passando a fil di spada quanti vi si opponevano, senza risparmio per donne e bambini.

E' invece un magnifico travestimento, perchè il racconto è tutt'altro che “classico”. Si tratta ancora una volta di un'ambientazione fantasy, stavolta ispirata all'impero romano, con protagonista un giovane barbaro, stavolta meno educato dell'Onzog di Buzzetti, ma pur sempre troppo educato per essere un barbaro incivile. Il mercenario, aggredito dopo una notte di bagordi alla locanda, è accusato dalle autorità, d'aver rubato un libro sacro del Tempio (da cui il titolo...).

Vi sono diversi punti del racconto che suonano ridicoli, specie per i lettori smaliziati. Il narratore insicuro, dopo aver descritto in dettaglio l'aggressione all'uomo, il colpo alla testa e il “buio”, si premura di sottolineare il seguente:
Nell'ombra scorse in terra la figura d’un uomo che si lamentava debolmente, e si chinò su di esso sollevandone il capo riverso. Subito sentì del liquido caldo sulle mani: era sangue. Quell'individuo era stato aggredito e ora stava per rendere l’anima agli dei.

Ovvio, l'hai appena mostrato, non occorre che me lo racconti di nuovo.
Semplicemente terribile la descrizione del barbaro:
Il volto suo era bellissimo e selvaggio a un tempo, con occhi neri come carbone da cui saettava una luce felina, la fronte ampia, una mascella dura come roccia sormontata da una bocca armata da denti perfetti.

Così come l'arma che “miagola”: un verbo kawaii, che difficilmente si può associare a un combattimento.
Tra le urla concitate delle altre guardie, il giovane iniziò a farla roteare con un terribile miagolio verso i suoi avversari.

Incomprensibile anche il seguente colpo in mischia del barbaro:
In quel mentre, un’altra guardia tentò di trafiggerlo colla lancia, ma egli schivò il colpo e dopo aver spezzato con una ginocchiata fulminea l’arma, stramazzò l’aggressore con un pugno pietroso che
ne fracassò l’elmo.

“Pugno pietroso”? Chi è, Hulk? E' forse “un pugno solido come la pietra”?

Ascia pietrosa!
Nonostante ciò, Il libro è in realtà un giallo che svela nelle ultime pagine a incastro una sequenza di rivelazioni che lo rende formidabile: è il racconto più breve dell'antologia, eppure il più denso concettualmente. 

Gli Scacchi del Re” è una coproduzione tra Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini.
Va a merito dell'antologia Eroica come sia riuscita a raccogliere una buona diversità di ambientazioni. Gli Scacchi del Re ad esempio ha un eccellente worldbuilding, un setting vagamente greco/ellenistico. La storia di un gioco mortale – gli Scacchi del Re – il rimpiattino tra il protagonista e il suo rivale sono descritti bene, in particolare la rivalsa del ricco perdente.
Come il protagonista scommette nel gioco e batte d'astuzia la sua nemesi, così scommette nella vita reale, scegliendo di non giocare sporco.
Nulla da eccepire sullo stile, anche se a tratti un po' incolore.

Onan il Barbaro è un tipico appellativo da goliarda: prendi un nome famoso, ne rubi/modifichi una lettera a scopo comico-volgare. Wolverine L'Immorale. Floxar il Garbato.
Non è un caso, perchè uno degli aspetti curiosi del racconto “Floxar il Garbato”, tra le tante citazioni, è l'ammiccare a Wolverine e al suo scheletro di adamantio:
Il mago spalancò la bocca: «Ossa… di diamante?».
«Già, una vera merda. Dannatamente rigide, fai il doppio della fatica a respirare, e per le articolazioni è una sofferenza. A saperlo prima, col cazzo». Floxar chiuse la mano destra e premette le nocche sul palmo sinistro: uno schiocco cristallino risuonò nella locanda.

Ora, il racconto di Livio Gambarini è divertente, su questo nessun dubbio.
Tuttavia, al di fuori dell'aspetto comico, non c'è davvero nient'altro: nonostante la storia abbia una sua rigorosa logica interna, tutto si basa sull'assunto che il lettore geek comprenda le battute (ormai mainstream, in effetti) legate ai giochi di ruolo, ai videogiochi, agli stereotipi fantasy.
«È una strega-lingua» disse il mago. «La pietra la infastidisce e i metalli le danno ribrezzo. Non tocca nulla che non sia mai stato vivo».
Floxar scatarrò a terra e mugugnò: «Niente pietre e metalli, quindi niente loot. E solo sessanta argenti. Che quest di merda…».

E' in effetti divertente e le risposte volgari di Floxar un bel contraltare ai racconti precedenti.
Tuttavia, dopo le prime pagine sorge spontaneo domandarsi: sì, ok, spassoso, ma per il resto?
Non c'è altro: si apprezzano i dialoghi meno ingessati delle storie precedenti, così come la sottotrama gastronomica”, ma alla fine non rimane molto di cui ricordarsi.

Rapido” di Marc Lawrence: l'unico racconto straniero della raccolta propone un'inedita ambientazione giapponese d'epoca Tokugawa, tra paradossi temporali e un'atmosfera soffusa, vagamente onirica.

Hiro è un giovane sguattero a una locanda, che durante una serata piena di clienti, viene incaricato dal cuoco di trovare uova di quaglia con il “guscio tinto di blu”. E' l'inizio di un'avventura surreale, dove Hiro scoprirà d'essere molto di più che un lavapiatti da ristorante...

Marc Lawrence padroneggia la materia, sebbene la storia sia curiosamente monca, come se fosse un episodio pilota di qualcosa di più vasto. Qualche scena rimane notevole per impatto, in particolare l'incontro con Madama Jimla, l'unica che vende l'ingrediente richiesto dalla locanda:
«Cosa vuoi?» chiese la donna. Nel parlare avanzò verso di lui, dando l’impressione di fluttuare nel kimono di seta. Adesso era fin troppo vicina, con il naso aquilino a pochi centimetri dal suo viso.
«Io…». Non riusciva a ricordare. Mamoso voleva qualcosa. Fiori di riso? Nidi di rondine per la zuppa? La sua lingua sembrava voler pronunciare la parola “blu”, ma questo non aveva alcun senso. Una porta si aprì sulla sinistra e ne emerse una donna di statura molto bassa, che pareva quasi scomparire in un confuso insieme di sete decorate. Era molto anziana, e solo madama Jimla lo era così tanto.

Moor & Stone – L'Anfora di Arcùn” come ogni buon avventura D&d inizia in una taverna, dove i nostri due protagonisti si confessano vicendevolmente le reciproche disgrazie. Moor, in origine un nobile, per un castigo divino è condannato alla povertà e all'ubriachezza: più beve, più diventa forte. Stone, al contrario, un prete con un debole di troppo per le donne, è stato condannato dalla Madre della Misericordia a trasformarsi in un animale a caso se starnuta o fa sesso.
I due penitenti decidono di mettersi assieme e cercare una redenzione dalla maledizione della dea, inciampando in diverse grottesche avventure, dove le loro doti si riveleranno inaspettatamente utili.

E' interessante come nonostante l'ambientazione sia la tradizionale Sword&Sorcery, Brandoli descriva Moor e Stone come due supereroi, con le “maledizioni” che funzionano alla maniera dei superpoteri di un fumetto.

La volgarità eguaglia il racconto di Gambarini, anche se è meglio contestualizzata.
Alcuni passaggi restano francamente squallidi:
«Vacci piano, bellezza, credo sia il dodicesimo che ti scoli…».
Moor ingollò un primo sorso fresco e ingordo, poi si passò il polso sulle labbra.
«Sono in pari coi pagamenti, anzi… Se guardi bene tra le tue belle mammelle penso che troverai di che coprire altre cinque ordinazioni almeno!».
La donna rise civettuola, voltando le spalle e allontanandosi, mentre l’altro le tirava una sculacciata sul sedere.

Come tanti autori di fantasy, Brandoli è inoltre convinto che il vino sia napalm, o tnt:
Ingollò un sorso da una fiaschetta, riempiendo bene le guance di liquido, poi riprese la torcia dall'aggancio nel muro e l’avvicinò alla bocca, soffiando e creando un’imponente fiammata verso gli sgherri del Guercio.
Il gatto miagolò, scappando immediatamente verso l’uscita, mentre un boato invadeva la galleria, dove tutto il vino a terra aveva preso fuoco in un lampo spaventoso.
Vetri presero a schizzare in aria e da ogni parte, mentre nel boato la scaffalatura finalmente si divelse, crollando a terra.
Moor si riparò dietro una colonna, proteggendosi gli occhi e la bocca, mentre un fumo denso e una nuvola di polvere si sollevavano invadendo la stanza.

Ka-Boom!


Solomon Kane: un eroe in bilico” apre le danze alla sezione saggistica della raccolta, solitamente ignorata dai recensori. Un vero peccato, perché la ritengo interessante, certo non da sottovalutare.
Michele Tetro (nomen omen...) affronta il personaggio di Howard in una chiave storico-letteraria, cercando di dimostrare come si collochi nella tradizione medievale.
Confesso che non mi ha molto convinto; sia visivamente che narrativamente trovo che Solomon Kane sia il perfetto puritano seicentesco, il cacciatore di streghe protestante, fanatico e masochista per eccellenza. Vederlo invece accomunato al mondo medievale è bizzarro.

Ci sono alcuni punti che da studente pignolo ho trovato irritanti, come il seguente:
(…) lo portano a muoversi per tutta l’Europa e l’Africa a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, rimanendo tuttavia al di fuori dei grandi avvenimenti storici del periodo, probabilmente non conosciuti o indagati a fondo dall'autore.

E' un saggio, non un articolo di giornale: non si può andare sul vago, o lo si sa e se ne citano le fonti nelle note a piè di pagina, o lo si nega. Avevo letto che Howard si documentava sulle sue opere, anche se solo a livello enciclopedico. Dovrò dare di nuovo un'occhiata, era tra le introduzione alle vecchie edizioni della Nord...

Un interessante collegamento è il paragone tra la figura del Corsaro Nero e di Solomon Kane, effettivamente calzante, anche se sicuramente Howard non aveva la possibilità di leggere Salgari.
Questa descrizione ha un singolare contraltare con quella di un altro personaggio ugualmente saturnino e fanatico, il corsaro nero inventato da Emilio Salgari, che così lo descrive nel primo romanzo della saga:
“Era vestito completamente di nero (…) l’aspetto di quell'uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo, che spiccava stranamente tra le trine del colletto (…) adorno di una barba corta, nera, tagliata alla nazzarena (…) Aveva però lineamenti bellissimi (…) una fronte ampia solcata da una leggera ruga che dava a quel volto un non so che di malinconico (…). La sua statura era alta, slanciata, il suo portamento elegante (…) un uomo abituato al comando”.

Sempre sullo stesso tono eccessivo Solomon è giudicato come il primo anti-eroe (!): se è vero che Howard fa per il fantasy quello che avevano fatto Hammett e Chandler per il poliziesco, non è certo l'inventore dell'eroe negativo, mi sembra una presa di posizione decisamente eccessiva.

Il saggio qui presente non è che uno stralcio della tesi di laurea del 1998 “Fantasia eroica e medioevo inventato nell'opera di Robert E. Howard”, per cui si tratta solo di un frammento, un capitolo. Nel suo è una lettura affascinante, che cerca di applicare a Solomon una teologia medievale che non mi sembra però gli appartenga molto.

La saga di Fafhrd e del Gray Mouser” è una breve disamina della saga del sottovalutato (specie in Italia) Fritz Leiber. Stefano Sacchini delinea un quadro generale dei protagonisti. Sarebbe bello che qualcuno approfondisse uno dei nemici più caratteristici del duo, gli uomini ratto/topi senzienti.

Perché Sword & Sorcery e non Heroic, Epic o High Fantasy?” è una buona introduzione al genere, leggermente didascalica. Sarebbe stato meglio metterla alla testa dei saggi, chiarendo infatti alcuni dubbi su chi non conosce il genere. 
Trovo anacronistico definire Howard “un nerd”, stereotipo che a mio parere compare solo dagli anni '60 e '70. La crisi nera del '29 e la povertà degli scrittori che si dedicavano al pulp fanno a pugni con il “nerd” che tradizionalmente è un ragazzino bianco e benestante (senza nemmeno citare l'aspetto tecnologico, che accomuna nerd e geek...).

Giovanni Luisi osserva giustissimamente come Leiber rappresenti un passo indietro rispetto a Howard quando si tratta di scrivere personaggi femminili:
La sorte avversa e il modo disincantato, ironico e quasi picaresco di affrontarla dei due eroi rende sempre godibili e simpatici Fafhrd e il Gray Mouser, decisamente meno perfetti di Conan e afflitti da svariati difetti oltre che di atteggiamenti verso il “sesso debole” piuttosto discutibili. È questa la seconda grande differenza che Leiber mostra rispetto alle tematiche howardiane, ovvero un’antitetica considerazione per il genere femminile: Robert Howard aveva creato personaggi non stereotipati come Agnes de la Fere, Valeria della Fratellanza Rossa, Helen Tavrel, Bêlit, Red Sonya di Rogatino (Valeria e Bêlit sono fra le comprimarie più importanti ed interessanti nelle avventure di
Conan) mutuandone il carattere dal suo interesse romantico Novalyne Price. Da questo punto di vista Robert Howard mostrò una maturità e una modernità da scrittore non comune per l’epoca, dove le donne erano spesso relegate a mere damsel in danger. Per Howard le donne sono persone da rispettare e da difendere, ma che sono maggiormente affascinanti e attraenti se hanno spirito libero e indipendente, paragonabile a quello, appunto, delle pioniere della frontiera americana.

E' un'osservazione acuta, che non ho mai incontrato prima. Effettivamente sotto molti aspetti Agnes è una protagonista all'avanguardia.

Women & Sorcery” si innesta sul discorso che aveva già iniziato Luisi, descrivendo il ruolo delle donne in questo sottogenere della narrativa fantasy. Mariateresa Botta svolge un buon lavoro, citando la dimenticata Ayesha di Haggard. Menzioni ottime, accanto alla noiosissima Marion Zimmer Bradley, Tanith Lee, Carolyn Cherryh e il sempre benvenuto Gianluigi Zuddas.

Infine, a chiudere l'antologia, una breve rassegna delle opere e della vita di Clark Ashton Smith, ad opera di Francesco La Manno: sintetica, efficace, anche se con un sacco di name-dropping:
Le storie hanno ad oggetto la satira nei confronti dell’avarizia, del sistema giuridico e della protervia, e vedono la partecipazione di magistrati, avidi usurai, carnefici, oracoli, ladri e stregoni. Tra essi meritano di essere menzionati Satampra Zeiros, Ralibar Vooz, Avoosl Wuthoqquan, Athammaus, Evagh e l’esecrabile Eibon.

Ottimo aver distinto tra il pantheon di dei di Clark e il patheon degli Antichi di Lovecraft. 

Fonti:

Eroica. Antologia sword & sorcery, a cura di A. Iascy, F. La Manno (Ibs)
Italian Sword&Sorcery - sito di appassionati italiano.