lunedì 8 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 1-4)



Open Culture, il noto portale che offre contenuti legalmente scaricabili di filosofi, scrittori e in generale umanisti, ha un unico difetto, che d'abituale curioso sento molto: non esiste materiale intermedio tra lettore e autore. 
Prendiamo un filosofo quale Nietzsche. Complicato. Complesso. Indecifrabile, quasi. Affrontarlo senza il fuoco di supporto di manuali e guide di chi ne capisce – per forza di studi – più di te, è indispensabile. Un classico, che sia un tomo di filosofia o un testo cardine di un genere quale il Signore degli Anelli di Tolkien, non si può affrontare senza aiuto.
Chi giudica un filosofo dalla sola lettura dei suoi testi, senza un set di strumenti in grado di scassinarlo, interpretarlo e analizzarlo è uno sciocco. Finirà per trovare un'ingenua passione per filosofi che a naso sente “realisti” o “scientifici” o al contrario per citarli a sproposito, per trarne aforismi che sente misteriosi e densi di significato. Senza per altro che questo significato sappia spiegarlo.

The Tolkien Professor, di Corey Olsen sono una serie di lezioni tenute su Tolkien. 
Non hanno il valore d'un saggio critico, né di un corso professionale. E' tuttavia una confusa, ma appassionante analisi della poetica di Tolkien, narrata in una serie di podcast che sono registrazioni delle lezioni dal vivo. Olsen usa un inglese semplice e lineare, inframezza di battute le sue conversazioni e in generale è un oratore loquace e piacevole. L'analisi parte dal Silmarillion, per scendere a Lo hobbit e arrivare infine alla trilogia del Signore degli Anelli. 
Tuttavia, you know, è pur sempre inglese...

Ho pensato perciò in occasione dell'ultimo film di Jackson di trarre da queste lezioni una serie di articoli. Tolkien non è un filosofo, almeno non nel senso convenzionale del termine. E non c'è testo più facile e fluente de Lo hobbit. Nondimeno, penso che un'analisi attenta de Lo hobbit possa interessare i curiosi. La sfida in questo caso non è comprendere un romanzo che brilla proprio per la sua facilità d'accesso, ma piuttosto indagare i meccanismi che ne azionano le diverse componenti. Scoprire pertanto l'inganno di una semplicità tutt'altro che semplice.

Ovviamente eventuali errori sono dovuti al sottoscritto e non al professore. 
Non voglio in nessun modo sostituire eventuali “specialisti” (brutta parola!) della materia.



La prima precisazione da fare concerne il diverso punto di vista che intercorre tra Silmarillion e Lo
hobbit. Il Silmarillion, come gli sventurati che l'hanno letto sanno bene, ha uno stile aulico e verboso. Al contrario, Lo hobbit presenta uno stile di scrittura morbido e semplice, adatto alla lettura dei più piccoli senza risultare lezioso.
Questa differenza di stile in realtà costituisce una spaccatura non soltanto per diverse esigenze editoriali, ma riflette il diverso Pov dei personaggi protagonisti. Coerentemente con gli elfi che lo popolano, il Silmarillion è narrato dalla prospettiva estetizzante e aliena di un eldar, pertanto seguendo gli stilemi dell'epica, con abbondanza - ahimè stancante - di nomi e titoli. 
Come lo definisce il professore, è un "elven document".
Lo hobbit invece possiede un narratore con prospettive, filosofia e sopratutto linguaggio assolutamente “hobbit”. Il punto di vista è legato alla creatura “hobbit”, pertanto a un bipede nano con abitudini e usanze tipiche della borghesia rurale ottocentesca inglese. Lo stile dunque non può che diluirsi, eliminando ogni parola difficile in favore di un modo di scrittura pianeggiante e tranquillo. Tolkien rifiuta di degradare l'epica del Silmarillion per accontentare i bambini. Al contrario, muta radicalmente il linguaggio per venire incontro alla prole e al contempo adeguarsi realisticamente al punto di vista di Bilbo, un semplice hobbit.
Il Silmarillion, dunque? Un documento elfico, una ballata epica.
Lo hobbit? Il diario di Bilbo, un giovane halfling della Contea.

Scompaiono dunque i riferimenti a Iluvatar e ai Valar che abbondavano nel Silmarillion, preferendo invece un approccio più terra terra, dove le avventure sono”brutte cose che fanno arrivare tardi a cena”. Bilbo non è un elfo: non adora la guerra. Al contrario rimpiange il bacon, l'erba-pipa, il thè. Non poteva esserci mutamento più radicale.

Questo shift nello stile, che può sembrare banale, si riflette in una straordinaria attenzione nell'uso dei nomi. Dall'accozzaglia in apparenza insensata di nomi elfici dello Silmarillion, i nomi geografici de Lo hobbit sono in realtà semplicissimi, descrizioni a malapena poetiche del luogo.
Nomi parlanti, un classico espediente per bambini.
Hobbitopoli perché piena di hobbit, il Bosco Atro perché nero, “atro” (latinismo). Le Montagne Nebbiose perché nebbiose agli occhi di Bilbo, che non ha mai visto montagne vere fino a quell'avventura. La Montagna Solitaria perchè solitaria, il Fiume Fluente, perché fluisce verso il Lago Lungo, che è per l'appunto lungo. Che nomi del genere non suonino banali, come lo sono invece la miriade di fantasy celtici pseudo imitatori, va ancora una volta a merito di Tolkien.
Tanta semplicità perchè Bilbo E' una creatura semplice, un borghese hobbit della Contea. Di fronte allo stupore di un mondo fantastico, ne verrà, come il lettore, travolto: pertanto la città acquatica degli uomini di Dale diventa Pontelagolungo, perché gli sembra, ingenuamente, un ponte sul lago, che a sua volta gli sembra lungo. Lago-Lungo. Ponte-Lago-Lungo.
Vogliamo parlare dei nemici? Il supremo capo dei goblin sotto le Montagne viene appellato come il “Grande Goblin”. Non si poteva trovare titolo migliore per un popolo così rozzo.
Eppure, in tanta semplicità, un lettore attento noterebbe che ogni nome geografico, come ogni nome proprio è distintamente inglese. Tolkien, da buon purista, depura stavolta il romanzo da ogni influenza esterna che non sia schiettamente anglosassone. Dopotutto, se ci si forma linguaggio e scrittura sui libri dell'infanzia, presentarli depurati dallo straniero è un passo indispensabile.

Giunti a questo preambolo, il lettore potrebbe sorridere e constatare che sì, Lo hobbit è per
bambini. E' stucchevole, viziato e... Fortunatamente, non è così. Pur essendo lettura adatta ai bambini, Lo hobbit è un'opera organica e perfetta, sia nella struttura narrativa che nello stile. Ma ancor più nei contenuti. Tolkien era decisamente a favore delle fiabe cattive, mal disposto verso i pedagoghi volenterosi di smussare ogni angolo spiacevole della vita.
L'approccio che adotta ne Lo hobbit è sintomatico di questo pensiero: morte, malattia e tortura compaiono sì, ma ammorbiditi dalla commedia e, sopratutto, dal narratore-hobbit. La morte non viene nascosta ma accompagna come tante altre cose l'avventura di Bilbo, di tanto in tanto contestualizzata come quello che è: una parte fondamentale della vita. Siamo lontanissimi dal sonno della ragione dei film disneyani, dalle lauree in pedagogia trovate nei pacchetti di patatine, dalla produzione per ragazzi attuale: inesorabilmente tesa a divertire, divertire e divertire annegando il lettore in un mare di melassa demente. Tolkien teneva bene a mente come esempio negativo di quest'attitudine molte delle fiabe “rimaneggiate” in età vittoriana: noi, nuovi vittoriani, possiamo rivolgerci semplicemente ai nostri scaffali. Annotava infatti Tolkien sconsolato: 

Le fiabe, in tal modo bandite, tagliate fuori da un’arte pienamente adulta, finirebbero per guastarsi; e in effetti, nella misura in cui bandite sono state, si sono anche guastate.


Esaminiamo il primo capitolo de Lo hobbit.
L'arrivo inaspettato dei nani a casa di Bilbo è divertente, spassoso: perchè getta il nostro protagonista nel panico. Bilbo vive un terribile incubo, quanto per lui è una tragedia paragonabile a un incidente automobilistico. Non possiamo non ridere, a leggere la sua disperazione quando si accorge che orrore! Le torte sono tutte finite! Non c'è più cibo! Per Bilbo, tuttavia, è una tragedia autentica. Il narratore ironizza, ma la disperazione del protagonista non è finta. Bilba sta davvero male, per l'arrivo dei nani. Aver finito tutte le sue torte davvero lo terrorizza.
La visita di Gandalf e dei suoi nani distrugge una vita finora tranquillamente su binari tranquilli (morti?). Il commento del narratore non è solo ironico, ma ricco di profonda empatia:

Bilbo corse per il corridoio, arrabbiatissimo, completatamene sconcertato e sconvolto: questo era il peggiore mercoledì di tutta la sua vita!

E' un trauma psicologico. Sono finite le torte, dopotutto. Anch'io andrei in crisi se terminassero thè&caffè&tabacco da pipa.

La venuta di Smaug a Erebor e la successiva distruzione sono un altro esempio dell'uso dell'ironia per smussare una tragedia da prima pagina.

<< Perchè? >>.<< Perchè è troppo piccola. “la porta è alta un metro e mezzo e ci si può passare in tre per volta” dicono le rune, ma Smaug non poteva infilarsi in una apertura di quella misura, neanche quand'era un giovane drago, e certo non dopo aver divorato tutti quei nani e tutti quegli uomini di Dale >>.

Buffo, no? Si discute delle dimensioni della porta, quasi fosse il nuovo garage del condominio e nel
mentre, con nonchalance molto british, Gandalf butta lì l'informazione che sì, Smaug ha compiuto un genocidio. Ha divorato vivo ogni singolo nano della Montagna, e non pago, ha bruciato
e divorato ogni singolo abitante di Dale. Roba da far impallidire la carta dei diritti dell'Umanità.
L'attenzione di Gandalf è tuttavia concentrata sulla porta, il sanguinoso massacro viene riferito discretamente, come un'informazione risaputa. Morte e distruzione non vengono nascosti come una cosa vergognosa, ma sottomessi all'importanza della fiaba.

Come negli antichi racconti far conoscere i pericoli e le sofferenze della vita al bambino, ma
senza trascurare la cornice: lo stile, l'ambiente. L'ironia necessaria a trasformare l'omicidio in
fiaba. La descrizione del sornione Gandalf di Thrain, il padre di Thorin, si colloca in questa scia: Thrain, dopo aver trovato la mappa cerca di arrivare alla montagna, ma viene catturato dal Negromante. Con sobrietà, Gandalf racconta infatti:

<< Tuo padre se ne andò a tentare la sorte con la mappa dopo che tuo nonno fu ucciso, ed ebbe un gran numero di avventure del tipo più spiacevole, ma non arrivò mai vicino alla montagna. Come fosse arrivato lì, non lo so, ma lo trovai prigioniero nelle segrete del Negromante. (...) Cercai di salvare tuo padre, ma era troppo tardi. Inebetito e brancolante, si era ormai dimenticato quasi di tutto, tranne che della mappa e della chiave. >>

Le vicissitudini sgradevoli di Thrain alludono probabilmente a scontri sanguinosi, fame e privazioni
di ogni genere; dopo la cattura per mano del Negromante, capiamo che Thrain è stato torturato fino
alla follia e allora abbandonato come un rifiuto nei sotterranei. Brancolante? Forse è stato mutilato, o abbandonato a morire d'inedia.


Bilbo Baggins nell'introduzione svolge inoltre il ruolo fondamentale d'intermediario tra il mondo
fantastico e il lettore. Essendo un hobbit della Contea, vive dentro un'oasi di (relativa) calma, se confrontato ai regni di Rohan, o allo stato di continuo assedio di un regno militarista quale Minas Tirith. Insomma, se è vicino al lettore nel pensiero e negli atteggiamenti, l'intervento dei nani in tal senso rappresenta l'irrompere dello sconosciuto, dell'avventura nella tranquilla quotidianità.
Bilbo è il medium per far entrare il lettore nel Mondo di Mezzo.

La contrapposizione Baggins/Tuc, dove il Baggins simboleggia casa, tranquillità e pace domestica e il Tuc avventura, pericolo e stupore è già fortemente presente in questo primo capitolo. Bilbo si definisce e si definirà sempre un Baggins; ma di tanto in tanto trapelano aspetti Tuc, come scintille sotto le ceneri.

Come dicevo, la madre di questo hobbit - di Bilbo Baggins, cioè - era la famosa Belladonna Tuc, una delle tre notevoli figlie del Vecchio Tuc, capo degli hobbit che vivevano di là dall'Acqua, cioè oltre il piccolo fiume che scorreva ai piedi della Collina. Si diceva spesso (in altre famiglie) che molto tempo addietro uno degli antenati dei Tuc doveva aver preso in moglie una fata. Naturalmente questo era assurdo, ma certo v'era ancora qualcosa di non tipicamente hobbit in loro, e di tanto in tanto qualche membro del clan Tuc partiva e aveva avventure. Spariva discretamente, e la famiglia metteva tutto a tacere; ma rimaneva il fatto che i Tuc non erano così rispettabili come i Baggins, pur essendo indiscutibilmente più ricchi.

Allora qualcosa che gli veniva dai Tuc si risvegliò in lui, e desiderò di andare a vedere le grandi montagne, udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare la spada al posto del bastone da passeggio. (...) Improvvisamente nel bosco di là dall'Acqua palpitò una fiamma - probabilmente qualcuno che accendeva un fuoco di legna - ed egli pensò a draghi predatori che venivano a installarsi sulla sua quieta Collina e ad appiccare il fuoco dappertutto. Rabbrividì: e in men che non si dica era tornato ad essere il posato signor Baggins di Casa Baggins, Vicolo Cieco, Sottocolle.

Ditemi cosa volete che faccia, e io farò del mio meglio, anche se dovessi andare a piedi da qui al più Lontano Oriente e combattere i selvaggi Draghi Mannari nell'Ultimo Deserto. Un mio pro-pro-pro-prozio, Ruggitoro Tuc, una volta...

<< In primo luogo mi piacerebbe saperne un po' di più >> disse questi, sentendosi confuso e interiormente un po' scosso, ma ancora Tuccamente deciso ad andare avanti con quella faccenda.<< Voglio dire riguardo all'oro e al drago e compagnia bella, e come ci è arrivato e a chi appartiene, e così via e così via >>.

L'unica decisione che prese fu di non disturbarsi ad alzarsi molto presto per preparare la dannata colazione per tutti gli altri. Il suo lato Tuc si stava rapidamente squagliando, e Bilbo non era più tanto sicuro che al mattino dopo sarebbe partito per un viaggio, di qualsiasi tipo fosse.

Bilbo parte cento per cento Baggins, ma col passare del tempo diventa sempre più Tuc, man mano che l'approccio Baggins rivela la sua inutilità alle prese con trappole e mostri. E' interessante che
questa contrapposizione interiore venga dal buon Tolkien trasposta in un legame genetico, di sangue; dalla mescolanza dei diversi antenati. Inoltre Tolkien non s'accontenta di un semplice capovolgimento, del tipo Baggins= male a Tuc= bene. Al contrario Bilbo per l'intera avventura continuerà realisticamente a oscillare tra i due poli, passando da nostalgie Baggins a slanci di eroismo Tuc. E presso la Montagna, al cospetto di Smaug, continuerà a definirsi “Baggins”. Dall'avventura tornerà arricchito, trasformato. Ma senza gettar via la sua eredità.

Il conflitto Baggins/Tuc è solo una frazione del conflitto psicologico di Bilbo.
L'identità del protagonista continua a cambiare, specie per effetto di eventi esterni. Già Gandalf, marchiando la sua porta con un segno magico scatena l'arrivo dei nani e le prime, timide trasformazioni. In seguito l'attributo di scassinatore (burglar), fornito dall'alto da Gandalf, quasi “per scherzo” diventa per Bilbo una questione d'onore.
Bilbo cambia, diventa una personalità marcata lontana dal pigro cinquantenne che fuma anelli di erba-pipa in cortile. Durante questi primi tre capitoli la trasformazione si completa dopo l'incontro con i tre troll (o gli uomini neri, in alcune traduzioni).
Sia per i nani che per Bilbo, l'incontro è un disastro, un completo fallimento.
E' Gandalf che interviene a salvare la compagnia. Per Bilbo l'incontro invece è un successo. Se oggettivamente ha combinato poco, per quanto lo riguarda sente d'essere utile, non un peso.
Conferma d'essere scassinatore rubando qualcosa. E' già qualcosa. Da qui all'avventurarsi fino alla Montagna Solitaria, il piccolo hobbit avrà modo di maturare ancora...

Bilbo lo sapeva. Aveva letto molte cose utili che personalmente non aveva mai visto o fatto. Era allarmatissimo e disgustato; avrebbe desiderato esser lontano mille miglia da lì, eppure... eppure c'era qualcosa che gli impediva di tornare subito da Thorin e Compagnia a mani vuote (…) Berto e Maso si diressero verso il barile. Guglielmo stava scolando un altro boccale. Allora Bilbo raccolse tutto il suo coraggio e mise la manina nell'enorme tasca di Guglielmo. C'era dentro un borsellino, grande quanto una borsa, per Bilbo. << Eccoci qua! >> pensò, appassionandosi al suo nuovo lavoro mentre estraeva con somma cautela il borsellino. << Questo sì che è un buon inizio! >>.

Nel prossimo episodio analizzeremo gli elfi di Granburrone/Rivendell in confronto a quelli del Silmarillion. E passeremo ad analizzare il vero turning point per la saga tolkieniana: Bilbo che ritrova l'unico anello. Una scena, non a caso, tra le migliori nell'altrimenti mediocre nuova trilogia di Peter Jackson.  

4 commenti:

Marco Grande Arbitro ha detto...

Complimenti per l'idea del post!
Lo hobbit è stato uno dei libri che ho maggiormente amato in gioventù.
Dopo averlo letto qualcosa cambiò in me, li altri libri non mi bastavano più...

Coscienza ha detto...


Grazie! :-D

"Dopo averlo letto qualcosa cambiò in me, li altri libri non mi bastavano più..."

Ehh, conosco quella sensazione, della serie "Ne voglio ancora"

hendiokeslair ha detto...

Spero questa volta blogspot non mi dia problemi perché ci tengo a dirti che trovo questa tua iniziativa bellissima e che la seguirò con molto piacere :D

Coscienza ha detto...


Grazie Hendioke e benvenuto! Come vedi il commento è arrivato a destinazione! ^^ Buona lettura... Dai anche un'occhiata alle lezioni direttamente in inglese perché meritano. Se ti va pubblicizza la serie... Le lezioni dedicate a Lo hobbit sono in tutto quattro, per cui sono a buon punto, modestamente :-D