lunedì 23 ottobre 2017

Il Libro della Polvere: La Belle Sauvage. Philip Pullman alla riscossa


Malcom Poltstead è un ragazzo di undici anni, un garzone presso la locanda “The Trout”, uno snodo carovaniero lungo il Tamigi, nel centro della città di Oxford. I genitori gestiscono la locanda assieme ad Alice, un'altra ragazza a contratto, mentre Malcom serve ai tavoli, pulisce ed esegue piccole commissioni a bordo della sua canoa, la Belle Sauvage
Una delle sue destinazioni preferite è il convento di Godstow, una comunità di vetuste monache fuori dal mondo, che accolgono spesso visitatori itineranti, pellegrini e poveri che richiedono rifugio. Malcom è in contatto con Suor Fenella, un'anziana responsabile della cucina, che gli racconta le ultime novità e gossip relative al Magisterium
Pian piano, Malcom scopre che le suore sono state incaricate di custodire e crescere una neonata, Lyra Belacqua, affidata loro in totale segretezza. 
Con i sentimenti di un figlio unico, Malcom si affeziona rapidamente alla bambina, che giura solennemente di proteggere. 

E' la Lyra protagonista della trilogia “Queste Oscure Materie”: la figlia illegittima di Lord Asriel, il famoso esploratore artico, personaggio dai tratti faustiani e Marisa Coulter, la Nicole Kidman dal scimmiottino d'oro, fanatica agente della Chiesa. 
Il Libro della Polvere, nonostante le affermazioni di Pullman, è pertanto un prequel: si pone prima degli eventi della Bussola d'Oro, descrivendo le azioni e i perigli per affidare Lyra al Jordan College. 
Si tratta di un mondo fisso in un'età edoardiana, caratterizzato da un'Europa di piccole nazioni e piccoli gruppi etnici, dalla tecnologia dieselpunk. Ogni persona ha un daimon: un animale guida, socratico, che personifica la sua anima e la sua tendenza interiore. Quando si è bambini, il daimon può assumere la forma che si desidera e soltanto nell'adolescenza si trasforma nell'animale che il ragazzo è destinato a diventare. E' tipico ad esempio della servitù ossequiosa avere come daimon un fedele cagnolino, mentre Lord Asriel ha un leopardo delle nevi; in tal senso i daimon segnalano anche l'appartenenza a una determinata classe sociale. L'Occidente della trilogia è inoltre fortemente influenzato dalla Chiesa, in particolare il Magisterium, che sovrintende a ogni possibile ricerca scientifica. Si riproduce in quest'ambito uno scontro di vecchia data tra Monarchia e Chiesa, tra Università e Chiesa, tra ingerenze nel potere civile e ingerenze nel potere ecclesiastico. 
E' una Cold War, tanto in The Book of Dust che nel seguito del Golden Compass: un conflitto di spie, di sicari, di scontri notturni.

Un giorno, mentre Malcom è a pesca, vede sulla riva un uomo cercare col suo daimon un oggetto perso nei cespugli: dopo alcuni minuti di ricerca ansiosa e infruttuosa, l'uomo cerca di far finta di nulla e allontanarsi, ma è preso a braccetto da tre agenti del Magisterium in borghese. Alcuni giorni dopo il cadavere dell'uomo è ritrovato affogato in una delle chiuse del fiume, sul collo i segni di uno strangolamento. Vinto dalla curiosità, Malcom si mette a cercare a sua volta, scoprendo nella terra una ghianda artificiale contenente un misterioso messaggio riguardo a una certa “Polvere”. 
Alla locanda, è contattato dall'originaria destinataria del messaggio: una topina di biblioteca che lavora in realtà come spia, la Dott. Ssa Hannah Relf. Una ricercatrice all'università, Relf lavora in realtà sotto copertura, utilizzando l'aletiometro bodleiano di Oxford – un equivalente della Bussola d'Oro della trilogia – per prevenire le azioni del Magisterium. Hannah Relf è infatti un membro dell'agenzia di Oakley Street, che combatte i tentacoli del Magisterium nella forma della CCD, la Corte Concistoriale di Disciplina. I due sistemi di spionaggio stanno combattendo una guerra segreta attorno a Lyra, che la Chiesa sa bene svolgerà un ruolo fondamentale in relazione alla Polvere. Malcom viene reclutato da una riluttante Relf per sorvegliare Lyra e spiare nella Locanda. 
Ma un alluvione epocale sta per sommergere il paese, la CCD stringe sempre più il cappio su Malcom e Relf e la piccola Lyra è più che mai in pericolo...

La trilogia “Queste Oscure Materie”, di Philip Pullman, è un esempio perfetto di una saga fantasy che introduce elementi nuovi nel tessuto stantio e consumato del fantasy tradizionale. 
Professore di Letteratura Inglese ai licei da decenni, avvezzo a gestire la recita teatrale dell'anno e a inventarsi sempre nuove mitologie, Pullman mette a frutto nell'universo di Lyra un'esperienza pluridecennale:  fonti inedite e mai prima d'ora sfruttate, un linguaggio semplice, quasi infantile, che ricorda il migliore Lo Hobbit e una disorientante molteplicità di chiavi di lettura. C'è di che perderci la testa. A fine anni '90 e inizio '2000 Pullman dimostrava alla vasta accozzaglia di scrittori fantatrash come no, non fossero affatto obbligati a copiare e ricopiare i soliti stereotipi, i soliti plagi, i soliti stili. La trilogia “Queste Oscure Materie” esprime con la sua stessa esistenza la possibilità di un fantasy diverso, capace di creare una nuova mitologia da zero con rispetto per l'intelligenza del lettore, che ha infatti prontamente contraccambiato. Si tratta di un universo lontanissimo dalle fan fiction di Tolkien che spacciano dal 1960 come “fantasy”, o dalle bildungsroman semplicistiche di Harry Potter, o dalle stanche riedizioni della già stanca riedizione del vampiro alla Lestat di Anne Rice. All'uscita del primo volume della Bussola d'Oro si aveva la sensazione di approdare in un continente sconosciuto, dalle sue regole peculiari: terra incognita. Hic sunt dracones. 


Agli occhi dell'anglosassone medio – occhi acquosi e non troppo intelligenti – Philip Pullman è un eretico. Il mondo di Lyra Belacqua è un'eresia. Il worldbuilding operato da Pullman nell'universo di Lyra e Malcom lo pone tra gli outsiders del fantasy anglosassone, lo esclude in partenza. Agli occhi nostalgici dell'stablishment britannico, Pullman è uno scomunicato
Come osservava il critico d'arte e di gastronomia Jonathan Meades, specialmente nei documentari “Whose Food?” e “Magnetic North”, gli inglesi sono ossessionati dall'immagine del South
South Europe, innanzitutto; South East, South America. E' possibile definire il “Sud” come una landa immaginaria che si estende dalla Spagna alla Grecia, passando per la Provenza e trovando il suo culmine kitsch nella Toscana e nel Sud Italia. Il South annovera, nella mentalità del turista di Albione, una serie di elementi imprescindibili: una popolazione ferma all'anno mille, tra contadini, pastori e amabili preti che usano i telefoni a gettoni. Cielo azzurro, sole e spiagge dorate. Splendide donne e altrettanto splendidi uomini, entrambi focosi per il carattere passionale del South, specie con la Spagna e l'Italia. Gentili colline con filari di vigneti, negozi di souvenir e una spruzzata di cultura medieval-rinascimentale. Nel South si vive alla giornata, si ama, si mangia e si beve: è una sorta di Joyland, di paradiso terrestre, di luogoesotico” per eccellenza. E' ovviamente un'invenzione di scrittori e artisti inglesi, che lentamente si è cementificata nel pensiero comune. Non esiste, il South. Meades correttamente fa notare come i luoghi del “Sud” siano altrettanto violenti e privi di empatia del gelido “North”: la giovialità, il carattere amabile delle popolazioni del South nasconde una mancanza di contatto, una generale ipocrisia di fondo. Quando gli inglesi non hanno modo di visitare il “South”, ripiegano sull'esotismo a buon mercato dell'India, o della Cina. E' per questo, che in rapporto a larghe percentuali di popolazione proveniente dalla Germania o dall'Est Europa, non troviamo a Londra ristoranti tedeschi, o polacchi, o ucraini, ma piuttosto una quantità strabiliante di ristoranti italiani, indiani e cinesi. In tal senso, il fascino di un locale e di un cibo proveniente dal South batte ogni altra considerazione. 
Il mondo di Philip Pullman, al contrario, è interamente ambientato nel “Magnetic North”. L'aletiometro di Lyra, della Dott.ssa Relf, punta sempre verso il Nord. Quant'è bello il Nord, contrapposto alla violenta decadenza del South! E' una terra altrettanto esotica, altrettanto immaginaria, ma largamente sconosciuta all'italiano/inglese medio. Il documentario Magnetic North in tal senso è una perfetta rivalutazione del patrimonio artistico e architettonico del “North” e nel contempo un'involontaria descrizione del mondo di Lyra Belacqua. La Francia settentrionale, le Fiandre e la Prussia: edifici color mattone, neogotici, che oscillano tra il grottesco più esagerato e l'altrettanto esagerato formalismo senza decorazioni. Caratteri e ideologie senza cedimenti al sentimentale, senza concessioni allo spirituale: dalla mentalità laica e mercantilista olandese al rigore prussiano, passando per il sangue intriso di terra degli stati dell'Est fino alla vetta finale della Norvegia e della Finlandia. Si tratta di luoghi cupi, dove poter riflettere con calma sulla morte, conditi dalle bizzarrie grottesche di Bosh e dai violenti punti esclamativi di una natura mai così sublime. E' bello, il Nord. E' Magnetico. Magnetic North, appunto.
Le coordinate narrative di Pullman sono inestricabilmente legate al “North”. La minaccia dei “Moscoviti”, gli orsi polari, l'importanza delle tecnologie “magiche”, gli scenari di foreste e lande innevate, i poli, Lord Asriel, il ruolo ingente svolto dai gruppi etnici come le streghe o i “gyziani”. Mentre Sapkowski attinge largamente dall'Est Europa, Pullman deriva tanto del suo materiale dall'estremo nord. Certamente non è un caso che la narrazione di Pullman venga accusata di essere cerebrale e meccanica, come gli oggetti magici che descrive; allo stesso modo l'originaria trilogia è un iceberg di chiavi di lettura, che tanto più si scende in profondità, tanto più diventa grande. Tra i tanti, echi del Paradiso Perduto di John Milton, delle pitture e dei poemi di William Blake, del periodo “illuminista” di Nietzsche (Umano, troppo umano). 

Il ruolo di antagonista svolto dalla Chiesa e dal Magisterium nelle opere di Pullman non è una semplice trasposizione della Chiesa medievale, o meglio come nella maggior parte dei fantasy, di una Chiesa in realtà controriformistica, seicentesca. Il Magisterium di Pullman è un'istituzione squisitamente vittoriana, che si avvale degli strumenti e dei luoghi caratteristici dei romanzi di Dickens: sanatori, ospedali di pubblica carità, orfanotrofi, missioni, università e scuole, luoghi di ingerenza tra potere civile ed ecclesiastico. Sarebbe un errore sottovalutare l'afflato religioso, specialmente protestante, negli anni centrali della Regina Vittoria: accanto al mercante e al militare, che sia in Africa, in Cina o in India, c'è sempre la “M”, del missionario, caratterizzato dal latrato del protestante o dell'anglicano, o dell'evangelico, più che dalle sofisticatezze dei gesuiti. La genialità di Pullman sta nel recuperare quest'elemento religioso taciuto nelle rievocazioni ottocentesche: il revival protestante in America e il filone gotico in architettura e narrativa, tra il 1850 e il 1870. La scuola come luogo di “scontro” tra Magisterium e Governo ritorna nel Libro della Polvere; chiaramente Pullman, provenendo dal “North”, non accetta compromessi: è intransigente, quasi puritano, uno scontro testa a testa, con l'irruenza di uno Hume della Ricerca sull'Intelletto Umano. 

Jonathan Meades approva questo messaggio.
Il Libro della Polvere: La Belle Sauvage è il primo di due romanzi che dovrebbero precedere e accompagnare la storia di Lyra. Pullman non apprezza la definizione di prequel, ma in questo primo caso si adatta bene: seguiamo le disavventure di una Lyra ancora neonata mentre Malcom e la Relf tentanto di nasconderla agli agenti del CCD. Non si può definire il romanzo come un cash-in, un tentativo di Pullman di capitalizzare sul successo dell'originaria trilogia. Si tratta di una storia con una sua dignità, dove lo stile di scrittura è su livelli medio-alti e lo svolgimento narrativo completo e auto concludente. E' necessario tuttavia conoscere alcuni retroscena dell'originaria trilogia per meglio comprendere alcuni “agganci” e alcune invenzioni di Pullman. Questo non è un romanzo scritto “tanto per”: siamo su più di 400 solide pagine, con un'evoluzione nel personaggio protagonista, Malcom e una storia bene strutturata. 
Quando un autore acquisisce, come nel caso di Martin o della Rowling, un'immensa popolarità, è facile che i lavori successivi siano opere spurie, volumetti di curiosità e novelle scritte per far cassa sull'onda del successo. Si ripubblicano i lavori precedenti (Martin), si stampano opere teatrali (Rowling), si pubblicano novelle e saggi di poche pagine in formato elettronico (King). Al contrario, Il Libro della Polvere è inquadrabile dentro un progetto con un suo senso e una sua dignità, a lungo meditato da Pullman. Sarà necessario considerare il primo libro e il seguito come un tutt'uno, per poter dare un giudizio definitivo. 

Il romanzo si apre con una descrizione reminescente di tante aperture dei classici: a volo d'uccello, si sorvola l'Inghilterra fino a inquadrare Oxford, il Tamigi, The Trout, triangolando la visione fino a Malcom. I primi capitoli purtroppo sono ammorbati da un'eccessiva influenza dalla letteratura dell'infanzia, dalla descrizione repentina di Malcom, “di indole curiosa e gentile, corporatura robusta e chioma fulva”, alle digressioni nella voce del narratore, che ogni tanto s'intromette a sottolineare quel particolare o ad anticipare un colpo di scena. Succede di tanto in tanto, in media una o due volte ogni capitolo. 
La prima metà del romanzo è un'inedita mescolanza di genere spionistico e di genere fantasy. Le disavventure di Malcom s'intrecciano ai conflitti tra Oakley Street e la CCD: i discorsi del bambino con la madre o con Suor Fenella sono accompagnati da scontri sanguinosi, da doppiogiochismi, da torture e scontri. Introdotti i personaggi, Pullman lascia cuocere a fuoco lento la trama: le prime duecento, trecento pagine sono estremamente lente. C'è un certo gusto, una certa ricercatezza nella descrizione del cibo e delle azioni quotidiane, che vengono ripetute più e più volte, quasi a sottolineare la “quotidianità” della vita di Malcom. 
A partire dalla seconda parte, l'evento “apocalittico”, ovvero una gigantesca alluvione, sommerge e distrugge il complicato equilibrio di vita familiare e di complotti descritto in precedenza: a bordo della canoa, ultimo rifugio-casa-legame famigliare, Malcom è strappato dai parenti e costretto suo malgrado a un'impresa eroica, affiancato in questo dalla coetanea Alice. Gli elementi fantasy, quasi completamente assenti nella prima parte, compaiono poco a poco, fino a culminare nelle ultime cinquanta pagine in un clima quasi sognante, totalmente surreale. 
C'è qualcosa dell'hobbit, nel compiacimento con cui Pullman descrive la vita di Malcom. E' un ragazzo estremamente attivo, che scuoia, spenna, cuce, lava, rammenda, dipinge, affetta, spella, cucina e serve ai tavoli. Le descrizioni dei pasti e dell'ora del tè con la signorina Relf sono particolarmente appetitose. Accanto a quest'elemento “casereccio” compare l'usuale predilezione di Pullman per gli ambienti scolastici: l'archivio, la biblioteca bodleiana e i membri della Oakley Street, per lo più professori, scienziati e ricercatori. Si tratta di membri del ceto intellettuale, che agli occhi di Pullman svolgono un ruolo eroico di bastione all'ingerenza del Magisterium. In quest'ambito Malcom, pur essendo il figlio di un locandiere, sa leggere e si fa prestare dalla Relf volumi scientifici: idealmente svolge un ruolo di “tramite” tra gli elementi positivi delle due rispettive classi. Quest'enfasi a tratti stucchevole sulla vita di ogni giorno serve a far risaltare con toni crudi e sanguigni le occasionali scene di azione e di violenza: Pullman utilizza i daimon per aumentare l'orrore di alcuni passaggi, di alcune scene, non esita a sottoporre il giovane Malcom a supplizi piuttosto ardui, dagli scontri fisici ai dilemmi morali. La CCD introduce nella scuola di Malcom la “Lega di Sant'Alessandro”, un'associazione della gioventù che ricompensa i suoi membri che denunciano i genitori e professori sospettati di “ateismo”. Un'efficace trasposizione dai regimi totalitari e dalle correlate teologie del secolo scorso. Dalla prospettiva di un bambino che si approssima all'adolescenza quale Malcom, il tradimento di un compagno di scuola fa più male che un pestaggio o una fuga in canoa. La CCD è una gestapo che tortura i membri di Oakley Street, che intimidisce i cittadini, che gioca “sporco”. Si tratta di un nemico meschino, che si fa odiare volentieri dal lettore. 

Un corretto bilanciamento dell'elemento “quotidiano” della vita di ogni giorno e degli elementi “violenti” e fantasy legati all'ambientazione avrebbe garantito un capolavoro. Spiace tuttavia di constatare come Pullman in questo fallisca: la prima parte sopravanza la seconda, la sommerge con dettagli insignificanti. C'è semplicemente “troppo” della vita di Malcom e “troppo poco” della storia principale di Lyra e Lord Asriel. Malcom non è uno stupido, ma non è nemmeno un protagonista brillante: s'interessa della sua canoa e sa come trattare gli ubriachi per il lavoro nella locanda. Non ha altri tratti peculiari, è un ragazzo generico che attraversa il “percorso dell'eroe”. 
Ci sono semplicemente troppe descrizioni della locanda, troppe descrizioni di Suor Fenella che ordina a Malcom di affettare quello, di cucinare quell'altro. Pullman vorrebbe riprodurre l'apparente calma di un romanzo di spionaggio, dove sotto il ghiaccio della normalità di ogni giorno, si agitano le onde di una guerra sotterranea. Ma troppo spazio viene dato agli elementi quotidiani, genericamente propri di una slice of life: non ci interessa sapere cosa mangia Malcom a cena, o a pranzo, o a colazione. Il mio consiglio è di sforzarsi di superare la prima parte, specialmente con  riferimento ai primi capitoli; dopo le prime cento pagine, lo svolgimento della trama accelera. Al contrario, le vicende delle ultime trenta pagine, che avrebbero dovuto costituire il fulcro del romanzo, sono compresse in accenni e sbrigativi paragrafi: la bussola narrativa di Pullman è leggermente fuori asse. Detto ciò, senza quest'elemento “quotidiano”, l'azione sarebbe risultata meno incisiva e meno orrorifica, diminuendo l'immedesimazione del lettore coi sentimenti del giovane Malcom. 


Lo stile di scrittura di Pullman è semplice, diretto, nella tradizione dei classici. 
Le descrizioni degli oggetti sono puntuali e accurate. Si legga ad esempio la descrizione della ghianda artificiale: 

A prima vista era una ghianda, ma stranamente pesante, e quando la guardò meglio vide che era ricavata da un pezzo di legno di grana fine. Anzi, da due pezzi: uno per la cupola, la cui superficie, leggermente tinta di verde, era intagliata così da riprodurre esattamente le squame ruvide e sovrapposte di una ghianda vera, e uno per la noce, che era lustra e cerosa e di un perfetto marrone chiaro. Era bellissima, e Asta aveva ragione: doveva averla persa l'uomo. 

Oppure dell'aletiometro di Oxford: 

Era un apparecchio a forma d'orologio, d'oro lucente e sormontato da un quadrante di cristallo. Da principio Coram ne apprezzò solo la sua incantevole complessità, finché il professore cominciò a enumerarne le caratteristiche. «Sul bordo del quadrante – vede? – abbiamo trentasei figure, tutte dipinte sull'avorio con un'unica setola. E intorno, all'esterno, tre rotelline a centoventi gradi una dall'altra, simili alle corone con cui si caricano gli orologi. Ecco cosa succede quando ne giro una».Coram si avvicinò ancora di più e anche il suo daimon gli scese dalle ginocchia e si piazzò sul bracciolo per guardare. Mentre il professore girava la rotellina, una sottile lancetta nera, simile a quella dei minuti, si staccò dall'intricato sfondo e avanzò ticchettando per il quadrante. Quando giunse in corrispondenza di una piccola immagine del sole, il professore si fermò. 

La seconda parte, dall'avventura nell'alluvione in poi, è scritta con competenza. Senza eccessi, precisa e oggettiva: la voce del narratore tira i remi in barca, completa la fusione con il Malcom protagonista. Gli inconvenienti di una neonata si palesano nell'attenzione materna di Pullman ai più minuti dettagli: accendere il fuoco, scaldare il latte, cambiare il pannolino, ecc ecc. 
Ancora una volta, è una questione di saper bilanciare gli elementi a disposizione. Pullman dedica una spropositata attenzione alla prima parte, che andava invece conclusa in poche pagine, mentre comprime la seconda, dove invece si concentra il “fantasy” vero e proprio. 
L'unica grave pecca dello stile, accanto alle intromissioni del narratore e a (rare) divagazioni, è l'uso delle parentesi, a partire dalla prima pagina: “C'era una terrazza sul fiume dove i pavoni (uno di nome Norman, e l'altro Barry) tampinavano gli avventori...”
Pullman, a nessuno interessa sapere i nomi dei “pavoni”. A nessuno interessa del “pavone Barry”. A nessuno interessa del “pavone Norman”. In effetti, a nessuno interessa dei pavoni in generale!
Smettila di pavoneggiarti cercando d'infilare dettagli superflui, come il “rabarbaro con la crema pasticcera” o la quantità di fette di roast beef servite a cena dalla madre, “Gli uomini ci davano dentro con il roast beef (la madre di Malcom aveva servito a ciascuno una fetta in più)”. E' importante confermare la solidità del worldbuilding, ma com'on, quanto è troppo, è troppo. 

In conclusione, Il Libro della Polvere – La Belle Sauvage, è un buon romanzo per gli appassionati della saga, un prequel tutt'altro che superfluo, che ha l'unica pecca nel prendersi il proprio tempo. Adatto a lettori senza troppa fretta, d'accompagnare a una tazza di tè prima di andare a dormire. 

venerdì 20 ottobre 2017

Un archibugiere, un nano e una vampira entrano in un bar...


“Alle origini, c'era solo fuoco. E dal fuoco venne il calore. E dal calore, forma. E la forma si divise in otto. E gli otto erano la sostanza grezza del Caos, martellata e scolpita in armi mortali dai fabbri prescelti del maledetto Soulmaw, l'armaiolo di Khorne”.
S'interruppe per un momento, prima di continuare. “Ma come i reami tremavano e l'Era del Caos diventava l'Era del Sangue, si pensò che le armi conosciute come gli Otto Lamenti fossero state perse per sempre”. Nel fuoco, scene di morte e pazzia si succedevano senza fine, in un ciclo eterno.
Grungni, Signore di tutte le Forgie e Mastro Fabbro, sospirò.
“Fino ad ora”.

Owain Volker è un tiratore scelto della corporazione degli archibugieri proveniente dal reame di Sigmar, l'Azyr; trasferitosi nella megalopoli di Excelsis, fulcro di Ghur, il reame delle Bestie, sta difendendo la città da un'infestazione Skaven. E' una guerra lontana dagli scintillanti conflitti degli Stormcast: uno sporco conflitto di trincea, una deratizzazione condotta con polvere da sparo e preghiere, mentre duardin e umani bombardano le ondate di carne al macello degli skaven. Durante uno degli attacchi, gli uomini ratto sfondano le linee: a un passo dalla morte, Volker è salvato dall'intervento di un dio storpio, dalle fattezze di un duardin: è Grungni, sopravvissuto Dio dei nani.

mercoledì 18 ottobre 2017

Laurea magistrale!


Allora... dove eravamo rimasti?

Non avevo intenzione di abbandonare il blog per così tanto tempo (tre settimane!), ma dalla seconda metà di settembre sono rimasto impegnato a correggere i capitoli della Tesi magistrale. Speravo di alternare la correzione a sporadici aggiornamenti sul blog, ma le doppie correzioni della relatrice e del correlatore sono arrivate nell'arco di pochi giorni... e complice l'ansia per il discorso di laurea magistrale, per le procedure burocratiche, per la stampa in copisteria, ecc ecc. Non ero davvero nelle condizioni di mettermi a scrivere per il blog, o aggiornare i social.


venerdì 22 settembre 2017

L'utopia di Blade Runner


Sarebbe ingenuo pensare che la storia proceda a cicli che si ripetono ogni tot anni/decenni/secoli, o che al contrario sia una linea retta che procede dal punto A al punto B, mirando a un indefinito paradiso/progresso/ultima soluzione. In realtà, più si studia storia, più ci si rende conto che l'umanità procede per balzi e brusche frenate, ricordando la guida a singhiozzo di un nervoso neopatentato.

Nel campo tecnologico, l'utilizzo di un nuovo strumento, o lo sviluppo dello stesso, non sono necessariamente razionali, ma obbediscono a quanto l'utente percepisce come “l'esigenza” dello stesso, lo scopo per cui è stato creato. 
Pertanto fino a cinque anni fa, ad esempio, si era convinti che le diverse funzioni ora riassunte in uno smartphone fossero meglio esplicitate da diversi, separati strumenti; rispettivamente per la musica, i video, internet, ecc ecc. Un'idea intelligente e con le sue buone ragioni – tutt'ora un lettore ebook è notevolmente più comodo di uno smartphone – ma che dalla gran parte degli usufruitori era percepito come “arretrato”: si desiderava avere un cellulare multiuso, che parodiasse i gadget avveniristici degli ultimi cinquant'anni di fantascienza. In effetti, se si osserva al microscopio lo sviluppo tecnologico degli ultimi vent'anni, risulta sorprendente osservare in quanti e quali modi le interfacce utente, la “leggibilità” delle app e in generale le modalità di utilizzo di una tecnologia siano state legate a doppio filo all'ispirazione derivante dai film e dai libri di sci fi. Una scoperta scientifica che possiede le potenzialità di svilupparsi in una tecnologia di massa diventa tuttavia tale solo quando viene filtrata dalla rielaborazione di artisti e designer, che la rendono “comprensibile” per l'uomo comune. Il saggio Make it So. Interaction Design Lessons from Science Fiction (2012) muove proprio da queste premesse, dimostrando l'influenza di film come Minority Report e Blade Runner sulla tecnologia di ogni giorno. Le schermate touch, le icone, le dimensioni e le forme dei cellulari sono state radicalmente trasposte dalla fantascienza recente, cercando di realizzare le invenzioni degli artisti e degli sceneggiatori. Il punto su cui occorre soffermarsi è come non fosse affatto scontato che ad esempio il tablet e lo smartphone prendessero la direzione che hanno preso, che seguissero quella tipologia, quel genere di rapporto con l'usufruitore. Si è dato al cliente quanto si aspettava sulla base di quello che pensava fosse il futuro – ma era un futuro inventato, non necessariamente un destino ineluttabile.



venerdì 15 settembre 2017

Lo scrittore nerd deve sparire


Il termine “nerd” non è un concetto filosofico, non è una parola scientifica che denomina una precisa classe di oggetti, non è il prodotto di uno studio di sociologia weberiana. 
Nerd è semplicemente un appellativo che ci si lancia a vicenda, una rete acchiappa-definizioni, un pallone da spiaggia che si calcia malevoli, colpendo il malcapitato di turno. Chiunque definisce nerd chi vuole: è letteralmente impossibile dare una definizione precisa. 
Nerd può essere (era, oggigiorno?) l'appassionato di computer. O il programmatore vero e proprio. O l'appassionato di videogiochi. O il pirata informatico (esistono ancora?). Ma nerd è anche il giocatore di ruolo. Di giochi da tavolo. Di giochi di miniature. Il neckbeard che assembla modellini. 
Nerd è anche l'appassionato di cultura pop. Di fumetti. Di film di supereroi. Di film di genere. Di film horror. Di librigame. Di... certo, c'è un minimo comun denominatore, ma con lo sdoganamento e la conseguente popolarità della cultura di genere e pop(olare) il termine è più che mai volatile


venerdì 8 settembre 2017

Alan Moore su Trump, la magia e tante altre cose


Alan Moore recentemente è stato intervistato dalla televisione francese, con una miniserie di otto video, dove nell'arco di pochi minuti riassume le sue posizioni e le sue riflessioni sul mondo, la politica, il cinema e ovviamente, la magia. Come H. P. Lovecraft, Alan Moore è quel genere di scrittore che trovo interessante tanto – se non a volte di più – delle sue opere. Ormai mi è impossibile capire se ho anch'io le sue stesse opinioni perchè la penso allo stesso modo, o semplicemente perchè l'ho talmente letto e ascoltato che l'ho interiorizzato e lo ripeto a memoria (!).
Ad ogni modo, visto che la trasmissione è in inglese con sottotitoli in francese, ho pensato di tradurla per mio conto e pubblicarla qui; ovviamente non è tutto e alcune espressioni mi erano indecifrabili. Consiglio, as usual, di rivolgersi alla versione originale, che è anche bene diretta. I francesi hanno una cultura in campo popolare invidiabile – saranno una manica di arroganti in altri campi, ma nell'arte e nella scrittura non li posso che invidiare.


mercoledì 6 settembre 2017

"La pubblicità è il nuovo carbone": Tristan Harris su Internet e i social


La politica americana non è la politica italiana e alcune volte la partecipazione emotiva degli italiani a quanto avviene negli States rasenta il paradosso. La morte di alcune star o di alcuni attori rappresentano occasioni di commemorazione grottesche, che stento a giustificare considerando i macelli di civili e non-civili nel resto del mondo. Tuttavia, è innegabile che per la posizione di equilibrio e controllo geopolitico, tenere un occhio aperto sulle attività nella Casa Bianca non fa mai male, specie per l'interconnessione delle tecnologie digitali che derivano ancora in gran parte dal villaggio (globale) della Silicon Valley. Internet – se si può ancora parlare di Internet – rimane nei suoi server e nella sua struttura di base in territorio americano. Teoricamente, come osservava il fondatore di PirateBay, è ancora possibile “staccare la spina”. Allo stesso modo, decisioni prese negli States possono influenzare le grosse proprietà dei social.
But thanks to the centralization of the internet, (possible) censorship or surveillance tech is a whole lot harder to get around. Also, because the internet was an American invention, they also still have control of it and ICANN can actually force any country top level domain to be censored or disconnected. For me that's, a really broken design. (intervista del 2015 a Peter Sunde, Vice). 

lunedì 4 settembre 2017

Jakabok: Il demone del Libro o nel Libro? Il diavolo sta nei dettagli...


Esperienza davvero insolita per Clive Barker. Il maestro dell'horror autore di Infernalia e de Il Gioco Dannato e regista di Hellraiser, come da prassi per molti autori, stava firmando agli acquirenti le copie del suo ultimo romanzo Cabal alla famosa Forbidden Planet di New York, quando un suo ammiratore gli si è parato davanti con un rasoio e si è tagliato il braccio chiedendo di avere un autografo con il sangue.
In una intervista pubblicata il giorno dopo dal Washington Post Book World lo scrittore di Liverpool ha detto di aver preso la cosa come uno scherzo e di imputare l'atteggiamento... impulsivo del fan al caldo e alla lunga fila.
La copia di Cabal è stata firmata comunque con il sangue, proprio come da esplicita richiesta...


venerdì 11 agosto 2017

Providence 12. The Book, di Alan Moore. Annotazioni, analisi e traduzioni


“Non è morto ciò che può attendere in eterno, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.”
…e davvero a lungo avete atteso, cari lettori, but all good things come to those who wait e quest'ultimo, apocalittico finale di Providence è finalmente qui, sulla vostra doorstep, in attesa che spalanchiate il vostro volume di Providence e annotazioni alla mano di Cronache Bizantine analizziate pannello per pannello l'esoterico, magico lavoro del Bardo di Northampton. 
Qualche giorno fa, una sera torrida di questo agosto infernale, guardavo un bel documentario chiamato “Room 237”. Una raccolta di analisi, decostruzioni e raffinate analisi testuali-visive del capolavoro di Kubrik, Shining: una vasta, inesausta raccolta delle quante più diverse interpretazioni, dall'ipotesi complottista, all'interpretazione storica, all'ipotesi spiritualista, cartografica, psicogeografica, psicologica, freudiana, bettehelmiana, fino alla semplice speculazione sperimentale (proviamo a guardare Shining contemporaneamente dall'inizio alla fine e dalla fine all'inizio!). 
Shining nel documentario si presentava come una scatola di attrezzi, un incredibile assortimento di strumenti visivi con cui giocare e interpretare, oscillando da ipotesi più o meno convincenti, a ricostruzioni ai limiti del maniacale. Mi aveva in particolare colpito come molti di questi appassionati sezionassero Shining frame per frame, esattamente come io e Poropat e gli annotatori inglesi abbiamo sezionato Providence vignetta per vignetta
Mentre scoprivo coincidenze troppo frequenti per essere “solo” coincidenze, riflettevo su quanto la saga di Providence di Moore sia ancora aperta, persino dopo questo lavoro di annotazioni, ai più diversi studi. Sì, se mettessi assieme in un ebook i dodici capitoli di annotazioni tranquillamente mi verrebbe un volume di duecento pagine, ma costruirebbe, oltre che un'operazione immorale, considerando che il materiale inglese da cui ho attinto è gratis e open source, ancora la punta dell'iceberg, a malapena una scalfittura negli strati infiniti dell'opera di Moore. 
Questa non è una conclusione, ma come la storia stessa di Providence, un nuovo inizio. Abbiamo appena scritto quanto bastava per orientarci tra le citazioni Mooriane, abbiamo appena vergato una mappa orientativa di Providence. 
Come studente squattrinato di storia, non posso fare a meno di osservare come ancora manchi un'analisi del sottotesto storico della saga di Providence: come se non ancor di più che in Shining, c'è un chiaro, continuo sottotesto riferito all'Olocausto, evidente dalle camere a gas e dalle stesse origini ebraiche di Black: che sia tutto traslato negli Stati Uniti sembra trasportare il nazismo direttamente negli States, un'operazione oggigiorno alquanto attuale, considerando la resurgence di 4chan/pol, gruppi neonazisti su tumblr e una generale operazione storica che è nel contempo una riscrittura e un'invenzione. Non ci sono studi su Providence da una prospettiva psicanalitica, altro elemento con cui pure Moore gioca parecchio, non ci sono studi bibliografici – sui libri all'interno del fumetto –, non ci sono studi letterari, sull'uso delle diverse lingue di Moore, che tanto ha fatto ammattire il nostro pur infaticabile traduttore italiano, Leonardo Rizzi
Diamine, perchè limitarsi ai soli studi accademici? 
Per gioco e non per profitto, non c'è nulla che vi vieti di continuare a espandere il mondo del Neonomicon e di Providence: cos'è successo nel XX secolo, dalla morte di Black? E' davvero morto? Cos'hanno fatto e cosa è successo a tante creature e personaggi di Providence, nella Seconda Guerra Mondiale? Barlow, si è davvero suicidato? Bierce, si è davvero perso fino a morire nel Messico? Oppure... e cosa possiamo scrivere sulla bomba. La Bomba, quella atomica. Il parallelo con il gigantismo degli dei lovecraftiani mi sembra talmente ovvio, talmente lapalissiano. 
Com'è possibile che nessuno di questi racconti “lovecraftiani” abbia approfondito questo parallelismo? Quindi, avanti, appassionati. La strada è aperta e Moore ci ha appena tracciato non tanto un sentiero, quanto un'autostrada ultra deluxe con i migliori pit-stop che potevamo immaginare. 

Come sempre, le annotazioni provengono dal sito di appassionati Facts in The Case of Alan Moore's ProvidenceLe prime sedici pagine sono state tradotte da Matteo Poropat della Tana dello Sciamano, veterano di vecchia scuola lovecraftiana, che è riuscito a completare la translation a ridosso delle vacanze agostiniane. Le altre 16 pagine sono invece mie, come al solito. Come con Providence 11, può essere che ritorni sull'argomento e corregga le note: com'è tradizione di questo blog, siamo in un eterno work in progress