martedì 30 settembre 2014

Tokyo vintage degli anni Sessanta


A mo' di consolazione dopo essere stato splatter(osamente) segato a un esame di qualche giorno fa, sono ricascato nella mia attuale dipendenza di rigatterie&negozi polverosi.
Stavolta, dopo aver inutilmente scavato tra cumuli di harmony, mi sono messo a sfogliare alcuni old but gold National Geographic, finendo per comprare il numero di ottobre del 1964.

Avrete già intuito guardando la copertina qui esposta quale fosse il mio interesse: il Giappone degli anni sessanta. Le Olimpiadi del 1964 vennero per la prima volta tenute nel Giappone del secondo dopoguerra e rappresentarono uno sforzo erculeo per il popolo giapponese, in termini di infrastrutture e servizi. Appena nel cinquanta era iniziata la ricostruzione e nonostante le catene di aiuti post-bellici, il paese era un cumulo di macerie insanguinate. Senza citare il (doppio) bombardamento nucleare, ogni città era stata capillarmente devastata e il fulcro della gioventù giapponese era morta in guerra, sia negli attacchi kamikaze che difendendo la costellazione di isole-colonie conquistate negli anni trenta: Filippine, Guam, Isole Marshall, Isole Caroline...

Dì lì a dieci anni, seguì una ricostruzione tanto rapida quanto tecnologicamente fantascientifica. Il boom economico schizzò alle stelle, mentre il paese superava nello slancio della ricostruzione ogni altro concorrente.  l'Europa né l'America nonostante l'impressionante ricchezza di quegli anni potevano vagamente competere con il nuovo colosso asiatico. Una crescita tanto più impressionante se si considera che a differenza dei paesi occidentali il Giappone continuò pervicacemente a restare paese leader fino agli anni novanta. Opere razziste come "Sol Levante" qualificano bene la paura degli Stati Uniti che un'altra potenza minacciasse il suo primato consumista. Le destre xenofobe europee di quegli anni parlano chiaramente infatti dei maledetti "nani di Tokyo" che detenevano 3/4 del mercato azionario. Negli Stati Uniti si preparava una nuova offensiva: scomparso lo spauracchio comunista, c'era necessità di un nuovo nemico e solo il crollo economico del colosso giapponese (crollo in realtà relativo se comparate ad altre crisi) impedì una nuova campagna diffamatoria. Se al momento l'odio è verso i "maledetti musulmani" e non verso "i maledetti musi gialli" dipende abbondantemente da scelte a priori. D'altronde, non va dimenticato che lo shintoismo rimane una religione pagana, per forza in violento contrasto con la mentalità americana. Ateo o cristiano, fa poca differenza: la mentalità statunitense resta rigidamente monoteista e astorica, con tutto ciò che ne consegue.

Tenendo ciò bene presente, non deve sorprendere che l'articolo preso in esame sia alla fin fine un gustoso confronto tra una mentalità americana razzista, dove il reporter liquida le conquiste giapponesi come pure imitazioni e a contraltare un altrettanto razzista mentalità giapponese, dove le conquiste edilizie e ingegneristiche sono tanto strombazzate da dare l'impressione di un inferiorità in altri campi...
Il meglio lo si raggiunge già nell'introduzione, dove la notizia del boom economico procede di pari passo con un'ostinata enumerazione di dati tecnici:

Il giovane giornalista giapponese sapeva un sacco di cose e non vedeva l'ora di aiutare.“ Tokyo” disse “E' ora la più grande città del mondo – 10 milioni e mezzo di persone”Annuii. “ Sì, lo so. Le guide turistiche lo dicono. Ho preso nota, infatti”Il mio amico girò una pagina del suo libretto d'appunti. “ Tokyo ha ora 8,488 ponti, per lo più di pietra o di cemento,” disse.
“Sono felice di sentirlo,” risposi “La guida turistica non lo diceva. Cos'altro hai nei tuoi appunti?”Il mio amico girò un'altra pagina. “Gli abitanti di Tokyo in una normale giornata” – prese un ampio respiro – “mangiano 6 milioni di libbre di riso, 3.5 milioni di libbre di pesce, leggono 21 diversi giornali, comprano 6 milioni di biglietti del treno, aumentano la popolazione di 460 persone, commettono 641 crimini.” Fece una pausa. “E hanno 25 incendi e tre terremoti.”“Questa non è esattamente una normale giornata per una sola città!” Dissi. Scosse la testa.
Tokyo non è una città. Tokyo” S'interruppe alla ricerca della parola giusta – “Tokyo è un'esplosione”.



venerdì 26 settembre 2014

Domani. Cronaca del contagio, di Massimo Spiga


Domani. Cronaca del contagio è un romanzo di Massimo Spiga, prodotto mediante la sua casa editrice, la Heisenb3rg Studio (che per bizzarre assonanze continua a ricordarmi una fabbrica di birra...) Sono venuto a conoscenza del sito e del romanzo attraverso una segnalazione ultrarapida del Blog del Dr. Manhattan, e avendo fame di cervelli di horror zombiesco ho deciso di provare qualcosa di diverso, dalle produzioni più blasonate.

Andrea Malerba, nomen omen, è l'assistente di una troupe televisiva intenta a girare un servizio contro le centrali nucleari a Belene, in Bulgaria.  Il protagonista, introdotto dalla prima persona, chiarisce fin da subito la sua situazione: un disoccupato, un geek drogato che già nelle prime pagine trafuga erba in aereo attraverso una finta sigaretta elettronica. 
In un flashback toccante, Malerba rievoca un'adolescenza anni Novanta fanaticamente alla ricerca di nuove sensazioni e nuove frontiere. Tra un'occasionale strizzata d'occhio nietzschiana e riferimenti alla cultura pop, Andrea Malerba rappresenta il perfetto esempio del trentenne disilluso e sfasciato, colpito dalla crisi economica nel momento stesso in cui concludeva una laurea già inutile in partenza. A salvare un protagonista troppo caricaturale, viene in soccorso una certa coglionaggine di Malerba, che oscilla tra slanci di eroismo ingenuo e manie infantili. 
In questo senso riuscitissimo appioppargli come spalla/ damsel in distress/ concorrente Laura Bukhalov, una zingara sedentarizzata che funziona da seconda protagonista. Laddove Malerba ha un "curriculum lungo quanto il braccio" che tuttavia si risolve sempre in monologhi interiori senza risultare utile, Laura sa il bulgaro, l'inglese e l'italiano e a tutti gli effetti è la controparte "pratica" di Malerba. E' Laura a essere in odore di promozione, è Laura a essere in amicizia con la leader della troupe televisiva. Il rovesciamento è chiaro: la laurea in epistemologia non vale nulla mentre le conoscenze alla buona della zingara svolgono un ruolo fondamentale. Tuttavia, questa scissione tra teoria e pratica si traduce anche nelle scelte morali del romanzo: sebbene Malerba sia un drogato, non cessa di cercare di fare “la cosa giusta” mentre Laura ricerca la mera sopravvivenza a ogni costo.
Non a caso il ruolo di Malerba nelle prime pagine è solo di trasportare l'attrezzatura televisiva da un luogo all'altro, né più né meno un animale da soma, quasi un cammello che simmetricamente corrisponde infatti allo primo stadio dell'Oltreuomo secondo Nietzsche.

La mia generazione è l'ultima in classifica. Non è sempre stato così. Nati negli anni di piombo, siamo cresciuti nella furia visionaria dei 90'. Abbiamo imparato a parlare con le macchine ancora prima di farlo con gli umani, e con le macchine, interconnesse tra loro, ci hanno portato ovunque e mostrato ogni cosa. L'immaginario pop è stata la nostra unica e vera religione. I suoi sacramenti sono stati videogames, giochi di ruolo, libri e fumetti: il vecchio Cristo ammuffiva su una croce, mentre il nostro dormiva sogni simili alla morte nella città sommersa di R'Lyeh o gonfiava i muscoli marchiati dalle sette stelle di Hokuto...

La partenza del romanzo è dunque mainstream e i lettori più esigenti potrebbero trovarlo fastidioso: gli zombie ci sono, state tranquilli, ma diluiti parecchio in avanti nel testo. A tutti gli effetti l'introduzione potrebbe funzionare bene per un romanzo "vissuto" e per un attimo ho temuto di aver pescato quei brutti romanzi dove il tema fantastico viene usato come fastidiosa cornice per parlare d'altro. 
Poi, l'imprevisto accade. Mentre visitano Belene, una visita in autorizzata a luoghi poco puliti si rivela controproducente: nel giro di poche pagine l'epidemia zombie scoppia, e con violenza inaudita. Spiga accelera parecchio nel giro di poche pagine: la tensione schizza all'improvviso, per un evento dapprima casuale, poi scoppia in violenza militare, ancora umana: per degenerare infine nella carneficina zombie cui siamo abituati. La progressione, dalla scoperta dei primi zombie al virulento diffondersi dell'infezione segue in tal senso una progressione geometrica: sono dapprima una decina, poi cento, infine migliaia.
Raramente ho incontrato un romanzo che sia pianificato così esponenzialmente: più si va avanti, più le sfide che incontra il protagonista si elevano alla seconda, alla quarta, alla decima. Fino a metà storia, eccezion fatta per lo strafatto protagonista, il romanzo segue un copione romeriano, tra case assediate e ultime resistenze con tanto di Elicottero (di Zombicide?) a soccorrerti.
Conoscendo i videogiochi, Malerba non ha problemi a maneggiare armi da fuoco, e paradossalmente lo stile asseconda questa svolta, riflettendo nelle descrizioni e nell'azione grottesca un ritmo da videogioco. Spezzate le atmosfere mainstream, passiamo dunque al primo Romero, per approdare a Left 4 Dead.

Se il copione tradizionale della zombie-story già scricchiolava spaventosamente nella prima parte, nella seconda la storia sterza bruscamente e per poco non rompe il semiasse. Ricoverato in un carcere militare a Belene, il romanzo sdoppia stile e tematica: Malerba è ora portatore del virus zombiesco, e viene sottoposto a un massacrante regime di interrogatori e torture.
Nei sogni e nelle allucinazioni è sempre più vicino a un entità chiamata Algol, un dio cosmico più Ligottiano che Lovecraftiano, che rivela a Malerba d'essere un prescelto. Lo stile tenta di elevarsi, di mostrare ciò che non può essere mostrato. L'effetto a volte riesce, ma spesso sfugge qualche sbadiglio.

L'intero abisso si dilata e vibra attorno a me. Concentrandomi, riesco a scorgere il baluginare rosso di un fitta rete di simboli. Mi circonda, si stende ovunque in un ribollire di frattali caleidoscopici. Le icone luminescenti sono presenti anche sul mio corpo e sulle mie mani. Nonostante il buio sia perfetto, questo sostrato simbolico mi permette di orientarmi. E' il codice primordiale che si cela dietro la pelle dell'universo... la lingua e l'anima di questo abisso. Non riesco a decifrare il significato delle icone di cui è composta. Germogliano, si replicano e svaniscono davanti a me con uan grazia del tutto organica, intersecandosi sui piani delle geometrie non euclidee. Mi chiedo quale vasta e impenetrabile intelligenza le abbia concepite.

Gli interrogatori e il nuovo ambiente del carcere/ ospedale al contrario sono una copia carbone di un qualunque Resident Evil, a cui corrispondono anche i diversi personaggi, dallo scienziato al militare tutti piuttosto macchiettistici. Il design quasi videoludico dei diversi spazi – corridoi, celle, dormitorio – diventa evidentissimo nella seconda carneficina del romanzo, dove i soldati muoiono a respawn, uno dopo l'altro, meccanicamente.

Verso il finale che non spoilero, c'è l'ennesima svolta: non più cosmicismo lovecraftiano, o ritmo forsennato, ma un piglio quasi scientifico: più che zombie questi sono ormai alieni, che zombizzano il vecchio pianeta terra in nuove e meravigliose forme carnivore.
Credo sia ormai ovvio l'aspetto che volevo sottolineare: un romanzo contenitore che assimila un po' di tutto, lo centrifuga e in alcuni capitoli funziona, in altri meno. L'omaggio a Lovecraft rischia di trasformarlo in parodia, mentre scorrono alla grande i capitoli di splatter puro.

Sul sito dell'autore sono inoltre disponibili quattro ebook gratis, intitolati Armi Narrative Sperimentali
Ne ho finora letto il primo, In Silenzio, una sorta di storia di fantascienza su una colonia carceraria, ma con più neuroni di Riddick e una carica di misticismo rivoluzionario niente male. Si perde nella parte centrale, ma recupera con un finale autodistruttivo.

Riporto il "metodo di fabbricazione" del racconto, perché interessante:

L’obiettivo del motore narrativo di In Silenzio è buttare a mare tutta la pianificazione (soggetto, schede dei personaggi, scalette, etc) ed iniziare subito a scrivere un nuovo racconto, senza per questo rinunciare ad una trama ben calibrata ed uno sviluppo asciutto del racconto, in cui ogni elemento contribuisca fattivamente al progresso della vicenda. È quindi improvvisazione strutturata. Di norma, l’improvvisazione letteraria, nella migliore delle ipotesi, produce delle storie elementari, sconclusionate o disarticolate, mentre, in quella peggiore, precipita in pensierini degni della scuola elementare. Ecco i vari passaggi che ho usato per aggirare questo problema:
1) Ho usato il sistema di creazione di scenari del gioco di ruolo Durance (scritto da Jason Morningstar, pubblicato dalla Bully Pulpit Productions nel 2012) per generare l’ambientazione. L’intero procedimento mi ha portato via meno di cinque minuti. Naturalmente, qualsiasi gioco di ruolo che preveda la generazione rapida di scenari randomizzati può sostituire Durance (una variante interessante potrebbe essere Microscope della Lame Mage Productions).
2) Ho scelto la tragedia Prometeo Incatenato di Eschilo come traccia per il plot.
3) Ho scelto un’interfaccia metaforica ottimale per il genere di riferimento, ovvero la fantascienza, stabilendo alcune conversioni simboliche fisse: ad esempio, tutti gli Dei nella tragedia saranno rappresentati da istituzioni umane, tutte le creature elementali (come le Ondine) diverranno alieni, e via dicendo. Nota bene come sia proprio questo passaggio a dare l’impronta “ideologica” fondamentale al racconto: se avessi invertito i ruoli di Dei e creature elementali, ad esempio, In Silenzio sarebbe stata una storia molto più simile ad Alien, un horror fantascientifico incentrato sulla sopravvivenza.
4) Ho iniziato a scrivere il racconto, facendo riferimento al testo di Eschilo per quanto riguarda svolte narrative e tematiche. L’intera storia è stata prodotta in un unico esercizio di improvvisazione, senza alcuna pianificazione precedente e con interventi di editing minimali. Il risultato è, nel contempo, un’interpretazione, un remix ed una riflessione sulla tragedia greca originale.

A mio giudizio c'è una contraddizione di fondo nel voler scrivere di getto, senza schemi prefissati e ammettere di utilizzare poi generatori di scenari tanto meccanici: ma l'esperimento è affascinante e ammetto che sono tentato di provarci.

venerdì 19 settembre 2014

Una fortunata vincita: YOU, di Austin Grossman


Il Minuetto Express dopo la lunga avventura nella Terra Australe è finalmente tornato, e dopo il sondaggio di Agosto azzarderei l'ipotesi che a vincere siano stati decisamente i Giveaway!

Personalmente sono un po' indeciso su come valutare i Giveaway; mi ricordano un po' troppo il panem et circenses d'imperiale memoria; ma nel caso del Minuetto sono indubbiamente bene organizzati, e con nobili finalità: quindi vengano pure, se aiutano il blog. Detesto i sondaggioni con mille e più partecipanti, le vincite di hardware e borsette firmate, i lanci di merchandising finanziate dalle grandi multinazionali, come gli orridi Hunger Games nell'ultimo Lucca Comics. Ma non ho nulla in contrario a piccole iniziative come questa, tanto più se, si spera, alzino anziché affossare la moribonda (al solito) situazione del Fantastico in Italia.

L'ultimo Giveaway del Minuetto, con in palio l'ultima fatica della Multiplayer Edizioni, YOU di Austin Grossman, proponeva un interrogativo interessante, che non a caso esordiva anche nelle prime pagine del libro:

“Allora, qual è il gioco definitivo secondo te?”
(…)“Hai presente, il gioco che faresti se avessi carta bianca”, spiegò il designer con i capelli lunghi.
“ Dimentica il budget”, aggiunse il tipo basso. “Hai tu il comando. Puoi fare qualunque cosa! Il miglior videogame di sempre!”

L'inganno di questa domanda sta nella semplice constatazione che molti, dei migliori videogiochi di sempre, partivano da idee che nessuno avrebbe mai immaginato; intuizioni difficilmente immaginabili, perfino nei sogni più sfrenati dei videogiocatori più accaniti. Nessuno, prima di Minecraft, avrebbe preso sul serio un gioco di “mattoncini virtuali” che non faceva perno né sulla grafica, né sulla storia, ma al contrario affidava una libertà quasi selvaggia, anarchica al giocatore. Eppure, non si può dire Notch abbia fallito.
Io ho cercato, pur nell'alveo del mio genere prediletto, l'Rpg, d'inserire qualche vecchio nome di vecchi designer che avrebbero ancora molto da dire: Lord British, che non a caso grazie a Kickstarter ha conquistato nuove opportunità; Peter Molynuex, ormai perso in progetti sempre più fumosi (vaporwarosi, si direbbe!) ma che rispetto per un'umanità molto lontana dalla freddezza dominante nei giochi attuali; infine Ken Levine, il cui ultimo Bioshock è stato spietatamente massacrato nonostante sia tra i pochi designer a prediligere la storia sul puro gameplay. 
Ammettere di non saper creare il gioco perfetto, ma di conoscere coloro, che in buone condizioni finanziarie e creative lo renderebbero possibile, è un ottimo inizio! Certo, una soluzione del genere risulta sgradita, perchè cozza contro l'individualismo del Giocatore So-Tutto-Io, fermamente convinto che il gioco perfetto sia stato già creato, e allegramente coincidi con un qualunque gioco della sua ruggente infanzia. Facendo un paragone col cinema, quanti e quali progressi si compissero se anziché mettersi in testa di girare il “proprio film” produttori e finanziatori si limitassero a dare carta bianca ai tanti buoni registi ingiustamente a spasso: penso ad esempio a quel vecchietto di Carpenter, o al seppellito John Landis.

La Dea bendata dei Nerd aveva deciso che troppo a lungo Amore&Denaro mi avevano ignorato, perchè a sorpresa, nel Giveaway è stato il mio nome a saltare fuori. E' così con immensa delizia che giungo a parlarvi di YOU, di Austin Grossman.

Sì, lo so, i giveaway dovrebbero sempre vincerli le donne,
sarebbe una più piacevole vista :D
C'era un periodo tra il 2008 e il 2012, in cui il Nerd inteso come via di mezzo tra il videogiocatore accanito e il consumatore Pop è salito alla ribalta se non come una star, come una figura interessante, “alla moda” si direbbe. E' nel 2010 che è uscito Player One, dove il protagonista Wade procede nella storia per esclusivo merito della sua “nerdosità”. 
In uno squisito delirio nostalgico (onanistico?) di citazioni, Wade vince unicamente per una stupefacente conoscenza enciclopedica: grazie alla realtà virtuale lo scontro fisico è assente, mentre la politica viene tranquillamente messa in disparte. Nell'individualismo sfrenato, non c'è spazio per alcuna collettività nel mondo reale: le “case mobili”, la baraccopoli in cui vive Wade con la famiglia sarebbero un ricettacolo perfetto per una sollevazione, un moto di protesta. Persone disperate, affamate e sopratutto frustrate: private letteralmente di ogni cosa. Al giorno d'oggi ambienti del genere sono il pentolone per eccellenza in cui fermentano integralismi (religiosi e non), progetti di giusta rivalsa, rivoluzioni e proteste.
Nel mondo di Ernest Cline invece ogni abitante è letteralmente perso in un altro mondo, un'altra vita. Si desidera la rivincita, ma a livello assolutamente personale. 
Se c'è una lotta, è già sublimata in Oasis, persa in partenza.
Con una contraddizione che molti sociologi ottocenteschi avrebbero trovato straniante, la povertà del paesaggio distopico esacerba una sfrenata concorrenza, a ogni più basso livello. La massa è assente, spezzettata. Se in X (little Brother) di Cory Doctorow, ancora compariva una confusa nozione di “nazione”, accanto a un'ingenua fiducia nella “Costituzione” in Player One tutto ciò scompare.
Il problema di questa figura, come lamentava Bruce Sterling nell'intervento sull'SXSW del 2013, è che sostanzialmente tende a un certo infantilismo: il richiamo ai “bei vecchi tempi” si fonde all'immobilismo, che non riesce a procedere oltre la rabbiosa soddisfazione di vedere le proprie abilità riconosciute. In altre parole, il nerd, o l'otaku, o l'hipster, o il geek (il termine forse più azzeccato), non si evolve. E' fermo, inamovibile. E se posto in nuove situazioni reagisce male, sostanzialmente allineandosi con l'ala conservatrice. Purtroppo le minacce di morte alla Sarkeesian e in generale l'insofferenza violenta contro ogni “studio” del videogioco si ricollegano bene a quest'impressione di estrema chiusura.

Secondo Sterling, l’incoscienza e l'ingenuità dei geek crea problemi di difficile soluzione per le future generazioni. “Non solo siamo incapaci di risolvere i casini attuali - dice Sterling - ma la rivoluzione digitale sta creando nuove problematiche”. Il nostro sollecita un urgente reality check: “Datevi una svegliata, gente: state vivendo in un’illusione. Siete troppo vecchi, cari ventenni, per non considerare i danni collaterali delle vostre invenzioni”.

Non sono d'accordo con Bruce Sterling su molte cose (incominciando dal fatto che si prende un po' troppo sul serio) ma riconosco una certa fissità nel nerd tradizionale. Magari col tempo riuscirà a sbloccarsi e a raggiungere questo nuovo checkpoint. Lo spero vivamente, dato che la difesa a oltranza di una cultura spesso coincide coll'annientamento della stessa. Niente cheats, però!

YOU di Austin Grossman può collocarsi in questa scia?
Sì e no. Per le prime cento pagine che ho finora letto, l'approccio sebbene nostalgico appare venato di una certa dolcezza.

Nato nel 1969, Russell è un giovane designer di giochi che ha letteralmente vissuto la storia videoludica del Novecento, dagli albori preistorici al rinascimento virtuale degli anni Ottanta per giungere al barocchismo contemporaneo. In un colloquio per venire assunto dalla casa di videogiochi Black Arts Games scopre che due suoi vecchi amici sono diventati designer di grande fama, intenti a un colossale progetto di videogioco che sfondi il vecchio sogno delle barriere tra reale e virtuale, creando il videogioco perfetto. Il suo nuovo lavoro di designer di videogiochi porterà a un viaggio all'indietro nel tempo, tra ricordi di retrogaming e una morte misteriosa...

Senza dubbio scatta all'occhio come anche in questo caso, il protagonista sia un Nerd, con la N maiuscola. 
Tuttavia, un distinguo è necessario: Russell a differenza di Wade è un post-nerd, che dopo delle Superiori effettivamente trascorse tra videogiochi e D&d, ha tentato di diventare adulto, integrarsi nella società, diventare insomma il felice borghese colla famigliola. Nell'esordio del romanzo, appare subito chiaro che Russell in questo senso ha fallito. L'ambiente universitario non si è rivelato reattivo, gli è sempre mancata la conoscenza dei trucchi e dell'ambiente che sembrano possedere gli adulti, o la gente in gamba. Gli manca, per così dire, accanto al senso pratico l'intelligenza sociale. Dopo un anno passato a inseguire una laurea in legge, per disperazione tenta un colloquio alla Black Arts Games, che apre il romanzo. E' questo il ritorno alle origini; dopo una vita grigia e insoddisfacente, tornare all'universo fantasy che pensava perduto per sempre costituisce un'epifania
Russell matura, cresce: e paradossalmente ogni suo successo avviene in virtù non di un progresso, ma di un regresso. Considerando il gran numero di flashback, Russell letteralmente ritorna all'infanzia, ritorna al dodicenne alle prese col suo primo gioco. In questo senso Russell è Nerd, perchè è grazie alla sua “nerdosità infantile” che prosegue nella sua carriera di designer.
In modo assai curioso, la storia ricorda Grandi Speranze di Dickens, dove Pip commette il peccato (originale?) di volersi emancipare, di abbandonare il mondo dell'infanzia per quello degli adulti. Le cose si aggiusteranno, miglioreranno solo quando Pip ritornerà al paese natale (infantile) e all'ambiente che gli era una volta familiare. Ugualmente Russell ha fallito perchè ha provato con la laurea in legge, e si è col tempo staccato passando di città in città dal suo vero giardino della Genesi: il fantasy, i videogiochi, insomma la cultura pop.
Il lavoro inoltre di sviluppatore di videogiochi forma un altra differenza da Player One, perchè introduce un ambiente adulto, eppure allo stesso tempo infantile: creare un videogioco è lavoro serio, ma proprio per giungere a tanto realismo e scrupolosità i membri dell'azienda si comportano come ragazzi. Si può dire che Wade, di Player One, è un nerd che solo gioca i videogiochi, è pertanto consumatore, mentre Russell direttamente li crea e svolge pertanto più una funzione creatrice, un fabbricatore di mondi – mondi tuttavia sempre avulsi dalla realtà e infantili.
Anche inquadrando pertanto il contesto, (quasi) storico in YOU, distopico in Player One, si comprendono le svolte differenti delle storie: Ernest Cline sceglie un approccio action, Austin Grossman uno stile più lento e meditato.

Finora è proprio questo il pregio di YOU: una rimembranza di tempi passati, di un'età d'oro dove genialità, gioco e disinteresse erano fusi inestricabilmente, e dove il marketing ancora non aveva affondato i denti.

lunedì 15 settembre 2014

Le sta a pennello, Signore! Un'intervista al movimento Chap.


Tengo d'occhio il movimento Chap da un bel po', sebbene non abbia ancora messo le grinfie sul suo cuore pulsante, il loro giornale “The Chap”.

Difficile definire cosa sia il movimento Chap. Non è un club o un'associazione sul modello britannico, perchè non segue logiche di tesseramento e classificazione, né pone effettivi pregiudizi di sesso o età. Chiunque può essere Chap. 
Si potrebbe definire il movimento come una subcultura sartoriale, perchè effettivamente sei Chap se vesti seguendo una moda sorpassata, ponendo un'attenzione ai limiti del maniacale alle pieghe dei vestiti, del cappello, della posa. In tal senso il movimento Chap può sembrare, e per certi versi è, un movimento di Dandy. Di fronte alla becera realtà di politici in maniche di camicia, dirigenti Apple col maglioncino e imprenditori sbracati, il movimento Chap si riappropria del vestito elegante per ricondurlo a tutta la sua magnificenza. Lungi dall'essere "grigi" e borghesi, i dandy del movimento sono elegantissimi, ma coloratissimi, alla continua, estenuante ricerca di un aspetto tanto formale, tanto perfetto da risultare stravagante.

Non è un effetto così difficile da raggiungere. Dal secondo dopoguerra in poi, sotto l'influsso americano si è a tal punto sbugiardato, sbeffeggiato e distrutto il tre pezzi tradizionale che riappropriarsene appare ormai (quasi) un atto rivoluzionario. Nel momento in cui il Capitale ha assimilato completamente ogni eversione giovanile, dai jeans, alla minigonna, alle giacche di cuoio, ritornare ai vestiti dei propri bisnonni, trisnonni, al Tweed di un secolo fa dà molto più fastidio che l'ennesimo tatuaggio. Ormai tutti prediligono lo sbracato, il rutto, la camicia stracciata, il Suck me sulla magliettina firmata... E allora perché diamine non tornare a vestirsi decentemente, e farlo anzi con tanto esagerato vecchiume da risultare grotteschi, più formali dell'attuale borghesuccia alta? 
E dopotutto, non è un ritorno alle origini, in quest'ambito, anche fumare la pipa? La pipa attualmente è associata, a differenza del sigaro, all'elitè. Il vecchio bambogio fuma la pipa, esattamente come la borghesia alta, il padre di famiglia, il vecchio. Ma in origine non era così: la pipa nell'ottocento la fumavano le classi basse, dal quella in pannocchia dei contadini, alle pipette e pipe che nei romanzi di Dickens compaiono nelle bocche sdentate dei pescatori, dei venditori all'ingrosso, degli operai nella pausa pranzo. Ormai dà più fastidio fumare tabacco che fumare marijuana, e incontro nella gente un odio acceso, verso il tabacco, che lascia perplessi.Non voglio costruire chissà quale apologia verso la pipa, ma solo evidenziare il controsenso di città inquinatissime, dove bambini soffocano nello smog, ma dove l'unico fumo che "uccide" stranamente è il tabacco. 
Siate almeno coerenti: se odiate il fumo, siate anche ambientalisti. Il movimento Chap è così irritante: si veste troppo bene per l'egualitarismo americano che vuole "tutti trendy", fuma aggeggi sorpassati quali la pipa, e predica una cura (maschile) della persona odiato dall'attuale massa di consumatori in t-shirt sporche di nutella.


Per certi versi, ma questa è solo una mia illazione, il movimento Chap ricorda il miglior socialismo degli esordi, quello utopista: l'attenzione alle classi lavoratrici non appare disgiunto dal culto della gentilezza, della cortesia, della tradizione; la felicità della società si raggiunge non attraverso il distruttivo edonismo Thatcheriano, ma favorendo condizioni più umane, personali e rispettose. Il nemico è giustamente individuato nella Tecnica, in quella tecnologia che “non pensa” (cit Heidegger) ma che appare solo al servizio di un consumo esagerato, gargantuesco. Non c'è qui quel culto del progresso che rende insopportabili molte sinistre e che le traduce spesso nell'ennesima marionetta del Capitale di turno.

L'intervista che ho preso in analisi è vecchia, del 2004, condotta dalla giornalista Isabel Taylor all'attuale leader (informale) del Movimento Chap, Gustav Temple. Squisito maestro di estetica, dandy raffinato e conversatore pungente, Gustav riassume bene alcuni concetti cardine del movimento.

La traduzione è mia, del tutto artigianale e del tutto a-professionale, per cui se ve la cavate coll'inglese consiglio l'intervista in originale. Eventuali errori sono tutti dovuti alla mia incapacità.
Nonostante sia vecchia, l'intervista rimane attuale: l'unico puntiglio che mi sento di fare è relativo alle controparti femminili del Chap, le “chapette”. Nonostante la nostalgia verso il Settecento e l'Ottocento, il movimento non è maschilista e specie negli ultimi anni ha spesso dato risalto a elementi femminili. Per altro, sotto l'aspetto del vestiario le Chapette hanno decisamente più libertà dei maschi, passando dal vestiario tradizionale del 40' femminile al preferire il “tre pezzi maschile”.
Non si confondano gli ideali: questo è Anarco-Dandismo, non qualche sozzo Conservatorismo!


Le sta a pennello, Signore: un'intervista con Gustav Temple della rivista The Chap


mercoledì 10 settembre 2014

The Walking Dead (seconda stagione): Clementine e il giocatore, un rapporto difficile


Non è la prima volta che mi domando se certi interrogativi al momento di giocare un videogioco siano solo miei, o siano seghe mentali condivise da molti altri.
Certamente in alcune tipologie di videogiochi, dall'action allo sparatutto, storia e gameplay sono nettamente distinti. Si tratta di veri e propri comparti stagni, accolti con malcelato sollievo da giocatori che non hanno voglia di mettere in funzione il cervello. Abbiamo sezioni di gameplay inframezzate da sezioni di cut-scene: nelle prime il giocatore interagisce con la storia, nelle seconde guarda, passivo, lo svolgersi di una sceneggiatura immancabilmente mediocre. 
L'uso del filmato funziona come raccordo tra parti disperatamente sfilacciate, assolvendo al contempo da "pausa", ricompensa per il giocatore. Hai tanto faticato per sbloccare il checkpoint, ora goditi un filo di dialogo, una briciola d'inquadratura, un inaspettato colpo di scena. Per forza di cose, è inevitabile, questi filmati risulteranno sempre inferiori al peggior regista del peggior cinema serie B. Esistono certo registi mancati, come Kojima, che confermano con la loro eccezionalità la regola! Ma nell'insieme nessuna cut-scene viene ricordata per una carrellata, per un movimento di camera, per un montaggio che semplicemente non esiste.
La confusione è accresciuta dai sedicenti giornalisti, che belanti come pecore, acclamano un gioco per le sue cut-scene. Un autentico controsenso che un videogioco, medium che si caratterizza proprio per l'interattività con lo schermo, venga lodato quando questo controllo al giocatore viene tolto! Inchiodato alla poltrona, il giocatore assiste impotente al proprio personaggio inesorabilmente manovrato da una forza estranea, che tenta goffamente di spingerlo dentro una sceneggiatura gonfia di stereotipi. E' un mio pregiudizio che quest'ossessione per le cut-scene dipenda dalla formazione di molti laureati e giornalisti, che pur coltivando l'orticello dei videogiochi hanno studiato sul cinema. Al momento di recensire un gioco utilizzano gli strumenti del cinema e lo straziano terribilmente. Donde l'importanza del "filmato" perché l'unica sezione su cui il giocatore-spettatore sente di poter giudicare. Il filmato introduce inoltre un'ulteriore spaccatura, perchè se nel gameplay il giocatore crea la "sua" di storia, nella cut-scene la storia risulta un'altra. Idealmente le due porzioni dovrebbero fondersi armoniosamente, ma nonostante i recenti progressi e ancora una volta certe eccezioni (mi vengono alla mente alcuni giochi Rockstar), permane una certa schizofrenia, alla base. 

Una soluzione convincente veniva in questo senso offerta dai giochi di Ken Levine, dove sia nel primo che nell'ultimo Bioshock il filmato oltre che magnificamente inserito nella trama, manteneva fissa la visuale in prima persona, permettendo una limitata libertà di movimento. 
In questo modo, nel (finto) filmato iniziale, quando siamo nella Batisfera possiamo sì muoverci, ma siamo a tal punto catturati dalla Rapture che vediamo nel finestrino, che non lo facciamo e restiamo abbacinati a guardare, stupefatti. 
Sia nel primo che nell'ultimo Bioshock inoltre, nonostante la trama complessissima il fulcro della storia resta l'ambiente stesso. E' visitando Columbia e Rapture, attraverso le già succitate "scenette" che progrediamo nella trama. La sceneggiatura diventa pertanto non il gameplay e nemmeno i filmati, ma l'ambientazione! Levine lascia parlare una città, un luogo dove mediante diari e registrazioni giungiamo a farci strada tra comprimari e colpi di scena. Ovviamente una soluzione del genere richiede un minimo di iniziativa e intelligenza e chiede al giocatore di ricomporre i pezzi del "puzzle" della storia, che non è unitaria, come al cinema, ma frammentata più e più volte. Da qui la rabbia di recensori e giocatori, messi di fronte all'inconcepibile: dover giocare e dover pensare! Incredibile! Dove finiremo, di questo passo? E nemmeno un filmatino su cui affilare il bisturi del Dams! Orrore!

The Walking Dead: Season 2, dell'ormai eccellente Telltale, compie un passo simile.
Dall'essere un'avventura grafica inframezzata di dialoghi e scelte multiple, la saga si è lentamente sviluppata a diventare una sceneggiatura intermediale dove non c'è frattura tra storia e gameplay.



lunedì 8 settembre 2014

Ufo Robot Goldrake, di Alessandro Montosi



Sono sempre stato molto critico verso gli anni Ottanta e chi li ama, consegnando un duro giudizio specie nell'articolo Vomito ergo sum del primo anno del blog. 
Questo perché ritengo che l'amore verso gli anni Ottanta stia rappresentando per molti un grottesco impasse, che immobilizza la produzione culturale e la costringe alla stanca replica di formule già viste. Non è la nostalgia verso epoche passate che critico, tanto più che studio storia; è piuttosto il nauseante immobilismo di chi ricorda "i bei vecchi anni passati" e li usa come autentico passepartout per rigettare quanto di buono viene pubblicato attualmente. Siano musica, film o fumetti gli anni in cui viviamo sono tutt'altro che brutti periodi, anzi; nelle file Indie spuntano progetti interessanti e non mancano opere ben al di sopra della sufficienza. Una persona con un minimo di discernimento vede chiaramente i molti prodotti culturali che oggi disprezzati un tempo sarebbero stati premiati anche solo per l'eccellente profilo tecnico. E' indubbio che questa mitica cosa chiamata “originalità” cui si dà tanta importanza quanto più è morta da un pezzo, funziona spesso da paraocchi, impedendo di vedere con un minimo di ottimismo quanto viene proposto. Proprio negli anni Ottanta, si fecero molti ottimi remake di film degli anni Cinquanta; ricordiamo brevemente La Cosa e Terrore dallo spazio profondo. Il regista era il simpatico Carpenter nel primo caso, Philip Kaufman nel secondo. Dunque non proprio gli ultimi incompetenti. Si tratta di pellicole che coniugano bene il tema orrifico nato nella Guerra fredda con il nuovo pessimismo della "cura dimagrante" Thatcheriana e Raeganiana. Il grigiore di queste pellicole è un grigiore sociale e incastona l'elemento sovrannaturale molto meglio di quanto facesse l'ottimismo della Golden Age.
Si tratta di remake! Remake che oggigiorno verrebbero azzoppati e ricoperti d'insulti ancora prima che esca non il film, ma il teaser trailer! Nei tanto osannati anni Ottanta i remake c'erano, eccome. Con buona pace dell'aura di “originalità” che si vorrebbe loro appioppare.

Quindi è stato con malcelato pregiudizio che mi sono accostato a questo "Ufo Robot Goldrake: Storia di un'eroe nell'Italia degli anni Ottanta", di Alessandro Montosi.
Anni Ottanta? 
Ufo Robot? 
Rischiavamo parecchio. 
Tuttavia, fin dall'inizio della lettura, mi sono dovuto ricredere.

Innanzitutto, Ufo Robot si colloca a fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. 
Siamo dunque all'inizio di questa "magica" era che gli appassionati vorrebbero rivivere. 
Secondariamente, Montosi non pecca di arroganza a chiamare saggio universitario la sua opera; fin dall'inizio chiaro e conciso, riesce a fornire una panoramica generale della serie senza sfociare nella parlantina fine a sé stessa, o nella strizzata d'occhio del fan. La passione per l'argomento si sente, questo è indubbio. Ma non abbiamo qui un libro di memorie mascherato da saggino per la laurea, oppure quelle noiosissime carrellate di riferimenti meta-nerd che massaggiano il membro di chi "negli anni ottanta ha vissuto per davvero" (qualunque cosa questa espressione voglia dire!).

Giunto in Italia la sera del 4 aprile 1978 sul secondo Programma della Rai (Attuale Rai2) Atlas Ufo Robot diede la stura all'invasione nipponica sugli schermi televisivi, dando una sana concorrenza al non sense del cartone animato Disneyano, avulso dal realismo e dalla costruzione di storie complesse. C'era già stata come anime, è vero, Heidi, che per quanto sembri strano, rappresentava all'epoca un autentica rivoluzione, nell'ambito dei cartoni per bambini. Goldrake, dalla leva dell'innocente Heidi giunse a scalzare totalmente l'avversario occidentale presentando verso fine anni Settanta un ritmo e un'accuratezza di Worldbuilding cui non si poteva, più che sperare, nemmeno proprio immaginare.

Il nome originale di Goldrake è Ufo Robot Grendizer, e coincide in realtà con il terzo capitolo della serie animata Mazinsaga, che parte con Mazinga Z e prosegue con Il Grande Mazinga.

Go Nagai presenta Mazinga Z fin dall'inizio come un robot realistico, nel senso che anziché onnipotente Dio, ha bisogno di essere aggiornato e riparato per combattere contro i suoi sempre più agguerriti antagonisti. Non costituisce dunque il classico oggetto magico e invisibile delle fiabe occidentali, ma piuttosto una macchina, che come un'auto dev'essere oliata e aggiustata. E' una caratteristica di questa prima serie evidente nel modo con cui le "ali" di Mazinga vengono contestualizzate sia dal punto di vista della "meccanica" che narrativamente parlando.

Conclusi con successo i 92 episodi della serie, parte immediatamente Il Grande Mazinga (Gureto Majinga). A differenza del supereroe americano, soggetto a uno sfibrante riciclo di costumi e idee, nell'anime giapponese raramente avviene il riutilizzo di un personaggio; nel nostro caso Mazinga Z è tecnologia sorpassata e il ruolo di protagonista passa a Il Grande Mazinga. Il protagonista Tetsuya Tsurugi era inoltre già comparso nell'anime di Mazinga Z, nell'ultimo capitolo: è un caso da manuale sia di spin off che di serialità: il nuovo robot è migliore del precedente (da cui Grande!) sia mantiene un forte rapporto di continuità narrativa colla serie precedente, trasformandone uno dei personaggi secondari in protagonista. Attualmente è cosa di tutti i giorni; all'epoca era una mossa tutt'altro che banale.

Curioso come sia in Giappone che in America la frustrazione dall'essere imbottigliati nel traffico instradi (è proprio il caso di dirlo!) verso improvvisi lampi di genialità: Go Nagai ebbe la prima intuizione per Mazinga Z in un ingorgo a Tokyo, mentre sempre negli stessi anni Alan McNeil partoriva Berzerk, violentissimo videogioco a scorrimento dell'epoca, dopo essere rimasto bloccato per ore in coda verso Chicago.

Ero così esasperato che avrei voluto avere un cannone laser per uscire dall'ingorgo

Se volete diventare famosi, compratevi dunque un'auto di seconda mano del dopoguerra e ficcatevi nella più lunga e frustrante coda di automobili che riuscite a immaginare. Se fa caldo e siete programmatori o disegnatori dilettanti, le chances aumentano! 


Goldrake su Tv Sorrisi e canzoni! :-D

lunedì 1 settembre 2014

Togliere le zanne al mostro: rileggendo Harry Potter e la pietra filosofale


Capolavoro e prodotto di successo sono due concetti completamente differenti e col tempo ho imparato sempre più a distinguere nettamente tra queste due diverse attribuzioni.
Il prodotto di successo, almeno per quanto riguarda il mio metro di giudizio, è un film/libro/videogioco di buon spessore, spesso caratterizzato da un paio d'idee vincenti, una scrittura passabile e un passaparola inatteso. Il prodotto di successo, come intuisce l'etichetta, è tale perché detto brutalmente vende tanto, tantissimo. Sfracella ogni classifica e si pianta saldamente lì per mesi. In altre parole, un prodotto è tanto più di successo quanto più macina denaro. Seguiranno poi altri fenomeni tipici del genere, dai giornalisti/saggisti/professori che salgono sul carro della celebrità alle fanfiction, un'ottima prova della vitalità di un fenomeno, di un autore.
Il prodotto di successo segue dunque questo processo, dal successo immediato, alla conquista di un nucleo sempre più ampio di lettori alla transmedialità, il passaggio di un libro al film, al fumetto, al videogioco, al boardgame. Il prodotto diventa così capillare, pervasivo.

Ma è un capolavoro? Dipende.

La moda attuale, o meglio la confusione attuale! Vuole trasformare ogni prodotto di successo, per quanto minore, in un fenomeno di massa, un capolavoro indimenticabile di generazione in generazione. A volte il giochetto di marketing funziona, a volte fallisce miseramente. 
I Pokemon all'inizio del 2000 erano chiaramente un prodotto nipponico pianificato a tavolino, che tuttavia ha fatto presa. Non ultimo, perché come molti prodotti orientali s'accontentava del Kawaii senza andar in cerca del moralismo disneyano. 
Gli Hunger Games, dai libri (mediocri) ai film stanno invece facendo il buco nell'acqua: i fan sono praticamente scomparsi, i lettori sono passati ad altro. Nonostante l'asfissiante tempesta pubblicitaria, il prodotto di successo non è diventato capolavoro, né lo è mai stato. Erano buoni romanzi, nient'altro. 
Difficile giudicare poi Twilight, su cui è stato lanciato troppo odio per dei romanzi inconsistenti, ma sostanzialmente nemmeno troppo brutti. Là il passaggio di media in media, il successo, è sembrato durare per tre anni, prima di finire nel cestino della dimenticanza. Un successo così così.

Harry Potter è un capolavoro?
Senza dubbio è un prodotto di successo. Come (credo) tutti, quando avevo undici, dodici anni ho letto tutta la saga, ho visto i film, ho anche collezionato un paio di album di figurine. Nulla di che, mi ci divertivo.
Nello stesso periodo, tuttavia, leggevo Il Signore degli Anelli, le Cronache di Narnia e verso i tredici anni assaporavo per la prima volta Lovecraft. Questo non per sottolineare chissà quale superiorità – verso i tredici anni ero anche fermamente convinto che il miglior Fantasy in assoluto fosse Eragon, di Christopher Paolini e solo per questo avrei dovuto essere preso a badilate in faccia – ma per ribadire che leggevo un po' di tutto quello che sapesse di Fantasy.
Dopo quasi un decennio da quelle letture, ho deciso di rileggere la Rowling, sia per spaziare in territori più moderni, sia perchè in cerca di ispirazione per un racconto urban fantasy.
Mi sono fermato a Harry Potter e la pietra filosofale e non credo andrò avanti. 
Era dai tempi di King che non avevo l'impressione di un autore tanto male invecchiato. La questione non è se la Rowling aderisca o meno a un canone a cui tutti gli scrittori devono aderire. Non m'interessa mimare i cultori del manuale americano di narrativa – quando inserire il colpo di scena, come dosare lo show don't tell ecc ecc Specie il primo romanzo della saga di Harry Potter era destinato a una saga infantile, al massimo adolescenziale. Quando incominciò a infuriare qui in Italia, si parlava di “ritorno della letteratura per l'infanzia”. E' ovvio che se lo si analizza in quel modo, si possono trovare migliaia di difettucci che non sono in realtà tali, dalla voce narrante, ai costanti infodump, al protagonista puntualmente salvato da un deus ex machina. Se volessimo davvero comportarci da stronzi, c'è un abuso grammaticale di puntini di sospensione che parte dal primo capitolo e continua imperterrito per tutto il libro. Metà dei dialoghi (alcuni davvero mediocri) di Harry Potter sono frasi intercalate da diluvi di puntini. 
Vi sfido: aprite una pagina a caso che non sia il finale e contate i puntini. Ne sarete sommersi.

Tuttavia, criticare su quest'aspetto Harry Potter sarebbe un esercizio puerile, per me di poco interesse. 
La moda attuale di smembrare un romanzo e citarne i pezzi che servono per una recensione falso-negativa non ha alcuna logica. Ogni romanzo, per quanto perfetto, se tolto dal suo contesto perde senso. 
E' come se catturassimo una conversazione per strada e ne rimescolassimo parole, frasi e interlocutori. Verrebbe fuori una merda, ma è una merda che stiamo combinando noi, togliendo quell'unità testuale che aveva in origine.
Allo stesso modo, non mi danno fastidio le incongruenze, i colpi di scena posticci, le cose illogiche. 
Mi turbano parecchio perchè c'è un'ideologia dietro che trovo spaventosa; un disprezzo verso il Babbano e verso la tecnologia che è tanto assolutizzante quanto stupida. Nel momento in cui scopri di essere mago, i progressi di oltre duemila anni di storia vengono annullati e ridicolizzati. Al contempo, i maghi mantengono un assoluto regime di apartheid verso gli “umani”, nonostante le innumerevoli, geniali possibilità che potrebbe aprire una fusione tra tecnologia babbana e magia umana. 
Nel delirante worldbuilding della Rowling, inoltre, i maghi sono apolitici e vivono felici dentro una sorta di stato liberale, con una pubblica opinione vivace, ma sostanzialmente tenuta a freno dalla scusante di un nemico esterno, Tu-Sai-Chi. 
Un appassionato di Harry Potter a questo punto mi darebbe del ritardato e probabilmente avrebbe ragione: sto cercando sottotesti e rigore da un romanzo per bambini. Esagero probabilmente. Nemmeno questa chiave di analisi, per quanto divertente sarebbe utile. Sul piano della trama, ad esempio, si potrebbe continuare a lungo; Harry Potter è un protagonista che non ha letteralmente nulla all'inizio, ma che già superate le prime cinquanta pagine ottiene praticamente tutto, dai soldi della Gringott alla fama di una superstar. La Rowling supera perfino gli handicap fisici (occhiali, goffezza, corporatura dinoccolata) trasformandolo nell'atleta per eccellenza del Quidditch. 
Il personaggio è letteralmente rovinato perchè parte con un monte (del Fato?) di problemi e termina già a metà libro con tutto, dai gadget del mantello dell'invisibilità, ai soldi, alla vittoria sportiva. Ciononostante, è un romanzo per bambini e questi deus ex machina funzionano, perché tengono sempre alto il ritmo.



La saga di Harry Potter dunque può essere criticata singolarmente per un particolare aspetto, ma difficilmente smontata in toto. Le fondamenta fantasy su cui si regge sono al di fuori delle logiche sia di stile che di trama normalmente usate. In altri casi, con altri generi sarebbero criticabili. Nel mondo di Harry Potter tutto questo invece funziona. Ma qui sorge il problema.
Perchè il mondo fantasy della Rowling non è fantasy. 
Se ancora l'arrivo di Hagrid, la scoperta di essere il prescelto e l'arrivo a Diagon Alley hanno ancora la meraviglia che loro compete, presto tutto si affloscia. Il mondo di Harry Potter continua a svelare i suoi aspetti magici, ma questi non hanno nulla, letteralmente nulla di magico. Sono invenzioni descritte con tono piatto e grigio, più simili agli scherzi di un tendone da circo che alla paura/desiderio reverenziale della vera Magia, quella con la M maiuscola. La Rowling è sempre stata lodata per la quantità di dettagli e di invenzioni che sorprendono il lettore a ogni voltar di pagina. Non si osserva mai però che questa quantità non si accompagna mai alla qualità. Il mondo dei maghi è il riflesso consumista del mondo dei Babbani; è letteralmente pieno di roba “interessante” ma che non è magica. Avrei preferito un singolo incantesimo descritto con la cura e il timore dei veri incantesimi alla massa informe di latinorum scopiazzato della Rowling. La Magia della Rowling è la magia Made in China. 
Va bene un po' a tutti, è chiaramente taroccata, non ha pericoli. In effetti l'idea stessa che la magia possa venire insegnata dentro una scuola è controintuitiva. La magia, se è davvero “magica” non può venire insegnata come se fosse la matematica. La magia è tale proprio perché fuori dalle leggi e fuori dalle regole ordinarie. Inserirla nell'ambiente scolastico equivale a svuotarla di fascino, a ingrigirla. 
A privarla, fattore cruciale!, di ogni carica sovversiva e pericolosa.
Il fantasy non-fantasy della Rowling non si limita alla magia, ma imperversa nel bestiario fantastico.
Non appena entra a Hogwarts, Harry Potter incontra non un fantasma, bensì venti!

Poi accadde una cosa che gli fece fare un salto alto un palmo da terra... Dietro di lui, molti ragazzi gridarono.
<< Ma che cosa...? >>.
Si sentì mancare il fiato, e con lui tutti gli altri. Una ventina di fantasmi erano appena entrati nella stanza, attraversando la parete in fondo. Di color bianco perlaceo e leggermente trasparenti, scivolavano per la stanza parlando tra loro e quasi senza guardare gli allievi del primo anno. Sembrava che stessero discutendo. Quello che assomigliava a un monaco piccolo e grasso stava dicendo: << Io dico che bisogna perdonare e dimenticare; dobbiamo dargli un'altra possibilità... >>
<< Mio caro Frate, non abbiamo forse dato a Pix tutte le possibilità che meritava? Non fa che gettare discredito sul nostro nome, e poi lo sai, non è neanche un vero e proprio fantasma... Ehi, dico, che cosa ci fate qui? >>
Un fantasma in calzamaglia e gorgiera aveva d'un tratto notato gli studenti del primo anno.
Nessuno rispose.
<< Nuovi studenti! >> disse il Frate Grasso abbracciando tutti con un sorriso. << In attesa di essere smistati, suppongo >>.
Alcuni annuirono in silenzio.
<< Spero di vedervi tutti a Tassorosso! >> disse il Frate. << Sapete? E' stata la mia casa >>.
<< E ora, sgombrare! >> ordinò una voce aspra. << Sta per cominciare la Cerimonia dello Smistamento >>.
La professoressa McGranitt era tornata. Uno a uno, i fantasmi si dileguarono attraversando la parete di fronte.

Un fantasma non è una cosuccia da prendere alla leggera.
E' uno spirito dei morti, una prova tangibile dell'esistenza dell'al di là, oltre che un'agghiacciante incursione del soprannaturale. Un solo fantasma ha dato filo da torcere a generazioni di scrittori e poeti. 
C'è un ricco background alle spalle, ma viene sorvolato senza perdere tempo. Nel mondo della Rowling esistono i fantasmi, così come esistono i goblin, gli elfi e altre creature: tutte magiche, tutte ininfluenti. Quello che sto cercando confusamente di comunicare è che non c'è spessore, in quanto descrive la Rowling. 
Non c'è quell'attimo di sospensione, di sublime che dovrebbe accompagnare il soprannaturale. Cazzo, capisco che il mondo di Potter è magico, ma di fronte a un non-morto io fuggirei via urlando!
Sono fantasmi filmici, bonaccioni per tinteggiare un mondo di cartapesta.



Harry Potter non si muove dentro un fantasy realistico, e questo posso accettarlo. Ma non posso accettare che la “magia” della Rowling sia tanto anonima. Non è nemmeno la magia trash di D&d "Il mio mago casta una palla di fuoco sullo scheletro campione..."
E' proprio senza spessore. Ha regole, ma non le segue. Usa il latino, ma lo parodia oltre ogni decenza. 
A tutti gli effetti l'incantesimo viene descritto come una tecnologia “da usare”. I babbani muovono il culo e afferrano la lattina di Coca-cola, i maghi usano Accio. E' una magia castrata alla radice. Posso comprendere perché Alan Moore sia tanto inferocito da Harry Potter. Per chi davvero ci crede, nella magia e nel “diverso” il mondo della Rowling è grigio e piatto. Non starò a elencare le fonti da cui la Rowling copia spudoratamente, perchè sarei ipocrita e pedante; non le ho lette, non posso fare confronti. 
Ma senza dubbio non si può negare la sciatteria.
La Chiesa ha spesso criticato Harry Potter, avvertendo della pericolosità di scambiare finzione e realtà. Harry Potter, insinuano, è pericoloso perché non introduce alcuna frattura tra realtà e magia. Tutto è magico, per la Rowling, argomentano. Di conseguenza il bambino potrebbe confondersi e pensare che davvero un giorno riceverà una lettera che lo inviti a Hogwarts.
Una critica davvero miope! La saga di Harry Potter è particolare proprio perché non è un Fantasy.
Se tutto è magico, in realtà tutto è ordinario. La magia funziona quando trasmessa a piccole dosi. 
Se frastorni il lettore con vagonate di “magia” a ogni voltar di pagina, l'irrazionale diventerà presto la norma. Si tranquillizzino i pretacci e le psicologhe dell'infanzia: Harry Potter mai potrà essere pericoloso perché mai potrà essere un Fantasy. L'irrazionale, il sovrannaturale, la magia sono argomenti da introdurre pian piano, con rispetto e meraviglia. In Harry Potter sono invece la vernice con cui parlare di qualcos'altro. Sono sbattuti in faccia al lettore, degradati ripetutamente. Servono come metafore per triti moralismi senza però nessuna critica seria dietro. Harry Potter non è fantasy a sufficienza. E' questa, la vera critica.
La Rowling prende il mostro delle fiabe e metodicamente gli cava le zanne, trasformando uno splendido drago in una mucca ruspante. Chi ama Harry Potter, ne ama l'ambientazione scolastica. Gli scherzoni da fiera che vengono definiti magia raramente vengono presi sul serio, persino dai fan.

Per citare Zizek, la moda attuale svuota di significato ogni esperienza. Si vuole dunque guardare film horror senza spaventarsi, assumere alcool senza soffrire la sbornia, drogarsi senza diventare dipendenti, fumare senza rovinarsi i polmoni, mangiare senza ingrassare... ecc ecc

Harry Potter pertanto, è perfetto: è un fantasy senza fantasy, e in ciò sta il suo successo.  

Fonti: 
Scans prese dall'opera di Moore sulla Lega degli straordinari gentlemen: 2009