mercoledì 26 novembre 2014

Intervista a William Gibson dal Paris Review (estratti)



Giudicare la coppia William Gibson&Bruce Sterling è affare difficile.

Sia chiaro che adoro entrambi, a loro modo: Neuromante alle superiori fu tra le mie letture preferite, sebbene abbia sempre prediletto nel cyberpunk il tema del corpo artificiale rispetto all'epica del cyberspazio. Forse proprio perché nato tardi, quel suddetto cyberspazio si stava presto rivelando un affollarsi di banner pubblicitari, multinazionali più pigre che cattive e forum dai moderatori, quelli sì, tirannici. Rispetto alla realtà virtuale, il cyberpunk “corporale”, legato al sogno-incubo di rimpiazzare, modificare e plasmare il proprio corpo come si desidera, rimane attuale.

Deus ex: Human revolution E' cyberpunk, ma E' attuale. Neuromante invece appare ora come un'anticaglia retrofuturista, e sempre per mia personale opinione, Blade Runner ormai è bello proprio in virtù del vecchio che vi alberga: le architetture vittoriane, gli edifici ciclopici, l'affollarsi di loghi e richiami a un futuro che s'immaginava, ma non si è mai avverato, se non nei suoi aspetti peggiori.

Continuo inoltre a simpatizzare maggiormente con i protagonisti cyberpunk che con le sagome di cartapesta della Golden Age del secondo dopoguerra. Stringerei volentieri la mano a Case di Neuromante, ma storcerei il naso davanti all'impettito (e francamente imbarazzante) "Johnnie" Rico di Fanteria nello spazio, di Heinlein. 
Asimov lasciamolo pure nel suo reliquario, e così pure i vari Dick della Fanucci, grazie.

William Gibson mi è sempre sembrato il migliore, quando si tratta di puro stile di scrittura. 
Sono entrambi autori ampollosi, a loro modo, molto barocchi, ma Sterling senza dubbio fa maggiore difficoltà a trasportare su carta le proprie idee. 
Leggete il saggio di Sterling “Parco giochi con pena di morte”. O una dei suoi tanti blurb, rant e/o riflessioni. Rimarrete stupiti dall'acume del personaggio, dalla capacità di cogliere mutamenti in corso che l'élite modaiola e demente dei techno-guru della Silicon Valley si ostinano a mascherare. Non ci sono peli sulla lingua, quando parla Sterling. E' tutto lì, discutibile e polemico, ma senza dubbio sincero, anche nei profondi entusiasmi.

Gibson invece l'ho sempre considerato come lo scrittore “alto”. 
Ovviamente non lo è, e lui non si definirebbe mai così, ma tra i due quando si tratta d'avvincere il lettore primeggia chiaramente. C'è un fondo di poesia che i recensori odiano, ma che rende i suoi romanzi innegabilmente tecnologici, senza tuttavia perdere umanità. 
Potremmo dire che Sterling ha le idee e Gibson i versi con cui metterle su carta.

Gibson è meno un personaggio pubblico del suo collega, ma di tanto in tanto rilascia interviste. 
E' il caso di questa lunga chiacchierata del Paris Review The Art of Fiction 211, dove ripercorre vita, morte&miracoli della sua carriera dagli anni sessanta a ora.
Alcune notizie saranno note, come lo spunto per scrivere Neuromante da una sala giochi, l'amicizia con Shirley ecc ecc Altre riflessioni tuttavia meritano una traduzione, perché eccezionalmente interessanti. Rivelatorio in particolare il continuo rimando ai Vittoriani, ormai considerati sia da Gibson che Sterling ottima pietra di paragone del ventunesimo secolo. Consolante inoltre come Gibson non usi un'outline, ma proceda di revisione in revisione, con un lento lavoro di cesellatura. 
E come negare il carattere di “irrealtà” del mondo attuale? C'è troppa fantascienza, questo è il vero ostacolo per chi voglia scriverne. Nessuna distopia aveva previsto un simile disastro, né le fantasie maggiormente fervide previsto un clima geopolitico tanto incasinato.
Dopo aver constatato che il cyberpunk è diventato una realtà positiva, possiamo paradossalmente chiederci se non sia il caso di ritornare a scrivere fantascienza ottimista. Dopotutto, raggiunto il fondo del barile si può solo risalire... O continuare a scavare (sic).






Valgono come sempre le solite avvertenze quando si tratta di traduzioni: imperfette, letterali quando dovrebbero essere libere, libere quando dovrebbero essere letterali, ecc ecc La lettura del (grosso) testo in originale è ampiamente consigliata.

lunedì 24 novembre 2014

Vivi la tua vita, non sprecarla davanti al computer


Credo sia nel momento in cui ho frequentato per la prima volta una lezione d'informatica alle elementari, su dinosauri con nient'altro che Paint e programmi Word, che ho sentito per la prima volta la leggenda metropolitana dell'uomo che sta troppo al computer.
Secondo questa variopinta leggenda, intere generazioni (specie maschili) di giovani smarrisce la Retta Via del Signore perdendo troppo tempo a lavorare sul computer. E' un motivo ricorrente, per l'appunto, dagli anni novanta come minimo, ma lo si può far risalire a molto più in là.
La leggenda di solito parte con una narrazione di tipo autobiografico: lo sfortunato soggetto, ovviamente anonimo, racconta singhiozzante una vita sprecata sul computer.
Poteva correre sui prati a raccogliere fiorellini e danzare con Heidi.
Poteva entrare in una prestigiosa azienda e diventare manager, capo aziendale. Prestigioso dirigente alto-borghese.
Poteva afferrare l'opportunità della vita e fare un viaggio intorno al mondo, alla scoperta di meraviglioso luoghi esotici e gente fantastica: Caraibi, Iran (ah no, loro non vanno bene!), Sud America (loro nemmeno), Corea del Nord (orrore!), Papua, Nuova Guinea, Cambogia, sapete, quei luoghi lì. Magari su una barca a vela, intrepido in un' avventura nel mondo reale.
Poteva – diamine, me ne stavo scordando – scoprire l'amore della sua vita, sposarsi, fare tanti figli e vederli crescere amorevolmente con zero opportunità lavorative, aspettative peggiori dell'Unione Sovietica post-crollo e una criminalità dilagante. Invece che spegnere il suo amore a colpi di fazzoletto davanti al triste schermo di un Pc.
Poteva, insomma, diventare una persona di successo, perchè è noto: tutto è possibile se si possiede forza di volontà! Si può diventare tutto, ma quel tutto deve per forza identificarsi nel successo, e quel successo nel successo economico e quel successo economico nell'esacerbare, distruggere e rovinare altri tuoi sottoposti. 
Ma sorvoliamo su questi dettagli insignificanti ed esaminiamo piuttosto quante cose poteva diventare quest'uomo. Non vi piange il cuore, lettori? Sniff, sniff! Un produttivo cittadino dello Stato sprecato in tal modo. E tutto perché stava troppo sul computer.

Un cittadino maschio, bianco, benestante, e terribilmente viziato. Che diamine hai da deprimerti?
Ora, credo sia necessario sottolineare un primo punto debole della leggenda metropolitana.
Nessuno infatti si premura mai di sottolineare cosa facesse, l'uomo sul computer.
Giocava a Wow? (Probabile).
Chattava su Facebook (E su cosa? Per cosa? Quando? E perché l'argomento del chattare dev'essere per forza basso? Può anche essere che chattasse di qualcosa d'importante, no?).
Cos'altro faceva? Ovviamente, non viene detto. L'importante è che il singhiozzante colpevole dichiari che perdeva tempo perché stava sul Pc, e così si è perso le meravigliose, fantastiche opportunità della vita. Passava giorno dopo giorno trascorrendo il suo tempo sul Pc, o meglio al Pc, ma la grammatica di queste leggende è sempre confusa, capirete, l'emozione... il nostro lamentoso eroe, in vena di queste auto-confessioni calviniste, racconta come passasse settimane e mesi ad aspettare un momento, un segno. Qualcosa che dall'esterno cambiasse la sua vita. Invece, da vero self made man, avrebbe dovuto attivarsi, diventare qualcuno. Perchè si può diventare tutto, a patto che quel tutto sia un uomo di successo, e che quell'uomo di successo sia... Mi sto ripetendo.

venerdì 21 novembre 2014

Crowdfunding italiano tra Prussiani e Fantasy rinascimentale


Viviamo un momento di stanchezza nelle produzioni internazionali di Kickstarter, e in generale nel crowdfunding. Ho sempre seguito le produzioni di videogiochi e wargames, quindi mi limito a giudicare quell'area di solito fruttuosa. A partire dalla primavera del 2014, il numero di backers e la generale qualità dell'offerta si è abbassata drasticamente. I clienti sono più diffidenti, le donazioni faraoniche (500, 1000 euro...) raramente sono prese in considerazione.
E' un bene? In realtà sì. I progetti di uno, due anni fa sono ancora in progressione e considerando i lunghi tempi di fabbricazione, gli aficionados di Kickstarter preferiscono prendersi un periodo di pausa. Dal controverso, ma oggettivamente bellissimo Kingdom Death alle miniature punk della Raging Heroes e di tanti, tanti altri le soglie di completamento si sono allungate e i clienti hanno maturato una certa diffidenza verso promesse vaghe e fumose.
Viviamo la fase Post Kickstarter, dove si preferiscono progetti piccoli e ridotti, e dove gli stretch goals cominciano a venire articolati con soglie piuttosto frequenti, spesso collegate – ed è una tattica che consiglio molto – al numero di likes su Facebook o alla raggiunta di un certo numero di condivisioni.

Al contempo, un bel po' di progetti italian made stanno finalmente entrando nella mischia. 
Come avevo già sottolineato un mese addietro, non c'è alcuna ragione perché in Italia il crowdfunding “non funzioni”. L'idea di una presunta, maggiore generosità del popolo americano contrapposto alla tirchieria italiana è tanto ridicolo che si squalifica da sé. 
Gli italiani vogliono donare, lo fanno anzi! Ma spesso l'ostacolo vero è qui, non dispongono dei mezzi materiali per farlo. Sia perchè, non fa male ricordarlo, non siamo negli anni di crescita economica del 60' sia per una martellante, continua campagna negativa della televisione. 
Il messaggio che viene trasmesso ogni giorno, ogni singolo momento da oltre un decennio a questa parte recita che acquistare online è pericoloso, che possedere una carta di credito è difficile, che navigare su Internet espone a innominabili pericoli. L'unico, certificato utilizzo della Rete sembra consistere proprio in una Internet rigida e televisiva, dove la visione passiva di canali Youtube si sovrappone senza continuità alla Rai e dove i recinti dei Social network sostituiscono il baretto sotto casa, in tutti i suoi aspetti negativi: gioco d'azzardo, sessismo e lamentevoli piagnucolii. 
Intanto quelle che sono le reali potenzialità di Internet vengono tacitate, messe sotto banco: lasciate ammuffire nell'andito.
In realtà, sia per Kickstarter che Indiegogo, gli unici noiosi procedimenti che vi si richiedono consistono nell'iscrizione e nella registrazione di una carta di credito che nel novanta per cento delle volte consisterà nella vecchia Postepay. Nonostante le Poste mettano a dura prova la pazienza dell'uomo più paziente del mondo, possedere una Postepay non richiede un gran numero d'incartamenti e difficilmente vi verrà hackerata. 
A meno che non rientrate nei folli che alle Poste ricaricano la Postepay di mille euro e oltre, vi limiterete a inserirci quanto basta per gli acquisti prefissati, senza eccedere. Dovesse succedere anche il peggio e la vostra carta venisse hackerata perderete, boh? Dieci euro? Cinque? 
E siete forse tanto preziosi, i vostri dati tanto importanti? 
La miglior difesa dalla privacy è la constatazione sconsolata che le vostre informazioni biografiche non interessano a nessuno, se non agli spammer. Non siamo Obama, non siamo né presidenti, né ministri, né militari. 
Siamo solo backers, cittadini-clienti che difficilmente interessiamo a qualcuno.



lunedì 17 novembre 2014

Who Will Save the World? e Silence of God, della BookMaker Comics


Attualmente, grazie alla sempre maggiore potenza dei nostri dispositivi elettronici, possiamo permetterci una lettura trasversale. Cioè, posso comprare un libro cartaceo, e trovarvi allegato il codice per scaricarlo in formato ebook, e a sua volta posso leggere l'ebook sia sul tablet, disteso sul letto, che sullo schermo del portatile, che ancora! 
Sullo smartphone, sul Kindle, sul lettore mp3...

Invece che scegliere d'infognarsi nel discorso trito e ritrito se leggere su “carta” sia più autentico che leggere “sullo schermo”, occorrerebbe piuttosto esaminare quale diverse sensazioni derivino passando da supporto a supporto. 
E' chiaro per chiunque abbia dovuto leggere lunghi testi sullo schermo del pc quanto la struttura di base condizioni la sovrastruttura. Un ebook formattato per Amazon per forza di cose verrà letto meglio sul Kindle che sul portatile, nonostante i servizi dedicati per ogni piattaforma. Allo stesso modo, leggere un testo su un libro di carta anziché su un rotolo di pergamena risulta molto più comodo; e ugualmente un rotolo di pergamena risulta pur sempre più gradevole di una tavoletta di argilla, o di un incisione nella pietra. Il supporto si evolve a seconda della sua comodità di utilizzo, ma senza che il supporto “vecchio” venga automaticamente svalutato. 
Leggere su un Kindle non è peggio e/o meglio, che leggere su carta. 
Sono semplicemente esperienze diverse, ma sullo stesso piano. 
Nulla vieta di sperimentale tutte.

Possiamo applicare lo stesso discorso ai fumetti? Sì e no.
Se per i romanzi e in generale la parola scritta, il passaggio di supporto in supporto non ne inficia il contenuto, per i fumetti la questione è diversa: colori e disegno – o meglio l'intervento dell'immagine – modificano l'esperienza radicalmente e a volte possono peggiorarla.
I fumetti rendono sul tablet, ma non sul computer. E sulla carta restano ancora imbattuti.

Questo per giungere con le mie solite, contorte introduzioni ai due fumetti di cui volevo parlare oggi: Who Will Save the World e Silence of God #1, della piccola casa editrice Bookmaker Comics.
Acchiappati a Lucca tra qualche titubanza sono rimasto stupefatto dalla qualità dei disegni, del tratto e dei colori. 
Ne parlavo già nell'articolo su Lucca, sono impressionato.
Ritorna il discorso che provavo ad accennare: il supporto fisico modifica radicalmente l'esperienza, e specie nel caso dei fumetti la migliora. In entrambi i casi la parte del leone è infatti svolta dall'artista Cardoselli, autore che conoscevo già dalla lettura dell'Heavy Metal Magazine
Ma quanta differenza, dalle scans e dalle versioni digitali guardate sul portatile! 
L'impatto è completamente diverso, non ho mai sperimentato una spaccatura così profonda.


venerdì 7 novembre 2014

Due etti di Lovecraft, mezzo chilo di S.T. Joshi e un pizzico di Pietro Guarriello, grazie


Giudicare la qualità di un saggio è affare difficile. 
Esistono molti, troppi saggisti che conoscono l'argomento ma non sanno esporlo, confezionando così trattatelli insipidi e insulsi. Esistono al contrario pubblicisti e scrittori che possiedono le necessarie doti per accattivarsi il pubblico, ma che per forza di cose non vogliono usare gli strumenti necessari per un lavoro scientificamente valido
E' una considerazione valida in particolare se ci spostiamo dal campo scientifico a quello umanista. Quanti critici usano la penna con la delicatezza di una vanga per contadini? E quanti scrittori e/o giornalisti mettono assieme discorsi impeccabili ma contraddetti dalla realtà oggettiva di fonti e documentazione?

Nel caso della saggistica su Lovecraft, credo che ci si debba porre il problema.
L'unica infatti biografia che ho trovato su Lovecraft in italiano è “Contro il mondo Contro la vita” di Houellebecq, che per quanto impeccabilmente scritta è carente sul piano di fonti e documentazione. Houellebecq in sostanza rimane un bambino narcisista, che qualunque sia l'argomento non resiste a parlare di sé e dei suoi problemi. Azzeccata in alcuni punti, la biografia mi è parsa fin troppo falsa quando sono passato a leggere S.T. Joshi.
A Dreamer and a Visionary: H. P. Lovecraft in His Time era esattamente quello che cercavo: un lavoro imponente ma fluido sulla vita di Lovecraft dalla genealogia agli ultimi giorni in ospedale. Joshi non passa sopra nessuna questione, né cerca perversamente di esaltare certi aspetti di Lovecraft a scapito di altri: lo sforzo mira sempre a mostrare un Lovecraft “umano” che cambia idee, fedele a certi suoi principi senza risultare fanatico. Un inglese abbordabile completa un'opera che mi ha accompagnato per una settimana di letture, mentre navigavo sempre più a fondo nella mente del Solitario di Providence. Le 422 pagine dell'opera costituiscono in realtà l'edizione ridotta e condensata se confrontate con H.P. Lovecraft: A Life (704 pagine!) o ancor più I Am Providence. The life and Times of H.P. Lovecraft (1200 pagine!).
Avevo involontariamente pescato la pagliuzza corta...

Con la fiera di Lucca Comics ho continuato la ricerca, comprando “Parola di Lovecraft. Tutti gli scritti autobiografici del maestro della letteratura fantastica.” a cura di Pietro Guarriello.
E' un saggio piuttosto breve, di centocinquanta pagine, che presenta un'esile successione delle diverse autobiografie scritte da Lovecraft nel corso della sua vita. L'opera è accompagnata da qualche foto e una doppia prefazione, scritta nel primo caso da Gianfranco de Turris e nel secondo da S.T. Joshi.
In realtà, per quanto valide (ci mancherebbe!) aggiungono poco alla sostanza del saggio. La vera gemma sono invece il sistema di annotazioni e bibliografia in coda al libro, curate all'inverosimile da Pietro Guarriello.

Lovecraft che parla di sé stesso in via “ufficiale” (ed escludendo dunque le lettere) può risultare un compito piuttosto difficile. Oltre che una comprensibile riluttanza, il Solitario esibisce una fortissima umiltà, che spesso e volentieri sconfina nel masochismo puro. Se c'è un fattore accomunante in queste biografie è un'auto-denigrazione schiacciante, una fiducia nelle proprie capacità pari allo zero virgola infinito.
Proprio per questo motivo, le biografie ufficiali, dove Lovecraft parla di sé, sono poche e stringate.
Si passa dal conservatorismo sdegnoso della gioventù – Breve autobiografia di uno scribacchino – al paganesimo scientista di Confessioni di un uomo privo di fede, per approdare alla mediazione stanca di Alcune notazioni su una Non-entità.
Per quanto tutte interessanti, senza dubbio Confessioni di un uomo privo di fede risulta la maggiormente pittoresca. Lovecraft ripercorre con affetto la sua infanzia, dalla scoperta delle Mille e una notte, allo stimolo incredibile del paganesimo classico di Age of Fables, di Bulfinch, all'approdo nostalgico nel XVIII secolo per lui autentica età dell'oro (e ammettiamolo: non aveva tutti i torti...).

La madre spesso bistrattata in molte biografie, incoraggiò tuttavia molto le attività del figlio, permettendogli ad esempio di vestire da arabo...

Negli anni successivi aggiunsi alle mie credenze sovrannaturali le favole dei Grimm e le Mille e una notte; e prima dei cinque anni, a dire la verità, avevo poca scelta tra queste speculazioni, sebbene per attrattiva preferissi le Mille e una notte. Una volta allestii una collezione giovanile di ceramiche orientali e objects d'arts, proclamandomi un devoto musulmano e assumendo lo pseudonimo di “Abudl Alhazred”.
Nome come intuiranno gli appassionati con futuri, terrificanti riutilizzi...
Ma non tardò molto prima che Lovecraft scoprisse l'Odissea e l'affascinante mitologia greco-romana. Fu il momento di una conversione non solo infantile, ma intellettuale. La principale fonte per Lovecraft era The Age of Fables, or Beauties of Mythology, di Thomas Bulfinch, pubblicato nel 1855. L'aspetto veramente divertente della faccenda, come notano Guarriello e S.T. Joshi nelle note a piè di pagina, sta nella dichiarazione di Bulfinch nella prefazione:

Le religioni dell'antica Grecia e Roma sono estinte. Le cosiddette divinità dell'Olimpo non hanno un solo fedele tra gli esseri umani.
In barba a tutto ciò, Lovecraft intanto dimostrava con infantile cocciutaggine che un credente ancora respirava...

A sette-otto anni ero un autentico pagano, talmente ebbro della bellezza della Grecia che acquisii una credenza sincera negli antichi dei e negli spiriti della natura. Ho davvero costruito altari dedicati a Pan, Apollo, Diana e Atena, e al tramonto ho tenuto gli occhi ben aperti per scorgere driadi e satiri nei boschi. Una volta ho persino creduto d'aver intravisto alcune di queste creature silvane danzare sotto le querce d'autunno (…)

martedì 4 novembre 2014

Una magnifica bolgia. Lucca Comics 2014


E' la terza volta che mi reco al Lucca Comics and Games, e per la terza volta constato la mia disorganizzazione. Lo scorso anno riuscii ad azzeccare l'albergo, un B&b che per quanto lontano dalla stazione offriva una colazione continentale piuttosto sostanziosa. Il treno di ritorno tuttavia, tra cancellazioni e ritardi, diventò un incubo su rotaia che stento a dimenticare.
Quest'anno, sia il viaggio di andata che di ritorno, è filato liscio e tranquillo, ma è stato il B&b a fregarmi. Col senno di poi io e il mio pard avremmo dovuto controllare con maggiore attenzione, ma eravamo a inizio settembre, i tempi stringevano e avevamo controllato già altri 5 B&b a Pisa con l'usuale risposta: “tutto prenotato”. L'alternativa sarebbe stata il Victoria Hotel, una magnificenza per rampanti inglesi colonialisti che tuttavia a 500 euro a notte era piuttosto lontano dal mio budget di (pseudo)guida turistica... E infatti il B&b scelto si è rivelato un totale bidone; dalla colazione magicamente trasformata in buoni pasto all'osteria di fronte, allo scaldabagno difettoso, al giardino in realtà garage e “locale pompe”. 
Se non altro il calore (umano e letterale) della gente del luogo ha evitato brutte ripercussioni.
Ho verificato amaramente ancora una volta la differenza di modi e atteggiamenti che passa tra Pisa-Lucca e Trieste. Molti non hanno coraggio di dirlo, ma la verità è che non c'è confronto tra un barista triestino e un toscano. Il primo ti accoglierà in malo modo urlando un “Coss'ha lavvoll!!” nel momento stesso in cui lo saluti, il secondo ti accoglierà con una gentilezza di modi che ti pare sospetta, fino a quando non realizzi che è la normale cortesia del mondo di fuori.
E' per questo non sono sinceramente riuscito ad arrabbiarmi col gestore dell'albergo per il trattamento ricevuto: alla fine quant'ho lo perso in comodità l'ho recuperato in educazione.

Il vostro magnifico blogger a destra, presso una delle sue località di villeggiatura preferite.
Ma passiamo al Lucca Comics.
Quest'edizione – 2014 quasi 21 anni! – è trascorsa magnificamente. 
Il tempo era perfetto, caldo senza risultare lezioso, l'organizzazione buona.
Non ha funzionato molto bene l'impianto delle biglietterie, che per quanto allargate non hanno visto reali miglioramenti dall'altro anno. Decisamente superlativo invece il sistema del Japan Town – il 31 era visitabile in piena tranquillità e gli stand erano (quasi) vivibili. Abbattere il vecchio Japan Palace è stata una decisione rinviata con troppo ritardo; quel luogo per quanto affascinante era ormai diventato ingestibile. La nuova area del parco, fatta eccezione per il blasfemo padiglione San Francesco Japan, mi sembrava contenere bene i visitatori e offrire un'ottima cornice di verde e fontane. Di una tranquillità zen nonostante la folla, è stato un momento di respiro più che benvenuto.

Degli stand che ho visitato, l'accoglienza presso la Bookmaker Comics è stata particolarmente calorosa. Tra una chiacchierata e l'altra sono rimasto stupito dalla qualità dei disegni dell'ottima mano di Stefano Cardoselli, che silenzioso e vagamente minaccioso ha firmato i miei due albi mentre chiacchieravo col responsabile sul futuro del mitico Heavy Metal Magazine. I due fumetti che ho preso – Silence of God e Who Will save the World? – meritano senza dubbio una recensione perché volutamente, caparbiamente lontani dal minimalismo indie che piace tanto alla Bao Publishing.
Sono invece disegni sanguigni e violenti, dai tratti esagerati e schizzati. Roba per donnuomini duri.

Presso lo stand della Comma 22 ho afferrato una copia di Alice In Sunderland, di Bryan Talbot, edizione tradotta. 
Di solito odio le cascate di aggettivi ma lasciatemelo esclamare: stupendo, stupendo, stupendo! L'intreccio di Alice, Sunderland e storia vittoriana confluisce in una sceneggiatura volutamente anarchica, dove alla bellezza delle tavole non viene disgiunta la bellezza delle parole. Talbot si autoritrae, l'intero volume può venir letto come un'opera teatrale trasposta in fumetto e ci sono tanti di quei capovolgimenti e arricciamenti nella struttura narrativa che viene il mal di testa.
Meta-fumetto pantagruelico e ambizioso. Talbot non delude mai!
Piccola delusione che lo stand della Comma 22 fosse letteralmente circondato dalla marea bovina dei webcomics e sopratutto della Bao Publishing, che ovviamente arraffava ogni possibile cliente.
Continuerò tenacemente a supportarli, e al diavolo invece Drizzit, ormai interminabile via di mezzo tra Telenovelas, fan fiction e strizzate d'occhio a nerd porcelli (l'offesa è voluta).

Dei grandi rimpianti annovero sopratutto i segnalibri di Vaporteppa, che già il 31 erano attorniati da folle di clienti. Avrei volentieri comprato “Che Vita di Mecha” visto il blurb del Duca di Baionette, ma ho preferito non spintonare. Un'altra perdita ingente è stata mancare Kingsport Festival, l'ottimo gioco da tavolo di cui avevo scritto diverse riflessioni prima della sua uscita. Sabato il padiglione dei giochi era sul filo dell'ingestibile, nonostante la gentilezza di tutti, clienti e negozianti.

Il Commissario Politico! :D
Spostandoci ai giochi da tavolo, un'affannata (e a tratti frenetica) spiegazione di Dungeon Storming mi hanno condotto a comprare le due scatole del gioco. E' un dungeone volutamente vecchio stile, dalle meccaniche stupide ma divertenti. Usi miniature in 15 mm deliziose, che ricordano gli albori della Games Workshop a fine anni 70'. Mi ha ricordato Diablo perché essenzialmente per levellare devi raccogliere un sacco di Loot, uscire dal labirinto, potenziarti e tornare nel dungeon, dove i mostri saranno tornati a respawnare. Ne riparleremo, perché sembra approderà sul crowdfunding, dopo il positivissimo risultato a Lucca...