lunedì 29 dicembre 2014

Lancia in resta verso il 2015!


Per i blogger il Natale è una gran festa di statistiche, resoconti dell'anno appena trascorso, masturbazioni sui migliori post dell'anno senza dimenticare i listoni nello stile del catalogo dell'Ikea su cosa comprare, su cosa evitare, su cosa boicottare, su cosa dovete-assolutamente-avere.
Per carità, è normale. 
E' normale voler tirare le somme, così com'è normale voler prendere posizione a tutti i costi su quello, o quell'altro argomento. Quindi via di post – non darei loro la dignità di articoli – sul perché il Natale è una festa consumista, sul perché non lo è, sul perché il Natale può essere festeggiato solo se sei 100% purissimo cattolico maschio bianco benestante. Senza dimenticare le consuete apologie del regalo, dal ricatto morale al rimprovero della povertà (sei tirchio, allora? Sei tirchio?? Sei tirchio???).

Un blog microscopico :(
Da giugno/luglio 2014 ho cambiato marcia al blog. 
I due migliori rappresentanti di questo cambiamento sono le due guide di Jess Nevins, tradotte e rielaborate per renderle un minimo comprensibili a tutti. Jess Nevins, nel suo ambito, è un uomo geniale. Tuttavia le sue guide sono brutte&scomode: niente più che annotazioni a margine redatte su un foglio bianco, arricchite e occasionalmente corrette da un grande stuolo di esperti e fan.
La pubblicazione della guida in occasione programmata con la pubblicazione dell'edizione italiana di Nemo, le rose di Berlino è stato un buon esempio di quel genere di serietà che mi piacerebbe replicare. Articoli scritti perché servano anche ai lettori, che non si limitino a un – sacrosanto, intendiamoci – catalogo di punti di forza e difetti. La traduzione dal tedesco delle vignette è stato linkato da due diversi forum di fumetti e in generale sono piuttosto soddisfatto dal risultato complessivo. Ringrazio a questo proposito Magoz, del forum comicus.forumfree.org. (Aggiornamento 30/12/2014 Sono riuscito a trovare anche il secondo Forum! E' www.dcleaguers.it/forum. Ringrazio l'utente "Paolo Papa" per il link). 
In agosto, mentre studiavo&sudavo sotto un sole cocente, mi sono messo sotto a programmare il blog per settembre/ottobre 2014. Abituato a pubblicare articoli “sul momento”, mi sembrava una cosa assurda, ma statistiche e commenti mi hanno smentito. L'articolo su Harry Potter è stato un buon colpo, sebbene sconfiggere la fan base della Rowling sia impresa degna di un Titano.
Ho anche ricevuto il mio primo commento trollone! ^___^



Le mie critiche a Harry Potter non sono tuttavia di carattere tecnico, ma squisitamente filosofico. Mi piacerebbe definirmi Mooriano, nel senso che alla rilettura delle avventure del quattr'occhi magico ho alternato la rilettura della lega degli straordinari gentlemen (2009) che mi ha decisamente influenzato in stesura di recensione. Ovviamente citare Alan Moore non va più di moda da quando ha dichiarato la sua avversione per i supereroi, quindi suppongo conti poco...
Per altro Harry Potter ha grandi pregi, che sarebbe stupido negare. “Demolire” un libro non era e non è nelle mie intenzioni, la demolizione lasciamola alle costruzioni in muratura...

L'articolo su Ufo Robot Goldrake è stato un altro gran bel successo. L'ho scritto in agosto, più volte riscritto e incredibilmente pur essendo un articolo lungo (orrore!), con poche immagini (doppio orrore!), con citazioni lunghe un braccio (triplo orrore!) ha raccolto 56 mi piace nei due giorni di pubblicazioni. Non mi era mai successo di vedere il pollice di Zuckenberg salire tanto velocemente.
Non l'ho spammato da nessuna parte e non conosco nessuno di quei 56 mi piace, per cui vi ringrazio, misteriosi condivisori. Per altro, alcuni mesi dopo l'articolo è stato anche citato come fonte affidabile da Riccardue in una discussione sul venerabile forum GoNagaiForumfree!

Ma forse l'articolo che stranamente più mi ha soddisfatto quest'anno è stata la recensione dell'ottimo saggio su Bioshock di Filippo Zanoli. Senza dubbio devo recuperare altra saggistica videoludica dalla collana Ludologica – per il momento quello che ho letto mi ha soddisfatto molto.
L'articolo è stato segnalato sul sito ufficiale dal Bittanti (“un blogger triestino”), segnalazione che assolutamente non mi aspettavo, ma che mi ha fatto molto piacere. Per chi legge il blog da un po' il mio fanboyismo per il Bittanti non è certo una novità, quindi capirete la mia soddisfazione.

Pensando alle letture dell'anno appena trascorso mi viene da dire che il livello si è mantenuto sulla media. Di romanzi fantasy e di fantascienza ho letto tanta bella roba, nulla tuttavia di eccezionale. Questo non dev'essere per forza un male; preferisco leggere tre libri buoni e un libro brutto, che tre libri brutti e un capolavoro. Non so se rendo l'idea. Certo, nulla vieta di leggere quattro capolavori e nessun libro brutto, ma in quel caso vi auguro tanta fortuna. 
Di fantasy continuo ad apprezzare la traduzione di Sapkowski, che ricordiamocelo prima di criticarlo a testa bassa, è disponibile altrimenti solo in polacco. Dunque prima di azzoppare le vendite recensendolo negativamente solo per sentirsi “fighi” pensateci un attimo, grazie. Se negli ultimi libri il fascino del folklore polacco è scomparso a favore degli intrighi politici alla Gheim ovv Tronss, il nuovo capitolo della serie dovrebbe ripristinare gli equilibri già dal titolo, La Torre Della Rondine.

Dovrebbe concludersi questa primavera – e se la Bao sarà veloce nella traduzione in estate per noi – la trilogia dei “libretti” di Janni Drakkar, la figlia di Nemo. Una piratessa anziana intraprende un ultima avventura in Amazzonia, tra nazisi Oops, intendevo Tomaniani! Secondo Moore sarà il fumetto avventuroso per eccellenza. Non credo sarà nulla di che, come non era nulla di che Nemo, le rose di Berlino, ma rimango terribilmente curioso.

Quest'anno ho provato pochissimi videogiochi. 
Mentirei se dicessi perchè troppo impegnato con lavoro o studio. La verità è che il salto generazionale delle nuove console ha definitivamente superato il mio portatile, che nel frattempo avrebbe anche bisogno di una nuova batteria e probabilmente di chissà quante altre cose. Di conseguenza sono riuscito a giocare solo roba indie, scoprendo tuttavia perle che non avrei altrimenti considerato. Ricordo con soddisfazione Banner Saga, Transistor e le diverse serie della Telltale. Il premio tuttavia lo do senza problemi a This War of Mine, che è un videogioco da evitare se depressi, ma da provare assolutamente se si vuole qualcosa di diverso. 
E' incredibile come con una semplice struttura da casa di bambole e un gestionale attento con luci e ombre gli sviluppatori siano riusciti a impattare emotivamente sul giocatore in maniera devastante. Stando ad alcuni articoli che ho letto, sia in Shadow of Mordor, sia in Watchdogs si è finalmente riusciti a togliere “l'anonimo” dal volto del nemico ucciso, che assume pertanto una sua (debole) personalità. L'uccisione del nemico così non si limita al superamento di livello, o alla ricompensa (quanti punti esperienza?) ma cerca di far capire al giocatore le conseguenze del suo atto. A mio parere è un punto importante, che non è detto sia per forza disgiunto dal videogioco. In This War of Mine il combattimento porta sempre al lutto e inevitabilmente alla tragedia. Eppure, si è costretti al combattimento... Se si vuole sopravvivere. Il gioco di conseguenza mostra chiaramente che non sopravvivono i buoni, ma i più adatti alla sopravvivenza, che spesso sono manipolatori, assassini, malviventi. La guerra sui civili di conseguenza diventa terribile non solo per i suoi effetti più banali – uccisioni, fame, bombardamenti – ma per quanto i civili sono costretti a fare per sopravvivere.

La saggistica si è rivelato quest'anno invece ricca di letture interessanti. Non credo d'aver mai letto per puro interesse personale così tanti saggi, pertanto raramente annoiandomi. Non dispongo ancora di sufficienti testi per buttar giù una personale bibliografia sull'Austria-Ungheria, ma ci vado vicino.
Scoperta singolarissima inoltre Alain de Benoist, sostanzialmente attraverso la segnalazione di un professore che ne ha parlato tanto male da spingermi a leggerlo. Quello che si dice un'azione controproducente! De Benoist è riuscito nell'impresa unica di spiazzarmi: è davvero difficile classificarlo in categorie precise. E' un filosofo interessato maggiormente alle idee che alla loro posizione culturale o politica. Una posizione che l'ha portato ad alcune fusioni singolari, che suonano “strane” culturalmente, ma che sono sensate sul piano razionale. Attualmente ad esempio è approdato su posizioni terzomondiste che l'hanno felicemente emarginato anche dagli ultimi conservatori che lo sostenevano – rimane nel suo limbo incompreso, allegramente citato a sproposito. 

Prendiamo ad esempio “Come si può essere pagani” il suo testo che finora mi è piaciuto di più. Scritto nel pieno del suo Nietschianesimo è un saggio formidabile intellettualmente, ma con cui a tutti gli effetti smerda un po' tutti: i neopagani vengono ridicolizzati, i liberali pure. Ma il testo assume una posizione antagonista proprio contro i cristiani – è un testo che Nietzsche approverebbe nel senso che pone l'uomo con le sue potenzialità al centro di tutto, rifiutandosi testardamente di sminuirlo, di togliervi potenza per darla a qualcun'altro, in quest'ovvio caso a un Unico Dio. Gli dei greci provenendo dal mondo non vi sono estranei, come non sono estranei all'uomo: sono dei umanizzati, che considerano l'uomo come una creazione che può liberamente giungere a eguagliarli, se non detronizzarli. Non c'è nessuna posizione fissa, ma un continuo scorrere di forze, come direbbe Eraclito. E' una mia idea che de Benoist con questo saggio si è dato la proverbiale zappa sui piedi, perchè s'è alienato le simpatie anche delle diverse fasce di tradizionalisti e conservatori, che da buoni cristiani non hanno gradito un testo tanto provocatorio. A completare il quadro, de Benoist riesce anche a separare il paganesimo dal semplice godere casereccio che spesso vi è assegnato, che si traduce spesso e volentieri in disordinate feste dionisiache o nel naturalismo esasperato di molte sette ambientaliste. Ah, senza dimenticare (ovviamente!) che punzecchia marxisti, tecno guru e filo-americani. Zero compromessi, zero salamalecchi. Non sono d'accordo con tutto, ma tanto di cappello per il rigore argomentativo.
E visto che la critica usuale a Come si può essere pagani è di voler formare “un'aristocrazia nazista” (LoL!) mi permetto di citare una porzione dell'intervista in calce al saggio:
La posizione di de Benoist a questo proposito mi sembra ben argomentata.

Alcuni critici del neopaganesimo, seguaci della reductio ad hitlerum, denunciata tempo addietro da Leo Strauss, sostengono che il nazismo può essere interpretato come un grande movimento pagano del XX secolo (diventando, i neopagani, improvvisamente neonazisti!). Qual'è esattamente il rapporto del nazismo con la religione?

La favola di un "paganesimo nazista" non ha cessato di essere alimentata da alcuni con palesi fini propagandistici. L'esaltazione degli "antichi Germani" sotto il III Reich sembrava convalidarla, mentre non aveva che un carattere puramente nazionalista e non aveva un significato più "pagano" dell'esaltazione di Vercingetorige sotto il regime di Vichy.
Il nazismo è innanzitutto un puro prodotto della modernità. (...) Il suo motto (Ein Reich, Ein Volk, Ein Fuhrer) con la sua insistenza sull'Uno deriva chiaramente dal "monoteismo" politico. Nato in Baviera, terra cattolica per eccellenza, il partito nazista, sebbene meno monolitico di quanto si potesse pensare (il Fuhrerstaat era sotto tanti aspetti una policrazia) secolarizza inoltre il concetto cattolico dell'istituzione. Si presenta come una Chiesa diretta da un papa debole (il Fuhrer), con il suo clero (i funzionari del partito), la sua elitè di "gesuiti" (la SS), le sue verità dogmatiche, le sue scomuniche, le sue persecuzioni contro gli "eretici".  


E per il 2015
Il primo, prudente avviso è che partirò col freno a mano
Non aspettatevi tanti articoli per almeno i primi due mesi, gennaio e febbraio, perché sarò occupato a farmi macellare dal Leviatano Universitario. Farò del mio meglio, ma non prometto nulla. Preferisco un articolo ogni due settimane fatto bene a un articoletto inutile al giorno. Certo, nè i commentatori nè le statistiche sembrano saper distinguere tra le due tipologie, ma vabbè, io ci provo. 
Idealmente, rispettivamente per tematiche e tipologia ho le idee abbastanza chiare... Come sempre il vero dilemma è trovare il tempo per scrivere! Non mi azzardo pertanto come negli anni trascorsi a promettere articoli nello specifico. Piuttosto ho ripulito questa vecchia vignetta del mitico Heavy Metal e ho disegnato una lista, sia per tematiche (primo baloon) che per tipologia (secondo baloon).


Vediamo come andrà... Sono pessimista verso questo nuovo anno. 

martedì 16 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 12-19)


Siamo arrivati in extremis con l'uscita di domani de Lo hobbit - La Battaglia delle cinque armate - all'ultima lezione. Si tirano le fila dei temi trattati, si approfondiscono alcune filosofie e si scherza un po'. Non dimenticate di commentare che v'è sembrata questa guida e di condividere con chi interessato. :-)

La fuga è terminata. Malaticci e bagnati, i nani sono giunti a Pontelagolungo, dove vengono accolti dal Governatore con grandi feste. Tolkien lascia abilmente sottintendere come sia l'oro e la ricchezza dei vestiti di Thorin a convincere il Governatore più della sua effettiva fiducia nel compiersi della profezia.

« Thorin, figlio di Thrain, figlio di Thror, Re sotto la Montagna! » disse il nano a voce alta,pieno di maestà nonostante i vestiti laceri e il cappuccio infangato. L'oro gli brillava attorno
al collo e alla cintura; i suoi occhi erano scuri e profondi.

La profezia che ricorda Thorin è una leggenda popolare che ogni singolo uomo di Lago Lungo conosce e le reazioni all'idea che si avveri risultano frenetiche. L'ingenuità della gente è palese. Nessuno, tranne Bilbo e gli elfi, sembrano ricordarsi che prima di poter agguantare l'oro, sarà necessario uccidere Smaug... il Governatore in tutto ciò svolge il ruolo del sindaco affarista. che cerca di approfittare dell'occasione come meglio può, cavalcando da buon populista l'entusiasmo della folla. Non c'è la minima traccia dell'atmosfera Jacksoniana, inutilmente stiracchiata nel personaggio di Bard e nell'intromissione di Tauriel. I nani stessi si riprendono dopo una settimana di mangiate e bevute, pronti per dare l'assalto alla montagna.

Allora il Governatore esitò e rivolse lo sguardo dall'uno agli altri. Il re degli Elfi era molto
potente da quelle parti, e il Governatore non desiderava che ci fosse ostilità tra loro, né faceva gran conto delle vecchie canzoni, perché tutta la sua attenzione era rivolta al commercio e ai
pedaggi, ai carichi e all'oro, e proprio a questo doveva la sua posizione. Altri tuttavia erano di
diverso parere e la questione si risolse rapidamente senza di lui: la novità si era diffusa come
il fuoco dalle porte della sala per tutta la città. La gente gridava dentro e fuori, e le banchine
si riempirono in un baleno. Alcuni cominciarono a cantare ritornelli di vecchie canzoni che parlavano del ritorno del Re sotto la Montagna; che fosse ritornato il nipote di Thror e non
Thror in persona non li preoccupava minimamente. Altri si unirono al coro e il canto risuonò
alto e chiaro sopra il lago.

Paradossalmente colui che meno prende sul serio la profezia è proprio il Governatore, mentre persino gli elfi sono all'improvviso impauriti: com'è possibile che questi nani siano sfuggiti alle prigioni reali? E come mai la profezia non fa il minimo cenno a quell'essere chiamato Bilbo? Scherzi a parte, gli zatterieri di Thranduil sono gli unici che, assieme a Bilbo, capiscono il pericolo di risvegliare il drago Smaug.

Il racconto della profezia permette inoltre di tornare all'argomento “fortuna” (o fato, o progetto divino...) A Thorin basta presentarsi a Pontelagolungo e dichiarare di essere il re sotto la Montagna della profezia, perché le guardie del Governatore corrano fuori, a guardare incredule se l'oro cominci a scendere dalle montagne, mentre ogni abitante si dà all'improvviso alla baldoria. C'è un'immensa forzatura qui, come in altre parti del testo, nelle reazioni della gente. Per quanto popolare fosse la leggenda, non è realistico che gli uomini di Lagolungo “abbocchino” tanto facilmente.

Non serve inoltre sottolineare l'immensa catena di coincidenze che permette loro di arrivare direttamente il giorno di Durin, in tempo perché la porticina incastonata nella montagna si apra secondo le istruzioni delle lettere lunari. Il tordo è, come Bilbo, uno strumento (benevolo e inconsapevole, beninteso) del Fato.


venerdì 12 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 8-11)


Per forza di cose nelle quattro lezioni a disposizione Corey Olsen forza il ritmo, spinge il pedale sull'acceleratore. Ecco allora alcuni capitoli trascurati a favore di altri, cercando d'inseguire il filo rosso di diversi temi portanti: il Fato, l'anello e il protagonista Bilbo. Per forza di cose dunque il mio riassunto può ritornare sui suoi passi o dare per scontati diversi passaggi della trama.
Spero che nell'insieme l'analisi non si confonda troppo...

Ancora prima che i nani entrino a Bosco Atro, sanno che è un luogo pericoloso, molto pericoloso. Non solo per gli avvertimenti di Gandalf, ma sopratutto per Beorn, i cui consigli suonano affatto rassicuranti:

« Ma la vostra strada attraverso Bosco Atro è scura, pericolosa e difficile » egli disse. « Non è facile trovarvi né acqua né cibo. Non è ancora la stagione delle noci - anche se in verità potrà essere arrivata e passata prima che arriviate dall'altra parte del bosco - e le noci sono più o meno le sole cose buone da mangiare che crescono là dentro: tutto il resto è selvaggio, oscuro, strano, feroce.»

L'interlocutore è Beorn! Un mutapelle mostruoso e violento, che non attacca la compagnia di nani solo per l'astuta tattica di Gandalf di far entrare i nani uno a uno, dosando il discorso man mano. Altrimenti avrebbe impalato le loro teste sulla staccionata, come puntualmente mostra di fare con il Grande Goblin e il leader dei Mannari. Insomma, Beorn, l'essenza della ferocia, è impaurito da Bosco Atro. Servono davvero altri avvertimenti?
Il pericolo è inoltre diverso perché insidioso, sottile. Lasciare il sentiero espone a seri rischi, ma contemporaneamente non si può non lasciare il sentiero a meno di morire di fame. Tra Bombur addormentato e allucinazioni varie, Bosco Atro gioca una sporca guerra psicologica sulla psiche dei tredici nani (e un hobbit!).


mercoledì 10 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 5-7)


Al momento di scrivere questa guida uso come riferimento cartaceo la mia edizione de Lo hobbit, l'Adelphi dell'ottobre del 2001. Presenta una traduzione nell'insieme datata se confrontata con la versione filmica, ma personalmente apprezzo certi tentativi di traduzione. Tranne che per noi maledetti nerd, la denominazione uomini neri rende molto più che il semplice troll. Mi sono anche accorto che chiama “orchi” quelli che ho chiamato goblin nell'episodio precedente, ma confido che la maggior parte dei lettori sia familiare con queste distinzioni. D'altronde che sia “Grande Orco” o “Grande Goblin” il senso è lo stesso. Se proprio vogliamo cercare le sottigliezze, “goblin” accentua l'aspetto scherzoso e dispettoso degli orchi delle Montagne Nebbiose, che sono minuscoli e gracili rispetto ai loro palestrati fratelli a Mordor. 
E dopo questo preambolo, via con la seconda lezione del nostro Olsen...

Prima di analizzare il dialogo tra Bilbo e Gollum con la susseguente gara di indovinelli, è interessante osservare Granburrone (o Rivendell, se preferite) com'è visto dalla prospettiva di Bilbo. Come spiega il professor Olsen, Lo hobbit è il diario di Bilbo letto da Frodo; il narratore intravede tutto da una prospettiva strettamente hobbit. Di conseguenza quello che a Bilbo, o nel Signore degli Aneli a Frodo, può sembrare ridicolo, per gli elfi può essere d'importanza fondamentale. D'altronde già nell'approssimarsi a Granburrone, Bilbo pensa:

<< Mmmm! Sento odore di elfi! >>

E dopo quest'indecoroso collegamento tra elfi e cibo, segue una canzoncina che difficilmente possiamo attribuire all'altera razza elfica che caratterizza il Silmarillion:

Dove andate, dove andate
con le barbe scarmigliate?
Come mai, vi domandate,
come mai vi ritrovate
Mister Baggins, Balin, Dwalin
nella valle
questa estate?
ahaha!
Qui restate o ve ne andate?
Spersi i pony, cosa fate?
Muore il dì, non progettate
di partir: sono mattate!
Tanto bello è se restate
ed attenti ci ascoltate,
fino all'ore più inoltrate,
a cantare le ballate!
ahaha!

Risate e lazzi, nondimeno incastonate nella versione inglese dentro una struttura metrica formidabile. D'altronde il narratore-hobbit annota subito dopo:

Così ridevano e cantavano tra le fronde degli alberi; so bene che voi le giudicherete graziose sciocchezze. Non che gliene importerebbe; semplicemente, riderebbero ancora di più. Erano elfi, beninteso.

Elrond stesso, per quanto regale, svolge una particina di scarso rilievo nell'intero romanzo.
Vero, al termine del libro interviene e senza dubbio è la chiave per molti enigmi narrativi de Lo hobbit, ma se confrontato con la versione filmica è sminuito, relegato nei panni di un vecchio elfo saggio, che dispensa consigli in accordo con Gandalf.
Siamo anni luce distanti dall'eroe in armatura che affetta orchi su lupi (sic).

Granburrone secondo Ted Nasmith

lunedì 8 dicembre 2014

Lo hobbit: guida alla lettura (cap. 1-4)



Open Culture, il noto portale che offre contenuti legalmente scaricabili di filosofi, scrittori e in generale umanisti, ha un unico difetto, che d'abituale curioso sento molto: non esiste materiale intermedio tra lettore e autore. 
Prendiamo un filosofo quale Nietzsche. Complicato. Complesso. Indecifrabile, quasi. Affrontarlo senza il fuoco di supporto di manuali e guide di chi ne capisce – per forza di studi – più di te, è indispensabile. Un classico, che sia un tomo di filosofia o un testo cardine di un genere quale il Signore degli Anelli di Tolkien, non si può affrontare senza aiuto.
Chi giudica un filosofo dalla sola lettura dei suoi testi, senza un set di strumenti in grado di scassinarlo, interpretarlo e analizzarlo è uno sciocco. Finirà per trovare un'ingenua passione per filosofi che a naso sente “realisti” o “scientifici” o al contrario per citarli a sproposito, per trarne aforismi che sente misteriosi e densi di significato. Senza per altro che questo significato sappia spiegarlo.

The Tolkien Professor, di Corey Olsen sono una serie di lezioni tenute su Tolkien. 
Non hanno il valore d'un saggio critico, né di un corso professionale. E' tuttavia una confusa, ma appassionante analisi della poetica di Tolkien, narrata in una serie di podcast che sono registrazioni delle lezioni dal vivo. Olsen usa un inglese semplice e lineare, inframezza di battute le sue conversazioni e in generale è un oratore loquace e piacevole. L'analisi parte dal Silmarillion, per scendere a Lo hobbit e arrivare infine alla trilogia del Signore degli Anelli. 
Tuttavia, you know, è pur sempre inglese...

Ho pensato perciò in occasione dell'ultimo film di Jackson di trarre da queste lezioni una serie di articoli. Tolkien non è un filosofo, almeno non nel senso convenzionale del termine. E non c'è testo più facile e fluente de Lo hobbit. Nondimeno, penso che un'analisi attenta de Lo hobbit possa interessare i curiosi. La sfida in questo caso non è comprendere un romanzo che brilla proprio per la sua facilità d'accesso, ma piuttosto indagare i meccanismi che ne azionano le diverse componenti. Scoprire pertanto l'inganno di una semplicità tutt'altro che semplice.

Ovviamente eventuali errori sono dovuti al sottoscritto e non al professore. 
Non voglio in nessun modo sostituire eventuali “specialisti” (brutta parola!) della materia.



La prima precisazione da fare concerne il diverso punto di vista che intercorre tra Silmarillion e Lo
hobbit. Il Silmarillion, come gli sventurati che l'hanno letto sanno bene, ha uno stile aulico e verboso. Al contrario, Lo hobbit presenta uno stile di scrittura morbido e semplice, adatto alla lettura dei più piccoli senza risultare lezioso.
Questa differenza di stile in realtà costituisce una spaccatura non soltanto per diverse esigenze editoriali, ma riflette il diverso Pov dei personaggi protagonisti. Coerentemente con gli elfi che lo popolano, il Silmarillion è narrato dalla prospettiva estetizzante e aliena di un eldar, pertanto seguendo gli stilemi dell'epica, con abbondanza - ahimè stancante - di nomi e titoli. 
Come lo definisce il professore, è un "elven document".
Lo hobbit invece possiede un narratore con prospettive, filosofia e sopratutto linguaggio assolutamente “hobbit”. Il punto di vista è legato alla creatura “hobbit”, pertanto a un bipede nano con abitudini e usanze tipiche della borghesia rurale ottocentesca inglese. Lo stile dunque non può che diluirsi, eliminando ogni parola difficile in favore di un modo di scrittura pianeggiante e tranquillo. Tolkien rifiuta di degradare l'epica del Silmarillion per accontentare i bambini. Al contrario, muta radicalmente il linguaggio per venire incontro alla prole e al contempo adeguarsi realisticamente al punto di vista di Bilbo, un semplice hobbit.
Il Silmarillion, dunque? Un documento elfico, una ballata epica.
Lo hobbit? Il diario di Bilbo, un giovane halfling della Contea.

Scompaiono dunque i riferimenti a Iluvatar e ai Valar che abbondavano nel Silmarillion, preferendo invece un approccio più terra terra, dove le avventure sono”brutte cose che fanno arrivare tardi a cena”. Bilbo non è un elfo: non adora la guerra. Al contrario rimpiange il bacon, l'erba-pipa, il thè. Non poteva esserci mutamento più radicale.

mercoledì 3 dicembre 2014

Codex Gilgamesh, di Uberto Ceretoli


Un genere letterario diventa un vero genere quando può vantare un'ampia e diversificata produzione. In altre parole, per annunciare magniloquente la nascita o, peggio l'invenzione! Di un nuovo genere occorre poter disporre di una gran numero di opere, che siano libri, fumetti o film.
Un singolo film, un romanzo occasionale non bastano per definire un genere. William Gibson non ha inventato il genere cyberpunk, ma è stato tra i primi e tanti che hanno contribuito a quel genere.
Non esiste alcun mitico Demiurgo che forgia nuovi generi letterari o artistici a seconda del periodo storico. La nascita di un genere è una complessa alchimia di circostanze storico-culturali, creatività eccezionalmente incanalata e gruppi di creatori/ivi all'opera.

Per quanto riguarda dunque il genere steampunk, preferisco trovare un gran numero di opere di bassa/media qualità piuttosto che un unico stupefacente capolavoro ogni dieci anni. Un genere è vivo quando produce a getto continuo un gran numero di opere, quand'anche siano mediocri. 
Se lo steampunk si fosse bloccato alla sperimentazione della Macchina della realtà, sarebbe solo rimasto un interessante esperimento ai margini.

Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli, rientra perfettamente in questa definizione.
E' un buon romanzo steampunk, dove l'ambientazione è storicamente documentata, il ritmo veloce e lo stile piacevole. Tuttavia, non è un capolavoro: è uno steampunk sui generis.

Si parte con Kentigern, un giovane scozzese appassionato di archeologia, ma costretto dal padre di famiglia a studiare ingegneria per fare onore al suo casato. E' un classico protagonista da shonen. Imbranato, costretto a prove impossibili, dall'abilità quantomeno rara di finire sempre tra le poppe della tsundera di turno. Uso il linguaggio degli anime perchè la caratterizzazione psicologica è quantomeno assente: due pennellate d'introspezione, un paio di dialoghi e via verso le scene d'azione.

La tsundera è Eudora, la classica protagonista da steampunk: un agente segreto bello e letale, la cui abilità nel duellare e sparare, misteriosamente non s'allarga all'abbottonare la camicetta scollata. L'autore prova, e questo gliene do atto, ad approfondire il carattere della protagonista verso la fine del romanzo, ma senza riuscire a emergere dallo stereotipo asfissiante della Uber Soldatessa che nonostante tutte le sue qualità in realtà è solo alla ricerca dell'uomo della sua vita (che indovinate? E' Kentigern! Che strano, eh?).

mercoledì 26 novembre 2014

Intervista a William Gibson dal Paris Review (estratti)



Giudicare la coppia William Gibson&Bruce Sterling è affare difficile.

Sia chiaro che adoro entrambi, a loro modo: Neuromante alle superiori fu tra le mie letture preferite, sebbene abbia sempre prediletto nel cyberpunk il tema del corpo artificiale rispetto all'epica del cyberspazio. Forse proprio perché nato tardi, quel suddetto cyberspazio si stava presto rivelando un affollarsi di banner pubblicitari, multinazionali più pigre che cattive e forum dai moderatori, quelli sì, tirannici. Rispetto alla realtà virtuale, il cyberpunk “corporale”, legato al sogno-incubo di rimpiazzare, modificare e plasmare il proprio corpo come si desidera, rimane attuale.

Deus ex: Human revolution E' cyberpunk, ma E' attuale. Neuromante invece appare ora come un'anticaglia retrofuturista, e sempre per mia personale opinione, Blade Runner ormai è bello proprio in virtù del vecchio che vi alberga: le architetture vittoriane, gli edifici ciclopici, l'affollarsi di loghi e richiami a un futuro che s'immaginava, ma non si è mai avverato, se non nei suoi aspetti peggiori.

Continuo inoltre a simpatizzare maggiormente con i protagonisti cyberpunk che con le sagome di cartapesta della Golden Age del secondo dopoguerra. Stringerei volentieri la mano a Case di Neuromante, ma storcerei il naso davanti all'impettito (e francamente imbarazzante) "Johnnie" Rico di Fanteria nello spazio, di Heinlein. 
Asimov lasciamolo pure nel suo reliquario, e così pure i vari Dick della Fanucci, grazie.

William Gibson mi è sempre sembrato il migliore, quando si tratta di puro stile di scrittura. 
Sono entrambi autori ampollosi, a loro modo, molto barocchi, ma Sterling senza dubbio fa maggiore difficoltà a trasportare su carta le proprie idee. 
Leggete il saggio di Sterling “Parco giochi con pena di morte”. O una dei suoi tanti blurb, rant e/o riflessioni. Rimarrete stupiti dall'acume del personaggio, dalla capacità di cogliere mutamenti in corso che l'élite modaiola e demente dei techno-guru della Silicon Valley si ostinano a mascherare. Non ci sono peli sulla lingua, quando parla Sterling. E' tutto lì, discutibile e polemico, ma senza dubbio sincero, anche nei profondi entusiasmi.

Gibson invece l'ho sempre considerato come lo scrittore “alto”. 
Ovviamente non lo è, e lui non si definirebbe mai così, ma tra i due quando si tratta d'avvincere il lettore primeggia chiaramente. C'è un fondo di poesia che i recensori odiano, ma che rende i suoi romanzi innegabilmente tecnologici, senza tuttavia perdere umanità. 
Potremmo dire che Sterling ha le idee e Gibson i versi con cui metterle su carta.

Gibson è meno un personaggio pubblico del suo collega, ma di tanto in tanto rilascia interviste. 
E' il caso di questa lunga chiacchierata del Paris Review The Art of Fiction 211, dove ripercorre vita, morte&miracoli della sua carriera dagli anni sessanta a ora.
Alcune notizie saranno note, come lo spunto per scrivere Neuromante da una sala giochi, l'amicizia con Shirley ecc ecc Altre riflessioni tuttavia meritano una traduzione, perché eccezionalmente interessanti. Rivelatorio in particolare il continuo rimando ai Vittoriani, ormai considerati sia da Gibson che Sterling ottima pietra di paragone del ventunesimo secolo. Consolante inoltre come Gibson non usi un'outline, ma proceda di revisione in revisione, con un lento lavoro di cesellatura. 
E come negare il carattere di “irrealtà” del mondo attuale? C'è troppa fantascienza, questo è il vero ostacolo per chi voglia scriverne. Nessuna distopia aveva previsto un simile disastro, né le fantasie maggiormente fervide previsto un clima geopolitico tanto incasinato.
Dopo aver constatato che il cyberpunk è diventato una realtà positiva, possiamo paradossalmente chiederci se non sia il caso di ritornare a scrivere fantascienza ottimista. Dopotutto, raggiunto il fondo del barile si può solo risalire... O continuare a scavare (sic).






Valgono come sempre le solite avvertenze quando si tratta di traduzioni: imperfette, letterali quando dovrebbero essere libere, libere quando dovrebbero essere letterali, ecc ecc La lettura del (grosso) testo in originale è ampiamente consigliata.

lunedì 24 novembre 2014

Vivi la tua vita, non sprecarla davanti al computer


Credo sia nel momento in cui ho frequentato per la prima volta una lezione d'informatica alle elementari, su dinosauri con nient'altro che Paint e programmi Word, che ho sentito per la prima volta la leggenda metropolitana dell'uomo che sta troppo al computer.
Secondo questa variopinta leggenda, intere generazioni (specie maschili) di giovani smarrisce la Retta Via del Signore perdendo troppo tempo a lavorare sul computer. E' un motivo ricorrente, per l'appunto, dagli anni novanta come minimo, ma lo si può far risalire a molto più in là.
La leggenda di solito parte con una narrazione di tipo autobiografico: lo sfortunato soggetto, ovviamente anonimo, racconta singhiozzante una vita sprecata sul computer.
Poteva correre sui prati a raccogliere fiorellini e danzare con Heidi.
Poteva entrare in una prestigiosa azienda e diventare manager, capo aziendale. Prestigioso dirigente alto-borghese.
Poteva afferrare l'opportunità della vita e fare un viaggio intorno al mondo, alla scoperta di meraviglioso luoghi esotici e gente fantastica: Caraibi, Iran (ah no, loro non vanno bene!), Sud America (loro nemmeno), Corea del Nord (orrore!), Papua, Nuova Guinea, Cambogia, sapete, quei luoghi lì. Magari su una barca a vela, intrepido in un' avventura nel mondo reale.
Poteva – diamine, me ne stavo scordando – scoprire l'amore della sua vita, sposarsi, fare tanti figli e vederli crescere amorevolmente con zero opportunità lavorative, aspettative peggiori dell'Unione Sovietica post-crollo e una criminalità dilagante. Invece che spegnere il suo amore a colpi di fazzoletto davanti al triste schermo di un Pc.
Poteva, insomma, diventare una persona di successo, perchè è noto: tutto è possibile se si possiede forza di volontà! Si può diventare tutto, ma quel tutto deve per forza identificarsi nel successo, e quel successo nel successo economico e quel successo economico nell'esacerbare, distruggere e rovinare altri tuoi sottoposti. 
Ma sorvoliamo su questi dettagli insignificanti ed esaminiamo piuttosto quante cose poteva diventare quest'uomo. Non vi piange il cuore, lettori? Sniff, sniff! Un produttivo cittadino dello Stato sprecato in tal modo. E tutto perché stava troppo sul computer.

Un cittadino maschio, bianco, benestante, e terribilmente viziato. Che diamine hai da deprimerti?
Ora, credo sia necessario sottolineare un primo punto debole della leggenda metropolitana.
Nessuno infatti si premura mai di sottolineare cosa facesse, l'uomo sul computer.
Giocava a Wow? (Probabile).
Chattava su Facebook (E su cosa? Per cosa? Quando? E perché l'argomento del chattare dev'essere per forza basso? Può anche essere che chattasse di qualcosa d'importante, no?).
Cos'altro faceva? Ovviamente, non viene detto. L'importante è che il singhiozzante colpevole dichiari che perdeva tempo perché stava sul Pc, e così si è perso le meravigliose, fantastiche opportunità della vita. Passava giorno dopo giorno trascorrendo il suo tempo sul Pc, o meglio al Pc, ma la grammatica di queste leggende è sempre confusa, capirete, l'emozione... il nostro lamentoso eroe, in vena di queste auto-confessioni calviniste, racconta come passasse settimane e mesi ad aspettare un momento, un segno. Qualcosa che dall'esterno cambiasse la sua vita. Invece, da vero self made man, avrebbe dovuto attivarsi, diventare qualcuno. Perchè si può diventare tutto, a patto che quel tutto sia un uomo di successo, e che quell'uomo di successo sia... Mi sto ripetendo.

venerdì 21 novembre 2014

Crowdfunding italiano tra Prussiani e Fantasy rinascimentale


Viviamo un momento di stanchezza nelle produzioni internazionali di Kickstarter, e in generale nel crowdfunding. Ho sempre seguito le produzioni di videogiochi e wargames, quindi mi limito a giudicare quell'area di solito fruttuosa. A partire dalla primavera del 2014, il numero di backers e la generale qualità dell'offerta si è abbassata drasticamente. I clienti sono più diffidenti, le donazioni faraoniche (500, 1000 euro...) raramente sono prese in considerazione.
E' un bene? In realtà sì. I progetti di uno, due anni fa sono ancora in progressione e considerando i lunghi tempi di fabbricazione, gli aficionados di Kickstarter preferiscono prendersi un periodo di pausa. Dal controverso, ma oggettivamente bellissimo Kingdom Death alle miniature punk della Raging Heroes e di tanti, tanti altri le soglie di completamento si sono allungate e i clienti hanno maturato una certa diffidenza verso promesse vaghe e fumose.
Viviamo la fase Post Kickstarter, dove si preferiscono progetti piccoli e ridotti, e dove gli stretch goals cominciano a venire articolati con soglie piuttosto frequenti, spesso collegate – ed è una tattica che consiglio molto – al numero di likes su Facebook o alla raggiunta di un certo numero di condivisioni.

Al contempo, un bel po' di progetti italian made stanno finalmente entrando nella mischia. 
Come avevo già sottolineato un mese addietro, non c'è alcuna ragione perché in Italia il crowdfunding “non funzioni”. L'idea di una presunta, maggiore generosità del popolo americano contrapposto alla tirchieria italiana è tanto ridicolo che si squalifica da sé. 
Gli italiani vogliono donare, lo fanno anzi! Ma spesso l'ostacolo vero è qui, non dispongono dei mezzi materiali per farlo. Sia perchè, non fa male ricordarlo, non siamo negli anni di crescita economica del 60' sia per una martellante, continua campagna negativa della televisione. 
Il messaggio che viene trasmesso ogni giorno, ogni singolo momento da oltre un decennio a questa parte recita che acquistare online è pericoloso, che possedere una carta di credito è difficile, che navigare su Internet espone a innominabili pericoli. L'unico, certificato utilizzo della Rete sembra consistere proprio in una Internet rigida e televisiva, dove la visione passiva di canali Youtube si sovrappone senza continuità alla Rai e dove i recinti dei Social network sostituiscono il baretto sotto casa, in tutti i suoi aspetti negativi: gioco d'azzardo, sessismo e lamentevoli piagnucolii. 
Intanto quelle che sono le reali potenzialità di Internet vengono tacitate, messe sotto banco: lasciate ammuffire nell'andito.
In realtà, sia per Kickstarter che Indiegogo, gli unici noiosi procedimenti che vi si richiedono consistono nell'iscrizione e nella registrazione di una carta di credito che nel novanta per cento delle volte consisterà nella vecchia Postepay. Nonostante le Poste mettano a dura prova la pazienza dell'uomo più paziente del mondo, possedere una Postepay non richiede un gran numero d'incartamenti e difficilmente vi verrà hackerata. 
A meno che non rientrate nei folli che alle Poste ricaricano la Postepay di mille euro e oltre, vi limiterete a inserirci quanto basta per gli acquisti prefissati, senza eccedere. Dovesse succedere anche il peggio e la vostra carta venisse hackerata perderete, boh? Dieci euro? Cinque? 
E siete forse tanto preziosi, i vostri dati tanto importanti? 
La miglior difesa dalla privacy è la constatazione sconsolata che le vostre informazioni biografiche non interessano a nessuno, se non agli spammer. Non siamo Obama, non siamo né presidenti, né ministri, né militari. 
Siamo solo backers, cittadini-clienti che difficilmente interessiamo a qualcuno.



lunedì 17 novembre 2014

Who Will Save the World? e Silence of God, della BookMaker Comics


Attualmente, grazie alla sempre maggiore potenza dei nostri dispositivi elettronici, possiamo permetterci una lettura trasversale. Cioè, posso comprare un libro cartaceo, e trovarvi allegato il codice per scaricarlo in formato ebook, e a sua volta posso leggere l'ebook sia sul tablet, disteso sul letto, che sullo schermo del portatile, che ancora! 
Sullo smartphone, sul Kindle, sul lettore mp3...

Invece che scegliere d'infognarsi nel discorso trito e ritrito se leggere su “carta” sia più autentico che leggere “sullo schermo”, occorrerebbe piuttosto esaminare quale diverse sensazioni derivino passando da supporto a supporto. 
E' chiaro per chiunque abbia dovuto leggere lunghi testi sullo schermo del pc quanto la struttura di base condizioni la sovrastruttura. Un ebook formattato per Amazon per forza di cose verrà letto meglio sul Kindle che sul portatile, nonostante i servizi dedicati per ogni piattaforma. Allo stesso modo, leggere un testo su un libro di carta anziché su un rotolo di pergamena risulta molto più comodo; e ugualmente un rotolo di pergamena risulta pur sempre più gradevole di una tavoletta di argilla, o di un incisione nella pietra. Il supporto si evolve a seconda della sua comodità di utilizzo, ma senza che il supporto “vecchio” venga automaticamente svalutato. 
Leggere su un Kindle non è peggio e/o meglio, che leggere su carta. 
Sono semplicemente esperienze diverse, ma sullo stesso piano. 
Nulla vieta di sperimentale tutte.

Possiamo applicare lo stesso discorso ai fumetti? Sì e no.
Se per i romanzi e in generale la parola scritta, il passaggio di supporto in supporto non ne inficia il contenuto, per i fumetti la questione è diversa: colori e disegno – o meglio l'intervento dell'immagine – modificano l'esperienza radicalmente e a volte possono peggiorarla.
I fumetti rendono sul tablet, ma non sul computer. E sulla carta restano ancora imbattuti.

Questo per giungere con le mie solite, contorte introduzioni ai due fumetti di cui volevo parlare oggi: Who Will Save the World e Silence of God #1, della piccola casa editrice Bookmaker Comics.
Acchiappati a Lucca tra qualche titubanza sono rimasto stupefatto dalla qualità dei disegni, del tratto e dei colori. 
Ne parlavo già nell'articolo su Lucca, sono impressionato.
Ritorna il discorso che provavo ad accennare: il supporto fisico modifica radicalmente l'esperienza, e specie nel caso dei fumetti la migliora. In entrambi i casi la parte del leone è infatti svolta dall'artista Cardoselli, autore che conoscevo già dalla lettura dell'Heavy Metal Magazine
Ma quanta differenza, dalle scans e dalle versioni digitali guardate sul portatile! 
L'impatto è completamente diverso, non ho mai sperimentato una spaccatura così profonda.


venerdì 7 novembre 2014

Due etti di Lovecraft, mezzo chilo di S.T. Joshi e un pizzico di Pietro Guarriello, grazie


Giudicare la qualità di un saggio è affare difficile. 
Esistono molti, troppi saggisti che conoscono l'argomento ma non sanno esporlo, confezionando così trattatelli insipidi e insulsi. Esistono al contrario pubblicisti e scrittori che possiedono le necessarie doti per accattivarsi il pubblico, ma che per forza di cose non vogliono usare gli strumenti necessari per un lavoro scientificamente valido
E' una considerazione valida in particolare se ci spostiamo dal campo scientifico a quello umanista. Quanti critici usano la penna con la delicatezza di una vanga per contadini? E quanti scrittori e/o giornalisti mettono assieme discorsi impeccabili ma contraddetti dalla realtà oggettiva di fonti e documentazione?

Nel caso della saggistica su Lovecraft, credo che ci si debba porre il problema.
L'unica infatti biografia che ho trovato su Lovecraft in italiano è “Contro il mondo Contro la vita” di Houellebecq, che per quanto impeccabilmente scritta è carente sul piano di fonti e documentazione. Houellebecq in sostanza rimane un bambino narcisista, che qualunque sia l'argomento non resiste a parlare di sé e dei suoi problemi. Azzeccata in alcuni punti, la biografia mi è parsa fin troppo falsa quando sono passato a leggere S.T. Joshi.
A Dreamer and a Visionary: H. P. Lovecraft in His Time era esattamente quello che cercavo: un lavoro imponente ma fluido sulla vita di Lovecraft dalla genealogia agli ultimi giorni in ospedale. Joshi non passa sopra nessuna questione, né cerca perversamente di esaltare certi aspetti di Lovecraft a scapito di altri: lo sforzo mira sempre a mostrare un Lovecraft “umano” che cambia idee, fedele a certi suoi principi senza risultare fanatico. Un inglese abbordabile completa un'opera che mi ha accompagnato per una settimana di letture, mentre navigavo sempre più a fondo nella mente del Solitario di Providence. Le 422 pagine dell'opera costituiscono in realtà l'edizione ridotta e condensata se confrontate con H.P. Lovecraft: A Life (704 pagine!) o ancor più I Am Providence. The life and Times of H.P. Lovecraft (1200 pagine!).
Avevo involontariamente pescato la pagliuzza corta...

Con la fiera di Lucca Comics ho continuato la ricerca, comprando “Parola di Lovecraft. Tutti gli scritti autobiografici del maestro della letteratura fantastica.” a cura di Pietro Guarriello.
E' un saggio piuttosto breve, di centocinquanta pagine, che presenta un'esile successione delle diverse autobiografie scritte da Lovecraft nel corso della sua vita. L'opera è accompagnata da qualche foto e una doppia prefazione, scritta nel primo caso da Gianfranco de Turris e nel secondo da S.T. Joshi.
In realtà, per quanto valide (ci mancherebbe!) aggiungono poco alla sostanza del saggio. La vera gemma sono invece il sistema di annotazioni e bibliografia in coda al libro, curate all'inverosimile da Pietro Guarriello.

Lovecraft che parla di sé stesso in via “ufficiale” (ed escludendo dunque le lettere) può risultare un compito piuttosto difficile. Oltre che una comprensibile riluttanza, il Solitario esibisce una fortissima umiltà, che spesso e volentieri sconfina nel masochismo puro. Se c'è un fattore accomunante in queste biografie è un'auto-denigrazione schiacciante, una fiducia nelle proprie capacità pari allo zero virgola infinito.
Proprio per questo motivo, le biografie ufficiali, dove Lovecraft parla di sé, sono poche e stringate.
Si passa dal conservatorismo sdegnoso della gioventù – Breve autobiografia di uno scribacchino – al paganesimo scientista di Confessioni di un uomo privo di fede, per approdare alla mediazione stanca di Alcune notazioni su una Non-entità.
Per quanto tutte interessanti, senza dubbio Confessioni di un uomo privo di fede risulta la maggiormente pittoresca. Lovecraft ripercorre con affetto la sua infanzia, dalla scoperta delle Mille e una notte, allo stimolo incredibile del paganesimo classico di Age of Fables, di Bulfinch, all'approdo nostalgico nel XVIII secolo per lui autentica età dell'oro (e ammettiamolo: non aveva tutti i torti...).

La madre spesso bistrattata in molte biografie, incoraggiò tuttavia molto le attività del figlio, permettendogli ad esempio di vestire da arabo...

Negli anni successivi aggiunsi alle mie credenze sovrannaturali le favole dei Grimm e le Mille e una notte; e prima dei cinque anni, a dire la verità, avevo poca scelta tra queste speculazioni, sebbene per attrattiva preferissi le Mille e una notte. Una volta allestii una collezione giovanile di ceramiche orientali e objects d'arts, proclamandomi un devoto musulmano e assumendo lo pseudonimo di “Abudl Alhazred”.
Nome come intuiranno gli appassionati con futuri, terrificanti riutilizzi...
Ma non tardò molto prima che Lovecraft scoprisse l'Odissea e l'affascinante mitologia greco-romana. Fu il momento di una conversione non solo infantile, ma intellettuale. La principale fonte per Lovecraft era The Age of Fables, or Beauties of Mythology, di Thomas Bulfinch, pubblicato nel 1855. L'aspetto veramente divertente della faccenda, come notano Guarriello e S.T. Joshi nelle note a piè di pagina, sta nella dichiarazione di Bulfinch nella prefazione:

Le religioni dell'antica Grecia e Roma sono estinte. Le cosiddette divinità dell'Olimpo non hanno un solo fedele tra gli esseri umani.
In barba a tutto ciò, Lovecraft intanto dimostrava con infantile cocciutaggine che un credente ancora respirava...

A sette-otto anni ero un autentico pagano, talmente ebbro della bellezza della Grecia che acquisii una credenza sincera negli antichi dei e negli spiriti della natura. Ho davvero costruito altari dedicati a Pan, Apollo, Diana e Atena, e al tramonto ho tenuto gli occhi ben aperti per scorgere driadi e satiri nei boschi. Una volta ho persino creduto d'aver intravisto alcune di queste creature silvane danzare sotto le querce d'autunno (…)
Per arricchire la raccolta, i curatori hanno aggiunto oltre all'appendice diversi testi collaterali, finora inediti. Oltre alla rubrica della United Amateur Association, che svolse un ruolo sottaciuto ma fondamentale per Lovecraft e il suo isolamento, un inserto inedito sono delle pubblicità commissionate a metà anni venti. Sempre in cerca di lavoro, Lovecraft accettò una commissione di cinque brevi pezzi pubblicitari, per conto di Yesley, un amico di Arthur Leeds. Gli articoli non vennero poi pubblicati e il povero H.P. non venne retribuito, un copione già visto e stravisto.
Sono affascinanti perché non essendo Lovecraft un pubblicista si concentrano sul passato coloniale degli oggetti. L'effetto è (quasi) trash, perché sono pubblicità scritte con stile terribilmente erudito e ampolloso, dove l'unico pregio del prodotto sembra derivare dalla sua ripresa di modelli antichi. Abbiamo dunque porcellane, robuste ed efficienti perché ispirate al 700', l'orologio a pendolo “vero orgoglio yankee”, le poltrone imbottite e gli sgabelli nello stile dei “Padri pellegrini”.
Cosa non si deve scrivere per un tozzo di pane...

Con questa azienda possiamo attraversare a piacimento l'epoca coloniale, scegliendo uno specchio Regina Anna, una sedia a dondolo tappezzata di chinz, una credenza Plymouth, un cassettone a sei gambe, un secretaire Chippendale nello stile di Salem, o un delicato letto a baldacchino Impero, con la medesima sicurezza nella fedeltà degli articoli ai loro modelli e predecessori. I mobili Darnesk, in breve, sono una legittima continuazione del buon spirito Yankee piuttosto che semplici riproduzioni; e forse costituiscono gli unici prodotti contemporanei in stile coloniale che un intenditore preparato potrebbe scambiare per veri oggetti del diciassettesimo, diciottesimo e primo diciannovesimo secolo.

Di maggiore interesse invece una biografia spuria verso la fine del saggio, tratta da una lettera di Lovecraft del luglio del 1929, intitolata semplicemente Parla HPL, Un abbozzo autobiografico (tit. originale “Ec'h-Pi-El Speaks: An Autobiographical Sketch”). Parla HPL ricapitola le precedenti biografie, ma essendo scritta ormai a quarant'anni contengono annotazioni curiose.
Oltre alla già citata umiltà, Lovecraft giunge a considerasi mostruosamente vecchio; scrive infatti:

Devo infine scusarmi per questo flusso di loquacità senile! Questo è il modo in cui si manifesta la vecchiaia quando le si dà l'occasione di rammentare i giorni andati – in particolare il paesaggio circostante provoca immancabilmente la suggestione del passato, proprio come la riva boscosa di questo fiume.
Questa e simile annotazioni, come detto, lasciano piuttosto perplessi perchè Lovecraft aveva appena quarant'anni (39, per l'esattezza) che sarebbe un'età straordinaria per definirsi addirittura “senili”. Senza dubbio un po' si scherza, ma viene da domandarsi quali vette di depressione e scoraggiamento doveva provare, per definirsi tanto anziano. 

Utilissima, per concludere, la bibliografia al termine.
Guarriello raggruppa in due categorie le biografie di Lovecraft; dalle edizioni estere vecchie e nuove alle edizioni nostrane. Era quello che cercavo da un bel po' di tempo e chiamatemi folle ma costituisce la parte più in assoluto utile del saggio. E' quel genere di catalogo che ai lettori casuali può sembrare inutile, ma che in realtà si rivela, e si sta rivelando, utilissimo sul piano pratico.
Per i curiosi, ho individuato una biografia assolutamente da possedere in inglese....

A Haunted Mind: Inside the Dark, Twisted World of H.P. Lovecraft, di Bob Curran (New Page Books, 2012, pp. 288).
Tra storia e mito, folklore e biografia, la vita personale di HPL viene esplorata per scoprire quali sono le motivazioni da cui nasce la sua opera. I misteri che avvolgono la figura dello scrittore prevalgono sui fatti reali, e si riporta Lovecraft in quell'aura di leggenda messa in secondo piano dalla critica più accorta.
Si direbbe poverissimo materiale per la critica, ma ottimo per la narrativa! 
E per par condicio una in italiano...
Lovecraft e le ombre, di Frank Belknap Long (Profondo Rosso, 2011, pp. 224). Traduzione italiana del volume H.P. Lovecraft: Dreamer on the Nightside, pubblicato nel 1975 dalla Arkham House, in cui Long, che fu per lungo tempo amico personale e corrispondente di HPL, riversa tutte le sue memorie su Lovecraft “uomo”. Pur se dispersivo e privo di rigore sistematico per essere una vera biografia, è una vivida, diretta e anche commovente testimonianza di un lungo e intimo rapporto di amicizia. F.B. Long scrive con la discrezione di un amico personale e concentra la sua biografia sopratutto sugli aspetti intellettuali legati ai suoi ricordi di Lovecraft.
Fonti:
Parola di Lovecraft. Tutti gli scritti autobiografici del maestro della letteratura fantastica, Editrice La Torre.

martedì 4 novembre 2014

Una magnifica bolgia. Lucca Comics 2014


E' la terza volta che mi reco al Lucca Comics and Games, e per la terza volta constato la mia disorganizzazione. Lo scorso anno riuscii ad azzeccare l'albergo, un B&b che per quanto lontano dalla stazione offriva una colazione continentale piuttosto sostanziosa. Il treno di ritorno tuttavia, tra cancellazioni e ritardi, diventò un incubo su rotaia che stento a dimenticare.
Quest'anno, sia il viaggio di andata che di ritorno, è filato liscio e tranquillo, ma è stato il B&b a fregarmi. Col senno di poi io e il mio pard avremmo dovuto controllare con maggiore attenzione, ma eravamo a inizio settembre, i tempi stringevano e avevamo controllato già altri 5 B&b a Pisa con l'usuale risposta: “tutto prenotato”. L'alternativa sarebbe stata il Victoria Hotel, una magnificenza per rampanti inglesi colonialisti che tuttavia a 500 euro a notte era piuttosto lontano dal mio budget di (pseudo)guida turistica... E infatti il B&b scelto si è rivelato un totale bidone; dalla colazione magicamente trasformata in buoni pasto all'osteria di fronte, allo scaldabagno difettoso, al giardino in realtà garage e “locale pompe”. 
Se non altro il calore (umano e letterale) della gente del luogo ha evitato brutte ripercussioni.
Ho verificato amaramente ancora una volta la differenza di modi e atteggiamenti che passa tra Pisa-Lucca e Trieste. Molti non hanno coraggio di dirlo, ma la verità è che non c'è confronto tra un barista triestino e un toscano. Il primo ti accoglierà in malo modo urlando un “Coss'ha lavvoll!!” nel momento stesso in cui lo saluti, il secondo ti accoglierà con una gentilezza di modi che ti pare sospetta, fino a quando non realizzi che è la normale cortesia del mondo di fuori.
E' per questo non sono sinceramente riuscito ad arrabbiarmi col gestore dell'albergo per il trattamento ricevuto: alla fine quant'ho lo perso in comodità l'ho recuperato in educazione.

Il vostro magnifico blogger a destra, presso una delle sue località di villeggiatura preferite.
Ma passiamo al Lucca Comics.
Quest'edizione – 2014 quasi 21 anni! – è trascorsa magnificamente. 
Il tempo era perfetto, caldo senza risultare lezioso, l'organizzazione buona.
Non ha funzionato molto bene l'impianto delle biglietterie, che per quanto allargate non hanno visto reali miglioramenti dall'altro anno. Decisamente superlativo invece il sistema del Japan Town – il 31 era visitabile in piena tranquillità e gli stand erano (quasi) vivibili. Abbattere il vecchio Japan Palace è stata una decisione rinviata con troppo ritardo; quel luogo per quanto affascinante era ormai diventato ingestibile. La nuova area del parco, fatta eccezione per il blasfemo padiglione San Francesco Japan, mi sembrava contenere bene i visitatori e offrire un'ottima cornice di verde e fontane. Di una tranquillità zen nonostante la folla, è stato un momento di respiro più che benvenuto.

Degli stand che ho visitato, l'accoglienza presso la Bookmaker Comics è stata particolarmente calorosa. Tra una chiacchierata e l'altra sono rimasto stupito dalla qualità dei disegni dell'ottima mano di Stefano Cardoselli, che silenzioso e vagamente minaccioso ha firmato i miei due albi mentre chiacchieravo col responsabile sul futuro del mitico Heavy Metal Magazine. I due fumetti che ho preso – Silence of God e Who Will save the World? – meritano senza dubbio una recensione perché volutamente, caparbiamente lontani dal minimalismo indie che piace tanto alla Bao Publishing.
Sono invece disegni sanguigni e violenti, dai tratti esagerati e schizzati. Roba per donnuomini duri.

Presso lo stand della Comma 22 ho afferrato una copia di Alice In Sunderland, di Bryan Talbot, edizione tradotta. 
Di solito odio le cascate di aggettivi ma lasciatemelo esclamare: stupendo, stupendo, stupendo! L'intreccio di Alice, Sunderland e storia vittoriana confluisce in una sceneggiatura volutamente anarchica, dove alla bellezza delle tavole non viene disgiunta la bellezza delle parole. Talbot si autoritrae, l'intero volume può venir letto come un'opera teatrale trasposta in fumetto e ci sono tanti di quei capovolgimenti e arricciamenti nella struttura narrativa che viene il mal di testa.
Meta-fumetto pantagruelico e ambizioso. Talbot non delude mai!
Piccola delusione che lo stand della Comma 22 fosse letteralmente circondato dalla marea bovina dei webcomics e sopratutto della Bao Publishing, che ovviamente arraffava ogni possibile cliente.
Continuerò tenacemente a supportarli, e al diavolo invece Drizzit, ormai interminabile via di mezzo tra Telenovelas, fan fiction e strizzate d'occhio a nerd porcelli (l'offesa è voluta).

Dei grandi rimpianti annovero sopratutto i segnalibri di Vaporteppa, che già il 31 erano attorniati da folle di clienti. Avrei volentieri comprato “Che Vita di Mecha” visto il blurb del Duca di Baionette, ma ho preferito non spintonare. Un'altra perdita ingente è stata mancare Kingsport Festival, l'ottimo gioco da tavolo di cui avevo scritto diverse riflessioni prima della sua uscita. Sabato il padiglione dei giochi era sul filo dell'ingestibile, nonostante la gentilezza di tutti, clienti e negozianti.

Il Commissario Politico! :D
Spostandoci ai giochi da tavolo, un'affannata (e a tratti frenetica) spiegazione di Dungeon Storming mi hanno condotto a comprare le due scatole del gioco. E' un dungeone volutamente vecchio stile, dalle meccaniche stupide ma divertenti. Usi miniature in 15 mm deliziose, che ricordano gli albori della Games Workshop a fine anni 70'. Mi ha ricordato Diablo perché essenzialmente per levellare devi raccogliere un sacco di Loot, uscire dal labirinto, potenziarti e tornare nel dungeon, dove i mostri saranno tornati a respawnare. Ne riparleremo, perché sembra approderà sul crowdfunding, dopo il positivissimo risultato a Lucca...

lunedì 27 ottobre 2014

La colazione che vorrei


Chi studia storia verrà, prima o poi, inevitabilmente accusato di nostalgia reazionaria.
E' inutile che proviate ad argomentare l'oggetto della discussione, a difenderlo o spiegare con tanto di statistiche e citazioni alla mano: per l'interlocutore a-storico l'idea che un'epoca a lui precedente sia stata positiva è inconcepibile. Il progresso deve andare avanti. Il 2014 dev'essere migliore del 2013, che a sua volta deve per forza risultare migliore del 2001. Importa sinceramente poco che oggettivamente non sia così. Che per raffinatezza culturale e intelligenza la Belle Epoqué superasse abbondantemente gli anni novanta del novecento, che per speranze e coerenza l'ottocento fosse tutto sommato decisamente migliore.

Ma vedete, il punto non è questo. Raramente uno storico abbraccia acriticamente la sua epoca preferita. Altrimenti sarebbe solo un passatista con la testa nelle nuvole di un passato idealizzato.
Io non credo che l'epoca vittoriana, che si consideri il suo inizio, gli anni cinquanta/sessata o il rigurgito imperialista dal 1890 in poi, sia un modello ideale. Semplicemente trovo che certi aspetti, certe fasce della sua società contengano elementi d'indubbio fascino e validità. Sarei tuttavia un idiota se propagandassi il ritorno all'età del vapore, dello sfruttamento industriale e del colonialismo. Allo stesso modo nessun medievalista vuole sinceramente ritornare a essere un servo della gleba in un'europa dall'età media sui trent'anni scarsi. Semplicemente, trova che vi siano elementi degni di attenzione e perché no? Valori da rivalutare.

Odio con particolare accanimento la vasta schiera di professori, pubblicisti e studenti che usano la storia come grimaldello per sostenere tesi apertamente violente e/o razziste, per propagandare in un modo o nell'altro l'oppressione di un individuo o di una classe su un altro. Tuttavia, è possibile avere a cuore un periodo storico e trovarvi elementi degni di attenzione.



venerdì 24 ottobre 2014

Hatred è un gioco neonazista?



Parli del diavolo. Qualche giorno fa mi lamentavo in chat con un amico sulla superficialità di certi newser e certo giornalismo d'accatto praticato in quei siti di notizie generali che una volta avremmo sprezzantemente definito “rotocalchi”. Siano le ultime curiosità su quella data attrice, notizie di sbarchi d'immigrati o ultime grida nel campo della moda, l'informazione del giorno è puntualmente inattendibile, fraudolenta e miserabilmente povera.
Posso in effetti comprendere come lavorare nelle vesti di newser deve far parecchio schifo e sono il primo ad ammettere che il disprezzo che la blogosfera nutre per il giornalismo ufficiale è motivato dalla semplice invidia. Non siamo riusciti a pubblicare sul giornale, allora, per vendetta, parliamone male. Verissimo.
Nel campo dei videogiochi tuttavia, basterebbe davvero poco per migliorare la situazione. 
Citare la fonte inglese, il sito da cui si sono attinte le informazioni, sarebbe già un buon passo in avanti. Non limitarsi a tradurre le suddette notizie, ma incorporarle in un articolo coerente, darvi un proprio punto di vista personale e citare quante più fonti diverse sarebbe un graditissimo cambiamento. Un giornalista da rotocalco, almeno nella mia discutibilissima opinione, non dovrebbe limitarsi a un'unica fonte, ma citarne diverse ed esporre quanti più punti di vista possibili.

Prendiamo Hatred.
I siti di videogiochi l'hanno presentato come un gioco controverso, dove nei panni di uno psicopatico imperversi in una cittadina. Lo scopo è unico e semplice: uccidere quanti più civili possibili. Dopo queste notizie il newser ha puntualmente allegato il trailer e, obbediente soldatino, concluso la notizia. Seguono i diversi commenti, ovviamente entusiasti dell'ennesimo simulatore di macello globale. Un timido commentatore azzarda l'idea che tutta quella violenza sia eccessiva, viene puntualmente zittito dal coro di pecore belanti...


Io ho giocato a Postal a nove anni ma non sono mica diventato un killer!!!1








Scuotendo la testa, passiamo a leggere la notizia sui siti internazionali. 
Il livello di approfondimento, forse per effetto delle paghe più alte (chi sono io per negarlo?) è mostruosamente, immensamente maggiore. Il sito Polygon, dopo la presentazione del trailer, analizza le notizie finora disponibili traendone un verdetto decisamente negativo. Il livello di violenza in Hatred è infantile, affidandosi a un effetto shock anni novanta ormai sorpassato. Fattore decisamente più inquietante, il gioco non si limita a promuovere il genocidio di massa, ma celebra allegramente la tortura e la sofferenza: il protagonista non si limita all'uccisione indiscriminata, ma mira a infliggere quanto più dolore possibile. Il motivo? L'odio. Lui odia l'umanità – senza una reale ragione, l'odia e basta – e di conseguenza tutti devono morire. Molto perverso, molto sadico, molto infantile. 
L'odio verso tutto e tutti è una fase tipica dell'adolescenza depressa, caratteristica di perdenti e frustrati. Il mondo mi odia, io odio lui. Possiamo dunque vedere il trailer com'è davvero: un videogioco che vorrebbe essere traumatizzante, ma che sortisce l'effetto contrario. Sorvolando sulla pancia e i capelloni unti del protagonista, fanno molto meno ridere le continue torture ai diversi civili. Anche a voler creare un gioco sulla falsariga di Postal, era davvero necessario mostrare il protagonista che ficca una pistola in bocca a una donna inerme e preme il grilletto?