venerdì 19 gennaio 2018

Perché leggere fantasy? L'opinione di uno scettico.


Qualche giorno fa da una condivisione sui social di Fra Moretta ho letto una recensione inglese piuttosto aguzza dell'ultima antologia collettiva di George RR Martin, “The Book of Swords”. L'autore criticava come molti dei fantasy attuali siano disinteressati all'azione e preferiscano inserire elementi contemporanei su cui discutere dentro setting fantastici. 
E' una critica che ho preso a cuore, perchè la riconosco come autentica; con gli autori stranieri ormai lo scrittore sembra francamente disinteressato a quanto scrive: non vuole tanto narrare, quanto argomentare. Questo è più che legittimo quando svolto con intelligenza, ma nello spazio della storia breve e dentro una cassa di risonanza che tende ad avvalorare sempre le stesse idee, sfocia rapidamente nello stereotipo.
Come alternativa agli scrittori di punta, il recensore della Castalia House menzionava una serie di autori che nel campo della Sword&Sorcery sembravano promettenti, prima di venire eclissati vent'anni fa dallo juggernaut low fantasy di George RR Martin.
Tra questi, ha catturato la mia attenzione il nome di Richard Scott Bakker, che ho ricordato decenni fa doveva essere tradotto dalla Gargoyle con il primo volume della sua saga, “In principio furono le tenebre”. Sulla pagina wiki era linkato tra le fonti un suo saggio del 2006, “The Skeptical Fantasist: In Defense of an Oxymoron”, sulla rivista “Eliotrope”.

L'ho letto e ne sono rimasto assolutamente affascinato.
Più di un decennio fa il giovane autore analizzava come la società tenda a dividere e attirare gli scrittori in due campi differenti: da un lato, coloro che vogliono scrivere qualcosa di originale vengono coscritti a forza tra i “letterati” del “mainstream” e delle alte sfere; di chi legge “roba intelligente”; dall'altro tutti gli altri si risolvono a scrivere spazzatura di genere senza in alcun modo questionare il lettore, ma mirando soltanto alla soddisfazione di un buon pasto cartaceo.
Quello che al contrario servirebbe, è una classe di scrittori “originali” che scrivano per la massa cercando di sfidarne le aspettative. Ma per fare questo dovrebbero abbandonare le torri d'avorio delle università americane, che costringono in un recinto dorato proprio quegli scrittori che potrebbero ridare dignità alla scrittura di genere (in questo caso il fantasy).

The Vanquished Cavalier, di Davies Kevin
Un secondo punto, altrettanto interessante, sostiene come il fantasy sia un genere fondamentale per l'essere umano, perchè risponde a una sua aspettativa congenita dall'alba dell'evoluzione.
Secondo Bakker, l'uomo è un animale sociale: il suo successo in natura deriva proprio dal saper comprendere l'altro e scambiarci informazioni. Tuttavia, questo genere di ragionamento viene dall'uomo primitivo applicato anche alla natura, dove vige invece la legge scientifica: le nuvole, i terremoti, i vulcani vengono antropomorfizzati, trattati dall'analfabeta nelle scienze come entità vive”, una sorta di super uomini. Deriva da questa mentalità l'ambivalenza tra il rispetto comico verso “Madre Terra” e dall'altro i deliri dominionisti dei fondamentalisti cristiani di avere potere sulla Natura, di doverla “sottomettere”, così come tutti i suoi animali, ecc ecc.
Al nocciolo, la narrazione fantasy risponde alla necessità dell'uomo di avere una spiegazione antropomorfa, pre-scientifica della natura; quando è presente l'elemento soprannaturale, questo è ben accetto perchè risponde a quest'esigenza primordiale di spiegare “umanizzando”.
Mentre oggigiorno ci si chiede cosa possiamo “sapere” con i nostri “sensi” e i nostri “strumenti”, un tempo ci si chiedeva cosa si poteva “raccontare”, fino a qual punto si poteva sapere sulla base di una mitologia. In tale contesto, secondo Bakker, il fantasy permetterebbe di soddisfare questo senso primordiale, sviluppando e tenendo sotto esercizio un organo ormai atrofizzato. Nel contempo, una lettura del genere fantasy permetterebbe di evitare di cadere nella vita reale nell'antropomorfizzazione della natura caratteristica di molti gruppi religioso-estremisti.
In altre parole il fantasy, lungi dall'aumentare la credulità della gente, ne faciliterebbe lo scetticismo: soddisfatta la propria esigenza “mitologica”, a noi congenita, saremmo a nostra volta immuni a ideologie altrimenti suadenti.

Ho tradotto tutto il saggio, con le eventuali cautele proprie di una traduzione amatoriale, per cui buona lettura e buon commento (e chissà di non vedere Bakker ritradotto...):

The Skeptical Fantasist: In Defense of an Oxymoron

Stavo attraversando il campus non molto tempo fa quando mi è successo d'incontrare una delle mie ex professoresse. Mi ha salutato con un sorriso cordiale e si è congratulata per il mio successo nello scrivere letteratura per bambini. Dopo aver borbottato qualche parolaccia tra me e me, le ho spiegato che scrivo epic fantasy, e di tutti i generi, questo era adulto quanto più adulto poteva essere. L'idea, le ho raccontato, era che nella società attuale, balcanizzata digitalmente, il genere è l'unico luogo dove davvero si può scrivere “letteratura”.

Non sembrava convinta. Ma ormai sono stato a diversi festival letterari e ho avuto una certa impressione di quanto profondo sia il malinteso. Noi esseri umani abbiamo un cervello da quattro soldi e viviamo in un mondo talmente grande che regolarmente vediamo stelle più anziane della nostra stessa specie. Siamo sommersi. E come risultato, cerchiamo di risparmiare informazioni riclassificando i nostri termini con giudizi impliciti. Nei circoli letterari, epic fantasy occupa la stessa casella di “barbona”, “redneck” e ancor peggio, “corporazione”.

Il che mi porta alla mia domanda: Che cosa se ne fanno gli scettici del genere fantasy?
Quale sorta di giudizi dovrebbero applicare a quella parola?

Penso che sia sicuro constatare come ogni volta che il “fantasy” come termine generico compare dentro pubblicazioni quali “The Skeptical Inquirer”, significhi qualcosa di negativo.
Il fantasy, dopo tutto, è il flagello dello scettico. La credenza nel fantastico, misurato dal metro della scienza, è il bersaglio di una critica senza sosta dai campioni dell'educazione alle scienze. Quindi potresti dire che la mia domanda si risponde da sola, che è come chiedere ai preti che cosa pensano della pornografia.
Che cosa se ne fanno gli scettici del genere fantasy? Non molto.

Ma per quanto questo possa sembrare ovvio, voglio argomentare il contrario.
Voglio sostenere che il mondo ha bisogno di più scettici che scrivano fantasy. Molti di più.

Il Fantasy e il Punto di Vista scientifico

La gente rimane sempre sorpresa quando racconto loro che il genere fantasy è un prodotto della scienza tanto quanto il genere fantascientifico. Lo stereotipo di base sembra essere che il fantasy è più o meno a-scientifico quanto può esserlo un genere letterario. Le storie di scienza e fantascienza sembrano essere piuttosto ovvie: man mano che il progresso scientifico produce sempre più cambiamenti, le persone diventano sempre più consapevoli che il futuro non ricorderà più il passato. Considerando come gli esseri umani odino le incertezze almeno quanto la natura aborre gli spazi vuoti, era solo questione di tempo prima che cominciassero a costruire storie attraverso il proprio futuro indeterminato, usando spiegazioni pseudo-scientifiche come metro per scegliere tra diverse possibilità tra loro in competizione.
Ovviamente, questa è una grossolana semplificazione. Come fenomeno culturale, tutta la storia della scienza e della fantascienza è destinata a essere molto più complicata - se non proprio impossibile da raccontare. Ma, considerando i limiti dei nostri cervelli da quattro soldi, penso che sia corretto dire che questo riassunto catturi qualcosa dell'essenza di questa relazione.

E riguardo il legame tra fantasy e fantascienza?
Qui il collegamento è meno ovvio, ma altrettanto diretto in ogni sua parte. Man mano che che il progresso scientifico produce sempre più cambiamento, le persone diventano sempre più consapevoli che la loro presente conoscenza non ricorderà più la loro passata conoscenza.
Dove la fantascienza, uno potrebbe dire, costruisce una pseudo conoscenza del futuro, allo stesso modo il fantasy ricostruisce una pseudo conoscenza del passato. I due generi possono essere visti come le due facce della stessa moneta scientificamente mediata, come tentativi di usare la narrativa per compensare un sempre più isolato “presente cognitivo”. I mondi descritti nel genere fantasy tipicamente operano sulla base di principi da lungo tempo screditati dalla nostra attuale conoscenza scientifica. In termini di struttura base, molto poco separa “Il Signore degli Anelli” da mondi pre scientifici come l'Israele della Bibbia, l'India vedica e la Grecia di Omero.


Quindi, cos'è che attrae nel fantasy?
La cultura contemporanea è certamente immersa in diverse rappresentazioni del fantastico.
Scrittori fantasy come Robert Jordan, Terry Goodkind, e George RR Martin sono regolarmente sulla lista dei bestseller. I guadagni di Peter Jackson in seguito al recente adattamento cinematografico del “Signore degli Anelli” hanno superato il PIL di molte piccole nazioni. JK Rowling è forse la prima scrittrice nella storia a diventare una billionaria, grazie alla popolarità di Harry Potter. Cosa c'è di attraente riguardo al mondo della magia? Perchè, a parte per una morbosa curiosità intellettuale, qualcuno dovrebbe appassionarsi ad antiche, auto-celebrative, illusioni?

Perchè tutto questo feticismo di massa per adorare credenze morte da un pezzo?

L'imperativo antropomorfo

Contrariamente alle apparenze, gli esseri umani non sono portati a credere alle cose volenti o nolenti. Tutti pensano che i propri impegni cognitivi siano “obbligatori”, in qualche modo. 
Prima dell'istituzionalizzazione della ricerca scientifica, tuttavia, le uniche reali restrizioni alle nostre ipotesi teoriche erano sociali e psicologiche. Senza gli appropriati meccanismi sociali per mettere alla prova le nostre ipotesi contro “condizioni di verità” che è per dire, senza la scienza, i modi con cui facevamo ipotesi teoriche erano effettivamente separati dalla realtà del mondo naturale. Questo non è per dire che i nostri antenati potevano semplicemente inventarsi le cose - anzi, i limiti su quali ipotesi potessero essere o potessero non essere fatte erano molto più impegnative di quelle ritrovate nella scienza di oggigiorno. Volevo semplicemente dire che quelle ipotesi teoriche erano alla base legate a “condizioni assertive”, che è per dire, quello che gli altri lasciavano ipotizzare e che queste condizioni erano a loro volta condizionate da stranezze storiche, richieste organizzative e sociali e le vicissitudini egoiste della psicologia umana.
Per i nostri antenati, il mondo naturale era molto più una storia che una restrizione cognitiva.

Una cosa straordinaria è come nonostante le imponenti differenze storiche e geografiche che distinguevano le diverse culture, tutte sembravano portate a fare gli stessi errori teorici. 
In particolare, ad antropomorfizzare, a usare concetti psicologici e sociali per spiegare fenomeni naturali. Per i nostri antenati pre scientifici, il mondo era letteralmente un'unica grande famiglia, qualcosa con cui capire e interagire nel linguaggio del desiderio, dell'affetto e dell'intenzione. Quando c'era una carestia, scuotevano il loro pugno agli dei, allo stesso modo come lo agitavano verso il vicino. Usavano la cruda logica dello scambio interpersonale per “mimare” i loro interventi nell'ambiente: facevano pagamenti nella forma di sacrifici, erano attenti a seguire il rituale, a “osservare le loro usanze”. Per la loro mente, il mondo naturale non solo guardava, ma teneva conto, e quando individui o comunità fallivano di osservare i propri doveri, li punivano (con terremoti, pestilenze, eruzioni, ecc ecc NdT).

L'imposizione di categorie sociali e psicologiche sul mondo sembra essere troppo universale per essere il prodotto di una convergente evoluzione culturale. Gli esseri umani tendono a razionalizzare in senso antropomorfo per natura; è il ragionamento scientifico che richiede duro lavoro. Forse antropomorfizzare è semplicemente un “resto” evolutivo di qualche tipo, una conseguenza secondaria della nostra capacità di comprenderci a vicenda. Forse, considerata l'abilità delle spiegazioni psicologiche di assomigliare a realtà causali, ha portato inavvertitamente a cruciali successi adattivi. Forse, considerata l'irrilevanza pratica del contenuto di veridicità di così tante credenze teoriche antropomorfe, la capacità di credervi è stata selezionata per ragioni di coesione sociale
Uno deve solo guardare all'effetto galvanizzante della propaganda in tempo di guerra per vedere come noi umani abbiamo una decisa tendenza a radunarci attorno alle illusioni. Non è, generalmente parlando, un interesse razionale che spedisce i soldati nel pericolo, quanto piuttosto una condivisa convinzione nelle astrazioni.
Le nostre azioni si basano su quello che crediamo. Quando i margini di sopravvivenza sono stretti, comunità interdipendenti tra loro hanno bisogno di tenacia e perfetta coordinazione, il che equivale a dire, convinzione e ortodossia - richieste che sono comuni al punto di vista antropomorfo.

In ogni caso, sembra chiaro che gli esseri umani possiedono una qualche sorta d'innato “imperativo antropomorfo”. Se è così, il bisogno per questo genere di mondi obsoleti così comuni nel genere fantasy diventa spiegabile, almeno in parte. La ragione a causa della quale così tanti si ritrovano attirati al fantasy potrebbe essere la stessa ragione secondo la quale la scienza sembra andare contro il buon senso della psicologia popolare: siamo predisposti a guardare al mondo in termini umani. Dato che siamo predisposti a comprendere il mondo come una sorta di grande famiglia, forse troviamo un certo conforto in “mondi famigliari” (proprio nel senso di famiglia/familiare NdT).
Forse abbiamo un bisogno a tornare presso di loro di tanto in tanto.
Io so di averne bisogno.

Conosci il nemico - Letteralmente!

Come si è rivelato, non sono il solo. Milioni di americani sembrano voler abbracciare visioni del mondo sempre più antropomorfe, e non solamente come una forma d'intrattenimento.

Il crescente profilo e influenza di credenze religiose letterali dovrebbe costituire materia di profonda inquietudine, non solo per gli scettici, ma anche per il mondo nel suo insieme. Le credenze religiose non sono maligne di per se stesse; al contrario, ci sono ampie prove che suggeriscono che sono socialmente e psicologicamente positive. Il problema è l'impegno. Grazie ai capricci dei bias di conferma e delle interpretazioni indiscriminate, più o meno qualsiasi credenza può venire razionalizzata per la propria soddisfazione personale. La tendenza umana è di usare il metro al contrario, di ragionare all'inverso dalle conclusioni alle premesse. E' per questo che il ragionamento scientifico richiede che sospendiamo il nostro impegno alle conclusioni: altrimenti le nostre mancanza cognitive saranno tali che le renderemo sempre vere. Non possiamo discutere onestamente credenze che non riteniamo discutibili – è veramente tanto semplice. E questo trasforma la prospettiva di raggiungere un consenso razionale tra diverse credenze, che è difficile anche in ideali circostanze, del tutto impossibile in una varietà di contesti sociali delicati. Diventa quel genere di caso del “prendere o lasciare” e proprio in un momento nella storia umana quando meno ce lo possiamo permettere.

Viggo Mortensen con la maglietta “No More Blood for Oil”
all'alba dell'invasione in Iraq, sul Charlie Rose Show (2002)
Per lo scettico, è difficile non vedere la sempre maggiore fama di credenze religiose letterali come una forma di fallimento sociale, e dei peggiori. A voler fare una lettura cinica, uno potrebbe dire che molti americani, compreso il Presidente (cioè G. W. Bush: siamo nel 2005/06, NdT), vivono in una versione pre scientifica della Terra di Mezzo.
Molti rimproverano questo fallimento al sistema educativo e ai numeri in declino delle facoltà scientifiche.
Nonostante penso che questi siano indubbiamente importanti componenti di quanto sembra essere un altro teoricamente insolubile fenomeno sociale, penso che ci sia un altro, ovvio colpevole che è stato ignorato. Anche se raramente, se mai, c'è alcuna condanna nella corte della critica sociale, è sempre utile radunare tutti i sospetti.

Capacità interpretative

Credenze religiose letterali, non ha importanza dove provengano, hanno tutte un comune impegno a quello che potremmo chiamare monismo interpretativo, una convinzione che infallibili interpretazioni dei testi religiosi siano non solo possibili, ma anzi esistano nella realtà. L'improbabilità di questa convinzione è tale che ben pochi critici perdono tempo a smantellarla.
Ma è veramente impressionante se ci pensate: i fondamentalisti sono convinti che loro, tra tutte le fedi e i testi religiosi e le diverse interpretazioni, siano stati più o meno stati fortunati a incontrare “quella vera”. Ora, i meccanismi psicologici e sociali che sottintendono questo evidente eccezionalismo sono troppo numerosi per scriverne qui. A cosa invece vorrei puntare l'attenzione, tuttavia, è che molte delle credenze religiose contrarie ai fatti (come i creazionisti), che causano tanta costernazione nei circoli scientifici, fuoriescono da quest'ambito.
Il problema dell'alfabetismo scientifico, a tutti gli effetti, viene preceduto da un problema con l'alfabetismo interpretativo. E questo non è l'ambito dell'educazione alla scienza.

Più o meno sono tutti d'accordo che l'establishment scientifico ha bisogno di fare un lavoro migliore nella divulgazione e se il numero di titoli e il volume di vendite di lavori popolari di saggistica scientifica sono una qualche indicazione, molti hanno preso questo messaggio a cuore. Ma nessuno, che io sappia, sta parlando di un parallelo fallimento dell'establishment letterario. Uno potrebbe pensare che un'istituzione che si propone a tutti gli effetti di essere auto-critica considererebbe il problema.
Dopo tutto, chi altri potrebbe avere una responsabilità istituzionale per l'analfabetismo interpretativo? Dentro le alte sfere del mondo letterario, il consenso sembra essere che l'industria della cultura è largamente da biasimare, che negli interessi di mietere i successi che seguono da una standardizzazione, le corporazioni dei media abbiano letteralmente addestrato i consumatori a non avere alcuna interpretazione critica. Considerando come queste stesse corporazioni hanno una presa di ferro sulle comunicazioni di massa l'assunto di base sembra essere che più o meno tutto quello che i letterati possono fare è torcersi le mani ed evitare tutte le cose commerciali come se fossero la peste. Il sistema, avverte la storia, lo si può resistere solo “dai margini”.
Nessuno, argomenterebbero, piange sull'analfabetismo interpretativo più di loro, ma fino a quando il sistema continua a proseguire senza freni, c'è ben poco che possono fare.

Ovviamente questa storia è una sovra semplificazione. Non è nemmeno il caso che tutti i letterati ci credano anche nelle versioni più sofisticate. Ma a tutti gli effetti riproduzioni di questa storiella fluttuano nei dipartimenti di lettere dell'Università come frammenti di Rna messaggero, pronti a neutralizzare qualsiasi danno alla legge del padrone che non solo decide la forma e il contenuto di tutte le cose letterarie, ma anche certifica l'autorità di coloro con le appropriate credenziali istituzionali. Ma cosa potrebbe succedere se questo insieme di spiegazioni non fosse altro che una razionalizzazione adulatoria, quel genere di cose che noi umani facciamo per razionalizzare la nostra autorità? Che cosa, invece, se lontani dall'essere rifugiati dal commercialismo becero, molti nell'establishment letterario fossero i loro involontari autori?

In una recente intervista televisiva, mi era stato chiesto cosa pensassi della disparità di quell'anno tra i film che avevano vinto l'Oscar e i film che avevano fruttato il maggior incasso nelle sale. La risposta che avevo dato, la risposta che mi aveva spinto a scrivere quest'articolo, era semplicemente che le persone nelle arti, come le persone in generale, tendono a formare comunità basate su comuni interessi e valori. Che è giusto e va bene, ho detto, tranne per la tendenza che segue per i membri di questa comunità di comunicare solo tra loro e d'iniziare a definirsi contro altri membri di altre comunità, solitamente in modo egocentrico. “Loro” diventano le arroganti elitè, le masse ignoranti, e così via. Differenze esterne vengono livellate, e in qualche modo, nel corso delle cose, l'intero punto della comunicazione, che è di parlare all'altro, di espandere invece che trincerare le proprie prospettive, sembra venire abbandonato.

Questo è precisamente quanto, voglio argomentare, è successo con l'establishment letterario.
Il loro argomento contro le corporazioni è smentito dal fatto che quelle stesse corporazioni non hanno problemi a pubblicare “lavori difficili” nel mainstream. A tutti gli effetti, la diversità disponibile ai lettori in questa epoca di vendite via Internet è qualcosa d'inimmaginabile. Per certi versi, i cosiddetti “margini” stanno guadagnano piuttosto bene sul mercato.
Quindi, qual è il problema? Come può una nazione sviluppare due concezioni così radicalmente differenti di come il mondo funziona?

L'isolamento sembra essere la risposta ovvia. Nonostante i cristiani fondamentalisti sembrano essere più che contenti di condividere la “lieta novella”, pochi nell'establishment letterario sembrano disposti a portare la “cattiva novella”, al di fuori della scienza, poche se non nessuna delle interpretazioni giustificano qualcosa di più di un impegno condizionale nella direzione opposta. Perchè? Perchè nessun professore di lettere che si rispetti o scrittore verrebbe colto sul fatto a bussare alle porte di quei ghetti della narrativa.


Nel mio caso, non mi ci volle molto per comprendere che parlare di epic fantasy non mi avrebbe vinto il rispetto e l'ammirazione nella classe di Letteratura Inglese. Il fantasy è roba da incolti. Viene considerato un genere commerciale, tronfio, senza motivo di analisi dagli istruiti. Certamente non era quanto ora so che è: un'opportunità di comunicare al di fuori delle solite cerchie, di usare la frequenza radio dei comuni interessi per comunicare differenti valori, differenti prospettive verso gente impegnata nelle proprie conversazioni chiuse. I fondamentalisti religiosi, senza sorpresa, hanno un'affinità con i punti di vista antropomorfi. Amano il fantasy.

I circoli letterari, sto suggerendo, sono catturati in un circolo vizioso, un circuito sociale disfunzionale dove i loro atteggiamenti verso diverse forme di cultura popolare hanno l'effetto globale di dividere i futuri produttori di artefatti culturali in due differenti campi, quelli con ambizioni letterarie e quelli senza. I primi, pieni di desiderio di essere “presi sul serio” dagli accademici e dai recensori dei giornali, scelgono di comunicare argomenti che interessano in primo luogo lettori che allo stesso modo desiderano essere presi sul serio. I secondi, che sono principalmente preoccupati di dare ai lettori solo quello che vogliono, generalmente evitano le ambiguità che insegnano ai lettori la fondamentale lezione dell'interpretazione: il sospetto.
Il problema non è quello che fanno – stanno chiaramente producendo qualcosa di valore per milioni di persone – è quello che fanno in un sistema che abbandona intere fasce della produzione culturale a sé stesse.

Come la persona che soffre di paranoia alimenta un sospetto che rende le sue illusioni vere, allo stesso modo l'establishment letterario deruba la cultura di massa di coloro che vogliono sfidarla, e li redirige all'indietro, portando alla luce proprio quel genere di cultura ornamentale, commerciale che così spesso critica. Sfruttando i meccanismi istituzionali a loro disposizione, fanno incetta di tutto quello che è di valore, quindi accusano tutti gli altri di essere poveri. E nessuno è così povero come i fondamentalisti religiosi, il che non dovrebbe affatto sorprenderci. L'argomento autorizzato, che sia narrativa Young Adult o sperimentazione letteraria, semplicemente non interessa alla maggior parte di loro. Ma come si può incolpare qualcuno di non avere quello che è un gusto acquisito con l'esperienza? Specialmente coloro che credono nel cosiddetto “potere trasformativo della letteratura” comunicano soltanto verso quelli che sono più o meno già “trasformati”. 
Quando scrivono su frequenze che solo chi è già avvezzo alla lettura può ricevere.

Conclusioni

Quindi cosa dovrebbero farsene gli scettici della letteratura fantasy? Molto, moltissimo in effetti.

Se è il caso che gli esseri umani sono inerentemente portati a trovare meraviglia, conforto e delizia nelle rappresentazioni di un mondo antropomorfo, allora forse non è così una cattiva idea che lo facciano sotto l'ombrello del fantasy. Se gli scrittori di fantasy e gli sognatori sono inevitabili, allora lasciamo che siano tutti scettici.
La narrativa fantasy e il genere stesso, rappresenta un'opportunità di comunicare nel più profondo senso della parola, che è per dire, di negoziare un terreno comune tra prospettive drammaticamente differenti. Considerando la mentalità ristretta della narrativa “alta”, questo è difficile se non impossibile, il che potrebbe ben voler dire che non è, in nessun senso pratico, “letteratura” a tutti gli effetti.

C'è bisogno, a ogni livello, di una rivalutazione d'insieme di lessico e obiettivi all'interno della comunità letteraria. Nell'ultima rivoluzione auto-critica, quel glorioso disastro del “giro post moderno”, i letterati si sono in qualche modo convinti che, nonostante un deprimente curriculum quando si tratta di elaborare ipotesi teoriche al di fuori delle istituzioni scientifiche, non si sia sbagliato nulla con le precedente pretese dei costruttivisti e dei contestualisti di condizionare il nostro impegno alle ipotesi teoriche scientifiche. Questo non ha alcun senso, allo stesso modo come non avrebbe senso usare Ted Bundy per testimoniare contro Maria Theresa. Ha ancora meno senso presupporre che mantenere qualsiasi posizione filosofica, anche una apparentemente radicale come il costruttivismo sociale e il post strutturalismo, significa che tutto il lavoro importante di critica sia già stato fatto.

Si chieda a qualunque scettico: non si finisce mai di lavorare. 
Quando metà della popolazione è inconsapevole di proprio cosa rende la letteratura possibile, ovvero un pluralismo d'interpretazioni, è sicuro poter affermare che è stato accumulato sufficiente biasimo. E' tempo di passarlo a qualcun'altro.


mercoledì 17 gennaio 2018

Il fantasy muto e senza nome di Peter Newman: "The Vagrant"


Un viandante, un neonato e una capra attraversano un mondo post apocalittico infestato dai demoni alla ricerca dell'ultima oasi di salvezza e civiltà: la “Shining City”, nel profondo nord.

Il mondo di Peter Newman è un deprimente pianeta grigio e sterile, formato da nudi ammassi di roccia chiamati “montagne”, distese cenerognole un tempo chiamate “pianure” e giungle urbane di edifici abbandonati un tempo chiamate “città”. Scheletri tecnologici di automobili, ferrovie e strutture di cui da tempo si è smarrita la funzione fanno intuire al lettore una precedente civiltà evoluta e sofisticata, caduta da tempo nel dimenticatoio della storia.
La menzione di un sole spezzato a metà, i nomi e le denominazioni astruse e la geografia fantasy allontanano il pericolo dell'ennesimo post apocalittico ambientato sulla Terra, a favore invece di un fantasy vero e proprio, grimdark all'ennesima potenza.

Le ultime vestigia di civiltà umana in “The Vagrant” risalgono all'impero dei “Seven”: sette divinità simboleggianti l'Ordine contro il Caos, alla guida di una civiltà feudale la cui élite sono i “Seraph Knights”. Un ordine cavalleresco, a metà tra feudatari e paladini, dalle spade magiche (tecnologiche?) che sanno “cantare” come la Durlindana di Orlando. Il cavaliere Seraph è addestrato a intonare la propria anima alla spada, con effetti devastanti sul nemico. Dal romanzo non appare mai completamente chiaro se l'accordo “musicale” tra spada e possessore sia il risultato di un'antica tecnologia o sia un elemento propriamente fantastico. I “Seraph Knights” costituivano la punta di diamante dell'esercito dei Sette, ma nel romanzo sono ormai scomparsi da tempo, tranne che per il “vagabondo”, the vagrant, che continua il suo pellegrinaggio in un mondo devastato.

lunedì 8 gennaio 2018

“Cuoio Nero”: la poesia splatterpunk di David J. Schow


Quando si verifica un grande successo e un genere – in questo caso letterario – diventa popolare, è naturale che gli editori ricerchino immediatamente il suo successore. 
The next big thing.
Cosa ci sarà dopo?
Cosa avverrà dopo che quello scrittore, quella serie di libri risulterà esaurita?
I meno intraprendenti vanno alla ricerca d'imitazioni scadenti, mentre gli agenti più furbi cercano di creare un nuovo mito, un nuovo trend.
In seguito al revival tolkeniano degli inizi '2000, gli idioti sono andati alla ricerca di cineserie alla Terry Brooks, mentre gli intelligenti hanno iniziato a tenere d'occhio una serie di libri che sembrava macinare successo per suo conto: The Game of Thrones di George RR Martin, ovviamente.
Allo stesso modo, a fine anni '80, gli editori erano alla ricerca di un erede al re dell'orrore, sua maestà King e il movimento Splatterpunk, come gemello bastardo dello Cyberpunk, sembrava prestarsi allo scopo. 
L'idea ha funzionato a metà. Gli editori sono andati incontro a una gamma di scrittori che voleva portare l'etica -punk nell'horror e in questo modo si sono prodotte storie e racconti veramente interessanti, lontani da quanto pubblicato in precedenza. Tra questi ironicamente si considerava uno splatterpunker anche George RR Martin con “Meathouse Man” (1976) ripubblicato nel 1990 nell'antologia “Splattepunks: Extreme Horror”.

lunedì 1 gennaio 2018

Gli italiani non leggono (e fanno bene)


La settimana scorsa l'Istat ha rilasciato il suo rapporto sul 2016, “Produzione e lettura di libri in Italia”, dove analizza acquisti e abitudini di lettura del popolo italiano. 
I siti di news hanno sintetizzato le notizie e dal web il dibattito è passato ai “commentatori”, ovvero siti indipendenti, blog e socialOvviamente, si sono spalancate le cateratte del cielo.

Forza italiani, non facciamo le capre!
Tutto colpa degli analfabeti funzionali!
Noi lettori forti siamo una minoranza!
In compenso guardano Il Grande Fratello!
La lettura è sacra! Io conservo ancora il primo libro che mi hanno regalato!
Tutto colpa della pirateria!
Ma perchè leggono gli ebook! E' così bello leggere su carta!

Com'on.
Quando andavo alle scuole elementari, a fine anni '90, sentivo gli stessi, piagnucolosi lamenti dalle maestre. Quando andavo alle scuole medie e consumavo una media di due romanzi alla settimana, i giornali impazzivano sulla scomparsa della lettura, la chiusura delle librerie e la minaccia dei videogiochi. Alle superiori, sul web e sui giornali non ne parliamo: diluvio d'analfabetismo, apocalisse letteraria, la scomparsa del romanzo come forma d'intrattenimento.
All'università, in area umanistica, ogni studente(ssa) è convinta d'essere un guerriero in trincea, pronto a combattere per il diritto di leggere quanti più libri possibili.

venerdì 29 dicembre 2017

Libri/Film/Fumetti in uscita nel 2018, tra Robert E. Howard e Alan Moore


Con questo articolo volevo provare a compilare una lista di libri, fumetti e film che dovrebbero uscire nel 2018
Ho eliminato di proposito ogni film blockbuster, così come i fumetti mainstream e i libri delle grandi case editrici: quello che vorrei proporvi è una selezione di nicchia.
Quel genere di fuoriclasse, di estranei, di indipendenti che non trovano spazio nemmeno alla pubblicazione, figurarsi nei listoni per l'anno nuovo. Nicchie dentro altre nicchie, produzioni via crowdfunding, prodotti troppo strani, “bizzarri” per diventare popolari.
Considerateli una Lega degli Straordinari Gentlemen.


Il riferimento non è casuale, perchè esordendo con il fumetto, a giugno 2018 dovrebbe uscire il primo volume di “The Tempest”, ultimo capitolo dell'ormai decennale saga di Alan Moore.

Nel caso della Lega è uno dei fumetti che seguo da più tempo, nelle sue diverse iterazioni e spin off, a cui sono sinceramente appassionato, tanto nei personaggi quanto negli splendidi disegni di Kevin O' Neill.

Il fumetto dovrebbe svilupparsi su tre differenti piani temporali: nei quartieri generali dell'Intelligence della Gran Bretagna, ai giorni nostri; nella perduta città di Kor della regina Ayesha, in Africa e nel mondo post apocalittico del 2996. La copertina sembra dimostrare che sono sopravvissute solo due dei membri originari della Lega, ovvero Mina Murray e l'androgino Orlando.
A questi tre differenti filoni, che Moore promette più che mai meta referenziali e citazionisti, si affiancherà uno spin off chiamato “Seven Stars”, un immaginario fumetto supereroistico del 1964, in bianco e nero (lo vedete sullo sfondo dell'abbozzata copertina).

giovedì 28 dicembre 2017

"Vlad Ţepeş – La leggendaria vita di Dracula": un'antologia cotta al sangue


“Qui inizia una invero crudele, terrorizzante storia su un uomo selvaggio e assetato di sangue chiamato Principe Dracula. Come richiese di impalare i suoi nemici e bruciarli e bollire le loro teste in una pentola e spellarle e tagliarle a fette come verdure. Ordinò anche di arrostire i bambini davanti alle loro madri e ordinò di farli mangiare alle madri stesse. E molte altre orribili cose sono scritte in questo trattato e sulla terra dove governò...” 

Frontespizio di un pamphlet di Norimberga, 1499.

1462: un Principe Valacco e il suo piccolo esercito fronteggiano solitari la formidabile macchina militare dell'Impero Ottomano.
Ma questo principe, Vlad Tepes, non è un uomo normale: i turchi invano inseguono il miraggio di uno scontro aperto, scontrandosi invece con le tenebre di una psychological warfare ante litteram.
Imboscate, attacchi notturni, pozzi avvelenati e villaggi bruciati. E infine l'arma del terrore: oltre 20000 turchi impalati su aguzzi pali di legno.
Vlad Tepes è morto. “Vlad l'Impalatore” è divenuto immortale.
Questa è (sono) la (le) sue storie.

mercoledì 20 dicembre 2017

Mostrare il dito medio a Nurgle: "Plague Garden", di Josh Reynolds


Il conflitto per il Reame della Vita si avvicina alle sue putride conclusioni, mentre le forze dei Silvaneth e degli Stormcast conducono una lenta guerra d'attrito contro Nurgle.
Ultime linee di difesa, le fortezze-sargasso dell'Ordine della Mosca: guerrieri caotici reminescenti dei bretoniani, devoti alla “Lady di Cankerwall”, caotica parodia della “Dama del Lago”.
A guidare l'assedio, gli Hallowed Knights: legioni su legioni di argentati guerrieri, dal martello nella mano, la fede nel cuore e le fiamme a illuminare la via. Gli Stormcast sono guidati da Lord-Castellant Lorrus Grymn; Gardus Lord-Celestant caduto nella battaglia dell'Athelwyrd e riforgiato per l'ennesima volta ex novo; il Lord-Relictor Morbus; Cadoc Kel, Knight-Azyros d'inestinguibile fanatismo; Enyo e Tornus, due Knight-Venator. 
Tornus era un tempo un guerriero al servizio di Alarielle, un difensore dei Silvaneth; caduto in battaglia, la sua anima fu pervertita da Nurgle nelle sembianze di Torglug, una reincarnazione di crudeltà e rancore. Quando Torglug fu ucciso dal martello di Ghal Maraz in persona, Sigmar percepì nella sua anima il bagliore di una possibile redenzione: riforgiato come Tornus il Redento è ora uno Stormcast, un Knight-Venator.
Tornus, come tanti Stormcast, ricorda ancora frammenti delle (due) vite passate e agli occhi degli Stormcast è un paria, un'anima che si era votata al Caos e che come tale risulta inaffidabile e sospetta. Tornus è ansioso di redimersi, ma nel contempo soffre ancora ricordi e flashback dalla sua vita come Torglug. Tra gli Stormcast alati, ha trovato l'unico conforto nell'amicizia della Stormcast Enyo, una guerriera pragmatica e diretta.

venerdì 15 dicembre 2017

Arabrab di Anubi: nell'Egitto decadente e brutale di Alessandro Forlani


Arabrab era solo un'adolescente quando fu prescelta per diventare un'assassina al servizio del Dio dei Morti, Anubi: una macchina da guerra immortale fanaticamente devota alla causa dell'Egitto dei Faraoni.
Lo scenario è un Mediterraneo temprato nella tarda Età del Bronzo: un mondo tanto esotico quanto decadente, popolato da civiltà sanguinarie e mostri lovecraftiani. 
«Ci affidiamo alla politica, ma affondiamo nelle tenebre: viviamo un'epoca di arti magiche e abominevole stregoneria. Nessuno si oppone al male. Dovrai combattere l'oscurità. Non ti dissi che le mie trame non guardano a questa terra, ma che servo il mio paese? Sarai la spada dei nostri dei, la mia nera giustizia»
L'immaginazione del mainstream è così povera di vedute, così mentalmente ristretta.
Si consideri il nuovo Assassin's Creed Origins, ambientato in Egitto. Dalle recensioni dei videogiocatori, il nuovo capitolo della saga è una valida aggiunta, che ha tratto proficuo insegnamento dagli errori passati. 
Non l'ho giocato, non posso giudicare: sembra tuttavia interessante.
Eppure... quante occasioni sprecate.
Il protagonista è l'ennesimo banale assassino e la mappa, così come la vasta gamma di quest e sub quest si limita a una rilettura superficiale: contemporaneamente si evita di approfondire il contenuto storico dell'ambientazione e si evita di sfruttare l'immenso pantheon religioso egizio.
Nessun elemento fantasy in senso stretto, ma nel contempo neppure un approfondimento storico degno di questo nome. L'effetto complessivo, caratteristico della serie, è di quel genere di ricostruzione storica propria di un documentario del National Geographic, di un canale di Rai Storia, di Focus e delle riviste patinate dal dentista.
Ovviamente, si sa: è quello che desidera un pubblico mainstream. Divulgazione di bassa lega, spazzatura diluita fino a renderla insapore. I videogiochi, in tal senso, mantengono un livello di approfondimento migliore di tanta produzione televisiva. Meglio giocare a Total War che sottoporsi a lobotomia frontale con l'ennesimo catalogo di banalità e filmati stilizzati.
E tuttavia... quale spreco, quale perdita.
Quante opportunità di storie e gameplay accantonate nel rifiuto di studiare a fondo la storia o dall'altro, di studiare a fondo la mitologia e la letteratura classica. I Youtuber e gli auto-definiti storici che si definiscono “esperti” perchè hanno giocato a Total War e letto qualche voce di Wikipedia non si rendono ad esempio conto di quanto siano “prigionieri” dell'impostazione videoludica di battaglie e conquiste. Ad esempio, sono convinto che fino all'età moderna (1500) o addirittura fino alle soglie della Rivoluzione Industriale, il controllo delle vie fluviali risultasse di gran lunga più importante di qualsiasi possedimento terriero. Se consideriamo fino all'avvento delle strade ferrate e delle ferrovie i fiumi come la più veloce via di comunicazione, ci si rende conto di quanto fossero snodi strategici fondamentali. In nessun videogioco e se per questo in nessuna trasmissione, documentario o testo divulgativo questo genere di osservazioni gioca alcun ruolo.

lunedì 4 dicembre 2017

No, Blade Runner 2049 non è un film sessista (e non lo è nemmeno The Witcher)


La mia prima visione di Blade Runner 2049, a pochi giorni dall'uscita nelle sale, fu un'esperienza estetica ai limiti del doloroso. 
Non sono uno storico dell'arte, non è il mio campo, ma ho avuto modo in passato di restare ore a soffermarmi sui dettagli di un quadro. 
La visione di Blade Runner 2049 rientra per me in questo genere d'esperienze. 
Se il film è in primo luogo una catena d'immagini e compito del regista è organizzare queste immagini per darne un senso tanto artistico quanto narrativo, Blade Runner 2049, come Mad Max: Fury Road, sono entrambe opere di cinema nel senso più classico del termine.