venerdì 25 settembre 2015

Il Lovecraft byroniano di Craig Engler


Ci sono kickstarter che seguo dai primi abbozzi di sketch in uno sparuto gruppo facebook fino all'ultimo update dell'ultimo aggiornamento sulla spedizione degli ultimi item completati.
E dall'altro, ci sono raccolte fondi via kickstarter a cui partecipo di sfuggita, e che per pochi spiccioli non si fanno sentire per mesi fino a scivolare lentamente nell'oblio.

Una pericolosa abitudine mentale, considerando che avete donato fondi a un progetto che, in cambio dovrebbe retribuirvi con quanto promesso: se non altro la soddisfazione di sapere che il libro/fumetto/coso è stato realizzato con pieno successo dal generoso popolo dell'Internet.

E' stato quindi con non poca sorpresa che l'altro ieri mi sono accorto che Lovecraft, di Craig Engler, aveva finalmente completato il suo primo numero, gentilmente inviato in formato pdf sulla soglia di casa. 
Mi ero completamente dimenticato d'aver partecipato!
A mia difesa, non c'erano stati frequenti updates...

Il progetto prevedeva di finanziare il primo numero di una serie di fumetti intitolata semplicemente “Lovecraft”. Lo sceneggiatore e finanziatore è Craig Engler, autore di Z Nation (1), mentre ai disegni troviamo Daniel Govar, ai colori Mat Lopes e alle (splendide!) copertine Lewis LaRosa.

Il tratto di Govar supera a malapena la sufficienza, ma i colori hanno di tanto in tanto un tratto di acquerello che dà loro un qualcosina di originale. Non guastano le tinte cupissime, che trasmettono un che' di viscido. Gli obiettivi di volta in volta sbloccati dalla raccolta fondi hanno permesso di raccogliere nel volume schizzi di preparazione, la sceneggiatura con relative correzioni e sopratutto un'impressionante sequela di copertine alternative, l'una più bella dell'altra.
Tra queste è superfluo premiare la pin up “lovecraftiana” di Richard Luong, meglio conosciuto per Cthulhu Wars, sulla cui arte aveva già discorso La Tana dello Sciamano.

lunedì 21 settembre 2015

Leggere? Roba da mocciosi.


Uno degli ultimi articoli della Leggivendola dava di che pensare.
La blogger argomentava nel primo punto che leggere è un legittimo hobby, di cui non ci si dovrebbe vergognare; è giusto potersene vantare, così come poterlo citare come attività da svolgere nel tempo libero. L'argomento era trattato in modo passeggero e la vignetta incriminata convinceva più della tesi contraria sostenuta dall'autrice.
L'argomento mi lasciava piuttosto indifferente, ma un commento di Athenae Noctua prendeva una posizione decisamente più estrema. 
Come vi sono accaniti tifosi di calcio, così vi sono accaniti lettori, e non dovrebbero vergognarsi di più i primi che i secondi, essendo leggere un'attività molto più elevata e nobile?
Perché un lettore italiano, in mezzo a tanti analfabeti funzionali (curiosa definizione del tutto anti-scientifica, questa), dovrebbe vergognarsi di voler entrare in club di lettura e dedicare quel poco tempo che lavoro&vita sociale ci lasciano per leggere dei bei romanzi?
Dall'opinione di passaggio della Leggivendola, si veleggiava in territori già più radicali e insicuri, pericolosamente vicini alle rapide distruttive della vignetta incriminata.
Se ovviamente la lettura è una bellissima attività, è altrettanto vero che difficilmente la si può categorizzare come hobby.
L'hobby riguarda un'attività che si caratterizza per essere specifica di un dato ambito e materia, rigorosamente circoscritto nello spazio e nei modi.
C'è chi per hobby colleziona: ma non si limiterà mai a collezionare “solamente”. Collezionerà qualcosa di specifico, possibilmente di raro.
Colleziono... francobolli del secondo dopoguerra.
Colleziono... bustine di zucchero dei bar.
Colleziono... fossili rari.
C'è anche chi per hobby pratica uno sport: ma non si limiterà mai semplicemente a “fare” uno sport. Farà corsa agonistica, tennis competitivo, calcio con gli amici, ping pong con l'amico cinese ecc ecc
Cerchiamo allora un hobby che sia il più generico possibile.
Il signor Rossi per hobby guarda la televisione. Quando non sa cosa fare accende il capezzolo di vetro e guarda che di bello c'è in tv. Tuttavia, di nuovo: il signor Rossi sarebbe una scimmia lobotomizzata, se guardasse un po' tutto, senza sviluppare uno specifico gusto.
C'è quindi chi per hobby guarda la televisione, ma il più delle volte avrà l'hobby di guardare una data trasmissione, serie tv, cartone ecc ecc
Non si può pertanto difendere la lettura come un hobby con una sua dignità, perché non è né un hobby, né un passatempo. E' un'attività che svolgiamo ogni giorno, assolutamente generale e ancora molto richiesta nel lavoro, nella vita sociale e nell'attività umana dalle piccole città alle megalopoli.
Il neonato impara a camminare, a parlare. E nei primi anni delle elementari impara a scrivere e leggere. Lo ripeto, nel caso vi fosse sfuggito il concetto: impariamo a leggere quando siamo bambini con il grembiule sporco di cibo e l'altezza di un hobbit rincoglionito.
Leggere non è qualcosa di speciale, è un requisito fondamentale della civiltà moderna.

(Norman Rockwell)

martedì 15 settembre 2015

Grandezza e caduta dell'impero asburgico (1815-1918), di Alan Sked - Leggende storiografiche e spauracchi liberali


L'uomo comune che domanda consigli su cosa leggere a proposito di quel periodo storico, che sia il medioevo, il rinascimento o l'ottocento, mette sempre in crisi il saggista più disponibile.
Non esiste un manuale che riassumi in modo esauriente mille anni di storia, esattamente come non esiste un testo sintetico a sufficienza d'abbracciare il XIX secolo, o comprendere con sufficiente rigore i meccanismi del ventesimo.
Abbisognerebbe un'intera collana, e persino così si trascurerebbero inevitabilmente informazioni importanti. In linea generale, più un libro di storia è ristretto a un argomento preciso, limitato nel tempo e nel luogo, più alte sono le probabilità che sia davvero esauriente e scientifico nel trattare la materia.
Ma il più delle volte, chi chiede consigli su un buon libro sul Medioevo risulta in realtà interessato agli ultimi tre secoli, e a quell'immagine kitsch che hanno trasmesso i romanzi ottocenteschi. Esattamente come chi chiede consigli sull'età vittoriana vorrebbe leggere un saggio sull'Inghilterra nel 1880, e vi guarderebbe con disprezzo se gli consigliaste un bel testo sull'evoluzione politica della Francia post napoleone, o sull'avventura risorgimentale.

Nel caso dell'Austria-Ungheria, neppure queste aspettative vengono soddisfatte: lungi dal volersi informare su materiale saggistico, il lettore si accontenta di leggere La marcia di Radetzky e dichiararsi “esperto” di tutto le cose “austro-ungariche” senza magari neppure conoscere la battaglia di Sadowa del 1866, e perpetuando un'infinita lista di dannosi stereotipi.
Se doveste domandarmi un buon testo sull'Austria-Ungheria, io v'indirizzerei a questo Grandezza e caduta dell'Impero Asburgico 1815 – 1918 (pubblicato nel 1989), che è invece un primo step verso degli studi seri.
In seguito alla guerra fredda, numerosi storici dell'est, emigrati in America dopo la seconda guerra e ferventi anticomunisti, recuperarono lo studio della scomparsa Austria-Ungheria in chiave nostalgica.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Hitler non avrebbe trionfato.
Se gli Asburgo non fossero caduti, allora Stalin non avrebbe oppresso le terre dell'Europa orientale.
Il contesto in cui scrive Alan Sked è proprio questo: ma tra gli apologeti all'epoca abbondanti, preferisce prendere un taglio più critico, e in tal senso ironizza spesso su chi difende Metternich contro Churcill, proponendo paragoni politici che ora nel ventunesimo secolo risuonano completamente grotteschi. Il compromesso di Alan Sked – sicuramente migliore di quello austro-ungarico! – ci permette pertanto una posizione mediata tra gli (ora) separatisti filo asburgici e i liberali che reputano e reputavano i territori asburgici la prigione di popoli sofferenti.

Nel XIX secolo, l'Impero Austriaco era il secondo stato più vasto dopo la Russia.
Nel 1848, comprendeva:

- I territori austriaci: gli arciducati dell'Alta e Bassa Austria; i Ducati di Stiria, Carniola e Carinzia; le Contee del Tirolo e di Voralberg; Gorizia e Gradisca; il margraviato d'Istria; Trieste e lo sbocco sul mare.

- I territori della Corona ungherese: Ungheria, Croazia e Slavonia; Fiume; il granducato di Transilvania; i confini croato-slavone e serbo-ungheresi.

- I territori della Corona Boema: la Boemia; il Margraviato di Moravia; il ducato dell'Alta e Bassa Slesia.

- Il regno Lombardo-Veneto.

- Il Regno di Galizia e il granducato di Cracovia.

- Il granducato di Bucovina.

- Il regno di Dalmazia.

- Il ducato di Salisburgo.

Un bel casino, neh?
Se questo vasto collage di stati e staterelli vi sembra un grande impero, non va dimenticato di sovrapporre alla cartina politica, la cartina geografica
Il collage apparirà allora ancor più variegato e bizzarro.
In linea generale, l'Austria-Ungheria era per due terzi costituita da montagne e colline, ben poco utili sia per la coltivazione che per l'industria.
Nel suo piccolo, la Boemia – una delle poche regioni fortemente industrializzate – era separata dall'Austria-Ungheria, ma collegata alla Germania tramite un efficiente sistema fluviale.
Il collegamento via mare era limitato al mare Adriatico, e per di più a un unico porto fondamentale, Trieste.
Galizia e Bucovina erano tagliate fuori dal territorio principale austroungarico da imponenti catene montuose.
Il Voralberg era collegato con la produzione tessile della Svizzera e della Svevia, ma non aveva collegamenti con i territori propriamente austroungarici.
La navigazione fluviale sul Danubio era universalmente ritenuta difficile e pericolosa, mentre Trieste stessa non aveva efficaci collegamenti ferroviari con il resto del paese – almeno fino agli anni sessanta dell'Ottocento.

La composizione nazionale era un allegro minestrone con a capo l'elemento tedesco, che verrà lentamente diluito nel XIX secolo dall'elemento slavo.
Nel 1848, Alan Sked stima su 37,5 milioni di abitanti:
  • tedeschi (8 milioni)
  • magiari (5,5 milioni)
  • italiani (5 milioni)
  • cèchi (4 milioni)
  • ruteni (3 milioni)
  • romeni (2,5 milioni)
  • polacchi (2 milioni)
  • slovacchi (quasi 2 milioni)
  • serbi (1,5 milioni)
  • croati (quasi 1,5 milioni)
  • sloveni (oltre 1 milione)
  • ebrei (750000, concentrati a Vienna)
  • mezzo milione di zingari, armeni, bulgari e greci
Come se non bastasse, Francesco Giuseppe rivendicava formalmente ex territori asburgici persi secoli prima: la Lorena, l'Alta e Bassa Lusazia, Kyburg e Hasburg e perfino il medievale Regno di Gerusalemme (!). 

Il modo migliore per comprendere la geopolitica dell'Austria-Ungheria non è di considerarla uno “stato”, quanto piuttosto un insieme di terreni di proprietà del sovrano.
Una persona qualunque colleziona nella sua stanza diversi mobili e oggetti, che conserva nonostante l'apparente diversità, perché comprati e ceduti in viaggi e disavventure. Ugualmente, gli Asburgo non possedevano uno stato, quanto piuttosto una variegata collezione di terreni, o di popoli-souvenir, risalenti a diverse epoche e diverse conquiste.
Come un aristocratico spiaggiato però difficilmente vuole rinunciare a vendere i suoi gioielli, ugualmente gli Asburgo non accettavano nell'Ottocento di sgretolare i territori di famiglia. Così di volta in volta, persino quando la situazione avrebbe permesso una soluzione pacifica a patto di perdite territoriali, gli Asburgo preferivano combattere... per conservare l'onore, ma inevitabilmente perdere.

Una composizione così variegata e complessa è il motivo per cui è tanto interessante studiare l'Austria-Ungheria: come pesci tropicali nell'acquario, studiare la storia dell'Austria-Ungheria è ammirare cosa succede quando metti troppi (pesci) popoli nello stesso territorio (boccia d'acqua). 
E' guardare dall'occhio del tempo un assurdo microcosmo di popoli ed etnie che convivono a forza, più o meno pacificamente. E sarebbe stata un eccellente lezione per l'Unione Europea studiarne i meccanismi ed evitarne gli errori: ma sembra proprio che una monarchia costituzione con un Imperatore arteriosclerotico funzioni meglio che le moderne assemblee, quando si tratta di far ragionare più popoli.
Forse – ma sto divagando – con tutti i loro difetti questi vecchi monarchi avevano più a cuore l'onore che il denaro: e qui sta tutta la differenza.

Francesco Giuseppe, foto ricolorata

lunedì 7 settembre 2015

Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, di Mike Davis


Prima di accennare al libro in questione, sono necessarie delle minime cognizioni di climatologia.
Mi scuso con gli esperti, perché sono sicuro che in quanto sto per scrivere vi sono se non delle sciocchezze, degli errori dovuti alla mia ignoranza nel campo.

Mike Davis analizza lo sviluppo di una siccità simultanea nel globo, causata dalla natura attraverso il fenomeno di “El Nino” e dall'Imperialismo occidentale attraverso i dogmi del Libero Mercato applicati in tempi di carestia sia in Africa, che in India, che in Cina, che in Brasile. 
Nello specifico questi periodi di carestia presi in esame vanno dal 1876-79 e dal 1899 al 1902
Le colonie risultano l'India Britannica, le Filippine, alcune porzioni dell'Africa, il Vietnam francese e il Brasile economicamente “schiavo” dei banchieri londinesi.
Davis inoltre, analizza la conquista sia inglese che francese esercitata verso l'Africa piegata in ginocchio dalle carestie, e l'atteggiamento della Cina drogata dalla corruzione occidentale e dall'oppio esportato dai narcotrafficanti vittoriani.
In tutti questi casi, c'è un fenomeno naturale che si fonde con un atteggiamento politico liberale per causare quanto Davis ritiene un vero e proprio olocausto verso le fasce più povere della popolazione.

Il fenomeno di El Nino prevede un riscaldamento dell'Oceano equatoriale, che assieme agli alisei funziona da enorme caldaia che smuove radicalmente di posto i sistemi climatici tropicali. 
Per un breve periodo di anni, il Nino a tutti gli effetti getta da una parte all'altra i climi d'interi continenti, ridistribuendoli radicalmente. Nel periodo di devastante siccità del 1876, vaste regioni asiatiche, africane e sudamericane teleconnesse da El Nino subirono un caldo del tutto anomalo.
Chiunque conosca un minimo la geografia dell'India saprà dell'importante ruolo svolto dalla stagione dei monsoni. Niente piogge, niente raccolti. El Nino elimina totalmente i monsoni, rimpiazzandoli con un cielo azzurro quanto la disperazione dei coltivatori. Ancor più grave, nel caso del 1876 la siccità continuò imperterrita senza interruzioni per due anni interi annientando intere fasce della popolazione. Nel frattempo, l'azione di El Nino garantiva piogge abbondanti e un ottimo raccolto in regioni solitamente riarse dell'America del Nord (!).

Nel 1877, mentre El Nino preparava la più devastante siccità che non fosse mai avvenuta in oltre duecento anni, Vittoria era incoronata Regina delle Indie a Bombay.
La rapidità con cui l'intero continente era stato inserito a forza nel sistema mondiale di trasporti&traffici inglese aveva un che' di stupefacente.
Grazie alla manodopera dei coolies indiani, l'uomo bianco aveva steso oltre 20000 miglia di telegrafo, costruito moderne strade ferrate all'europea, insediato la giustizia britannica, steso ponti laddove non c'era che natura selvaggia e ovunque promosso piantagioni intensive per l'esportazione.
Le ferrovie, costruite nel giro di un decennio, coprivano una buona porzione del continente, con 9000 miglia abbondanti di traversine e locomotive scintillanti.

Eppure, la missione civilizzatrice era distorta dalla fame di denaro delle banche e dei mercati londinesi. Una serie d'imprevedibili conseguenze scaturivano dalla modernizzazione indiana.

Le piantagioni di cotone, ad esempio nel Deccan, avevano sostituito le coltivazioni tradizionali di sussistenza, al punto che c'era carenza di cibo ancor prima della venuta di El Nino. La guerra civile americana aveva creato un'improvvisa necessità di cotone, che fino a quel momento era fornito dalle ricche piantagioni negriere del sud degli Stati Uniti. Il mercato globale aveva risposto con cotone egiziano, cinese e sopratutto indiano. Nel momento in cui la guerra finì, questi mercati finirono in bancarotta: l'Egitto non poteva più pagare i suoi debiti con le potenze europee e il contadino del Deccan divenne un contadino povero.

Il ricordo del Grande Ammutinamento a metà secolo era ancora vivo nella mente sia dei colonizzatori che dei colonizzati. Mentre i libri di storia persistono a definirlo il primo fermento di ribellione del popolo indiano, in realtà l'Ammutinamento era il canto del cigno della casta guerriera – una guerra, per così dire, nel nome dell'Ancient Regime indiano. La repressione fu brutale, persino per gli standard inglesi. I prigionieri erano legati ai cannoni e fatti esplodere in nuvole di frattaglie, interi villaggi di contadini vennero impiccati a mo' di rappresaglia. 
La tolleranza della Compagnia delle Indie, che mirava nel Settecento a conciliare tradizione occidentale e orientale, attraverso la figura del monarca illuminato comune a entrambi i popoli, scomparve. L'indologia ridivenne un hobby per appassionati, alla collaborazione con le caste subentrò un razzismo scientifico nel migliore dei casi paternalista. Per la nobiltà inglese, l'Ammutinamento aveva dimostrato l'immaturità del popolo indiano. L'indiano non era più un uomo da “civilizzare”, ma un pigro selvaggio da spremere fino all'ultima goccia. A tutti gli effetti, negli scritti successivi all'Ammutinamento, si avverte negli inglesi in India un handicap psicologico, la paura di un nuovo tradimento dei propri “servi”.

Con il passaggio dell'India alla Corona, la semplificazione amministrativa mirò a obbedire al Liberalismo selvaggio dei mercanti, più che al colonialismo positivista. I villaggi avevano tradizionalmente ampie riserve di grano da utilizzarsi in caso di carestia. Gli inglesi eliminarono queste riserve, preferendo sostituirle con risparmi monetari. 
Si recintarono le foreste, ora di proprietà di Vittoria, ma nella tradizione indù territorio comunitario per i contadini che ne ricavano legna da ardere e piccola selvaggina. Di conseguenza il contadino medio aveva sì del denaro, ma doveva usarlo per acquistare o legna, o grano (entrambi soggetti alle fluttuazioni del mercato!).

Il positivismo inglese privilegiava le ferrovie (e come dargli torto?). 
I territori aridi dell'entroterra indiano, tuttavia, avrebbero avuto bisogno più dell'irrigazione che del vapore. Nel settecento, come in Cina, i vari principati indù avevano creato una complicata rete di canali, serbatoi e recipienti per l'acqua piovana. Il sistema garantiva sempre una costante riserva di acqua. Manco a dirlo, nel 1877 grazie al disinteresse inglese verso tutto ciò che era “indiano”, il sistema era decaduto fino a diventare largamente inutile. L'acqua veniva persa, o avvelenata. Gli agricoltori giunsero a dipendere totalmente dai monsoni.

Strade moderne, ferrovie e telegrafi acuirono inoltre le fluttuazioni del prezzo del grano. Anziché regolarsi sulle necessità dei singoli villaggi, come nel Settecento, gli inglesi imponevano con la forza i prezzi altissimi stabiliti dal “libero” mercato: i contadini se volevano comprarlo, dovevano lavorare di più. Il paragone di Davis delle ferrovie come “volano dei prezzi” rende bene l'idea.



martedì 1 settembre 2015

Il piccolo mondo provinciale della Rowling: rileggendo Harry Potter e il calice di fuoco


Lo scorso agosto mi sono divertito a rileggere nel tempo libero la saga di Harry Potter. L'anno passato avevo recensito il primo volume, La pietra filosofale; quest'anno ho scelto di saltare fino al volume da molti considerato il migliore: Harry Potter e il calice di fuoco.

Possiamo levarci fin d'ora alcuni sassolini dalla scarpa ammettendo che sì, la Rowling come scrittrice in alcune cose è indubbiamente brava.
Innanzitutto, Il calice di fuoco è strutturato fin dall'inizio con un'outline progettata con accuratezza.
L'azione si sussegue senza sosta, collegando i paragrafi con uno scoppio di fuochi d'artificio di novità, sorprese e battute umoristiche. E' davvero raro incontrare una pagina che si avverta superflua rispetto alla trama, o di tentennare di fronte a un dialogo chiaramente inutile.
Tranne che nell'ultimo capitolo finale, quando la Rowling sente l'insopprimibile istinto di dover “tirare le fila”, di rado ci si annoia.
Secondariamente, pochi recensori hanno mai osservato il grande senso dell'umorismo, abilmente mimetizzato in sottofondo. 
Ron Weasley, in particolare, funziona come una macchietta comica alla Stanlio&Ollio, o se preferite come Watson con Sherlock Holmes.
Se c'è bisogno di mostrare il cervello fino di Harry, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare un comportamento adolescenziale e immaturo, la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno di mostrare il razzismo nel mondo dei maghi (es. gli elfi domestici), la Rowling utilizzerà sempre Ron.
Se c'è bisogno che qualcuno faccia qualcosa di buffo, o di disastroso (le due cose spesso coincidono), quello sarà Ron.
Manca davvero che Harry a un certo punto s'infili in bocca la pipa e declami “Magicamente elementare, mio caro Ron”, perchè il paragone con Arthur Conan Doyle si completi.
A questo proposito, è interessante notare che, come Sherlock è un asociale che non comprende il mondo quotidiano (ruolo a cui assolve Watson, con il suo atteggiamento terra-terra) allo stesso modo Harry Potter deve sempre riferirsi a Ron per comprendere il mondo dei maghi, a lui estraneo.
Il mondo “normale” di Ron è invece un mondo multiforme e cangiante per Harry, che ancora dopo tre libri si meraviglia per le bizzarrie dei normali maghi. In questo, Ron svolge il ruolo dell'uomo comune che guida il “genio” a disagio con le cose di ogni giorno. O se preferite, Harry è l'aristocratico inglese che non sa inserirsi nel mondo borghese, mentre Ron è il fedele servitore che sa ordinare cibo&birra alla locanda e chiamare la carrozza. Questo è il genere di paragone che viene solitamente evocato nella relazione tra Frodo e Sam; con i dovuti distinguo funziona bene anche passando dal mondo di Tolkien al mondo della Rowling. Comune anglofilia...
Di sfuggita, possiamo anche notare che Neville Paciock funziona in questo punto della saga come pura caricatura di Ron: errori e goffezza che sono presenti nel primo, appaiono moltiplicati nel secondo. Va da sé che l'unico scopo di queste scene è far progredire il vero eroe, cioè Harry.
Bisogna tuttavia ammettere che la trama è strutturata davvero bene. Ogni nodo narrativo, e ogni colpo di scena lo si passa al pettine nel convulso finale, e c'è una buona alternanza tra scene umoristiche e scene d'azione. Certo, nulla di straordinario, il peggiore Jeffery Deaver saprebbe offrirvi un finale a sorpresa dieci volte più complesso.
Resta però, che nell'attenuante dei libri precedenti, e dell'etichetta di “letteratura per l'infanzia” (1), la sceneggiatura architettata dalla Rowling è notevole.
L'evento della Coppa del Mondo, ad esempio, prevede una sequela di eventi l'uno più incredibile dell'altro: la tensione cresce già all'arrivo del primo gufo a casa Vernon, per svilupparsi a casa Weasley, per “scoppiare” nell'imprevisto assalto dei Mangiamorte, a cui fa seguito il confuso inseguimento nel bosco.
Il torneo Tremaghi, dal suo canto, determina l'intero andamento del romanzo: vi sono picchi di tensione nei capitoli dedicati alle tre prove, e una cauta costruzione dell'ansia e della paura di Harry Potter nei capitoli d'intermezzo. A questo proposito, le magie della Rowling sono un utile asso nella manica: non avendo mai descritto il principio di funzionamento della magia, può inventarsi le più strambe corbellerie, e usarle per riempire quei piccoli paragrafi di collegamento altrimenti noiosi.
A tutti gli effetti, il romanzo ha un andamento sinusoide, che serpeggia su e giù a seconda che Harry sia in pericolo o meno.

In origine la copertina italiana del 1998 per Harry Potter e la pietra filosofale non aveva né gli occhiali, né la saetta!
Si cercò di rimediare all'(o)errore in tutta fretta...